Ya basta!

9 12 2004

di Giovanni Pecora

Ci sono le “relazioni pericolose”, “les liaisons dangereuse” le chiamava Pierre Choderlos de Laclos, e ci sono le “affinità elettive”, “Die Wahlverwandschaften” secondo la lingua di Goethe.
Nella vita degli uomini ormai c’è poco da scoprire e quasi nulla da inventare, specialmente se si parla di rapporti umani.
Chi vive, come noi calabresi, nella calda corrente della storia e respira in ogni istante aliti di saggezze antiche e retaggi di una cultura ultra-bimillenaria, comprende facilmente come uomini e animi non cambiano.
Ci si conosce e ci si confronta a fiuto, a pelle, a intuito.
Chi è calabrese sa leggere le labbra e il cuore degli altri calabresi, e a volte per parlarci non c’è bisogno neanche di parlare. Basta un cenno, uno sguardo.
E finalmente, forse, ci siamo.
Le vicende di questi giorni, dopo l’arresto di Franco Pacenza, ci avevano lasciati molto perplessi in una giostra impazzita di garantismo spinto fino a diventare sospetto addirittura per chi lo propugnava con tanta veemenza, da “excusatio non petita, accusatio manifesta”, così abbiamo pure aggiunto la lingua di Cicerone.
E allora mi viene in mente un vecchio adagio della saggezza popolare, che tradotto nella lingua dei calabri suona “cu va cu ‘llu zoppu all’annu zoppìa“.
Non mi sembra che sia “normale” che i politici frequentino certa strana gente (ora li chiamano ingiuriosamente “prenditori”, ma fino a qualche giorno addietro ci si facevano magari le vacanze insieme…), come non mi sembra normale che si impicchi all’albero garantista una parte politica che fino a qualche tempo addietro ha virtualmente impiccato all’albero giacobino del giustizialismo coloro che tra gli avversari politici avevano appena appena ricevuto un avviso di garanzia.
Innanzi tutto non mi sembra che abbiano fatto un buon servizio al collega arrestato, e comunque tra i cittadini che hanno assistito allo spettacolo – bisogna dirlo, da repubblica delle banane – di un corpo dello Stato che si scaglia con veemenza immotivata contro un altro corpo dello Stato si è sentito serpeggiare un “sentire” devastante dal punto di vista della credibilità di quei rappresentanti calabresi nella massima istituzione nazionale.
E’ apparsa più spaventata la deputazione calabrese che lo stesso Pacenza, e quel sit-in e le continue ed immediate visite in carcere sono apparse più come una forma di puntello al coraggio del buon Franco che come umana pietas, come se quella condizione terribile potesse generare una slavina, uno smottamento da “simul stabunt, simul cadent”.
Nessuno può dire che sia così, con rispetto parlando, ma come si può pensare ad un impeto di pietas collettiva della deputazione calabrese quando il giorno prima proprio in quello stesso carcere di Cosenza un povero giovane, poco più che un ragazzo, si è impiccato e nessuno, ripeto ‘nessuno’ di questi stessi parlamentari ha espresso un rigo di umana pietà, di dolore?

Noi abbiamo scelto di stare lontani dalle tentazioni, dunque, ma se nel passato eravamo in pochi a remare controcorrente nella travolgente fiumara degli ammiccamenti e delle collusioni, ormai non siamo più solitari eremiti: infatti ecco che miracolosamente, certamente catalizzati da una situazione politica ormai irrimediabilmente devastata,  si congiungono e si saldano pensieri e considerazioni tra calabresi che non si conoscono neanche, lontani per residenza, per formazione culturale, per anagrafe.
Ed ecco per esempio, insieme ad altre prestigiosissime, la voce di Giovanni Lamanna, figura storica della sinistra calabrese ed italiana,  che dall’alto del suo prestigio e della sua autorevolezza morale e politica scrive quello che noi avevamo nel cuore e nel cervello, come se ce ne avesse letto dentro le singole parole, una ad una.
Ed noi, che pur veniamo da storie politiche e personali diverse, sottoscriviamo le sue espressioni come se fossero nostre, a parte fisiologiche sfumature d’accenti, in attesa che il seme della “sovversione civile” tanto testardamente gettato tra i rovi della Sila e le scoscese vene dell’Aspromonte possa finalmente,un giorno non lontano, attecchire. 

MI rivolgo ai nostri giovani, alle nostre donne, ai nostri uomini di Calabria, agli intellettuali, ai docenti universitari, agli uomini di Chiesa, ai giornalisti, ai sindacalisti, agli uomini e donne di scuola, ma soprattutto a quel grande universo del cooperativismo, dell’associazionismo e del movimentismo calabrese: non  basta più la sola adesione intellettuale a questa battaglia di cambiamento sociale radicale, perchè rimarrebbe ciò che è stata finora, e cioè la nobile solidarietà tra vinti.
E’ ora di prendere ognuno di noi una responsabilità ben precisa ed intestarci con nome e cognome un pezzo di cambiamento che intendiamo portare a termine.
Ormai si sente distintamente un fremito ben preciso nelle voci dei calabresi, il fremito nervoso dello sdegno, la forza invincibile dell’indignazione, la carica emotiva di una coscienza civile che si sta decidendo, finalmente dopo anni di annichilimento, ad averne abbastanza.
No, non è la chiamata alle armi dei “resistenti”, dei soliti romantici partigiani.
E’ un “Ya basta!” rivoluzionario, un “Ora basta!” che sento nascere finalmente dalle viscere di decine di migliaia di nostri conterranei, è una tromba che annuncia da lontano il 14 luglio 1789 dei calabresi onesti: e adesso “Allons enfants… Aux armes, citoyens!”.

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Ha ragione Callipo: se lo Stato non c’è la battaglia è persa

8 12 2004

di Giovanni Pecora

L’eco della tragedia di Briatico, con l’imprenditore Fedele Scarcella ucciso e bruciato dalla mafia che aveva avuto il coraggio di denunciare, risuoni a martello nelle coscienze dei calabresi onesti.

Lo Stato si assuma le sue responsabilità, perché il brutale assassinio di un testimone di giustizia o viene affrontato da Istituzioni, Magistratura e Forze dell’Ordine con l’eccezionalità che una sfida mafiosa del genere richiede, oppure il messaggio che arriverà alle menti dei calabresi, specialmente dei più giovani, sarà devastante in quanto una dimostrazione di brutalità del genere può distruggere in un attimo anni e anni di educazione alla legalità.

O lo Stato lo comprende, considerando questo omicidio allo stesso livello di gravità – se non addirittura superiore – di quello dell’on. Fortugno, oppure noi calabresi prenderemo atto, con Pippo Callipo, che la battaglia è persa ed è meglio per tutti averne piena coscienza, almeno per tentare di salvare i nostri figli da questa sconfitta infinita.

Pippo Callipo è uno dei simboli di quella Calabria che vuole cambiare, che non si arrende né alla violenza bestiale della ‘ndrangheta né all’ineluttabilità di una classe politica in buona parte parolaia, imbelle, inconcludente ed inerte davanti alla mafia fino al punto di apparire collusa.

Eduardo De Filippo tanti anni fa lanciò un grido, dolente ma forte, che rimase emblematico: “Fuijtevenne ‘a Napule“, scappate via da Napoli, rivolto ai giovani di allora.

Pippo Callipo non è ancora a questo, ma se la sua denuncia non dovesse causare un vero e proprio terremoto istituzionale, tanto da rimettere febbrilmente in moto la “macchina legislativa” calabrese, quel Consiglio Regionale paralizzato che in sei mesi ha lavorato solo tre ore, se non diventerà un vero strumento di legalità quella Commissione Antimafia Regionale che ci dicono si sia riunita si e no due sole volte dal suo ormai lontano insediamento, se si continuerà con la politica dei carrozzoni inutili dell’antimafia di maniera fino ad oggi ampiamente foraggiata dalle istituzioni regionali, allora non ci rimarrà che gridare anche noi ai nostri giovani “Fuijtivindi, dassàtici ‘sta terra ‘e farabutti”, come recita il testo dell’ormai famosa canzone “Ammazzateci tutti” del cantautore calabrese Pino Barillà, diventata una sorta di inno dei “ragazzi di Locri”.

Tutti noi siamo stanchi, come Callipo, di lottare contro i mulini a vento rischiando di apparire solo un fenomeno patetico. Questa Calabria non è la nostra, non è quella di Pippo Callipo, non è quella dei milioni di calabresi onesti.

Questa Calabria, una Calabria che o diventa protagonista del suo futuro o muore, ha bisogno di uomini e donne “nuovi”, uomini e donne che devono non solo essere, ma anche apparire onesti, come diceva Plutarco riferendosi alla moglie dell’imperatore Cesare.

13 giugno 2006





La nostra “povera patria”

6 12 2004

di Giovanni Pecora
da “Calabria Ora” del 25 giugno 2006

 

Il tempo non passa, in Calabria. Il tempo appare muoversi, ma non cammina né avanti né indietro. Non la vedi mai in piedi, questa mamma. Non la vedi mai con il vestito nuovo ed i capelli profumati di lavanda.
E’ sempre sfatta, sempre troppo stanca, sempre con gli occhi gonfi di lacrime. E un mamma di figli scellerati, che forse sono meno di quelli buoni ma che bastano per trafiggerle ogni giorno il cuore.
La Calabria è sempre inginocchiata, a faccia in giù, nel fango. Al massimo si siede sul bordo di una strada con la testa fra le mani. La Calabria è una regione che non è stata mai in piedi, e che rischia di non alzarsi mai.

La ricordate la bella canzone di Franco Battiato che diceva “Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos’è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene”?

Eccola, la nostra Calabria, l’ha descritta Battiato, ne ha fatto una drammatica istantanea della scena del delitto, un’istantanea che mostra quel palco di Locri in una sera umida ancora del sangue di Franco Fortugno, dove il povero Romano Prodi che in buona fede urlava “Noi non vogliamo i voti dei mafiosi!” – perché così gli avevano fatto credere – aveva dietro di sé le facce ammiccanti di quei suoi supporters locali che sotto i baffi se la ridevano di gusto, pensando che tanto loro quei voti li avrebbero avuti, eccome li avrebbero avuti!

Abusi di potere di gente infame”, che non esita a riempire le segreterie di falsi consulenti e veri parenti, tanto paghiamo noi che la tangente ce l’abbiamo in busta paga alla voce Irpef.

Gente che non esita a umiliarti, anche se hai due lauree e tre master alla moda, e che ti lascia fuori dalla porta a elemosinare quello che sarebbe un tuo diritto, gente infame che ti guarda prendere la valigia e partire ingoiando lacrime e polvere alla stazione ferroviaria e poi dice nei comizi elettorali “I nostri giovani non devono partire! Hanno il diritto di restare!”, certo, perché qualcuno su cui esercitare i soprusi deve restare, altrimenti che gusto c’è?

Povero Romano, hanno preso per i fondelli anche te, che pure non sei un fesso qualsiasi.

Povera patria, povera Calabria, la regione che ha avuto l’avventura negli ultimi vent’anni di provare tutte le formule di governo, dal centro-sinistra addirittura al governo di sinistra, dal nuovo centrodestra senza trattino, quello inventato da Berlusconi dopo Tangentopoli, al nuovo centrosinistra con il presidente espressione dei “Grandi Elettori”, ma che è sempre la stessa minestra riscaldata di politici che “si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene”, senza provare a guardarsi dentro, voltando solo lo sguardo dall’altra parte quando la scena del delitto si fa troppo cruenta, come negli snuff americani, ed a terra restano figli e giovani padri, vero Mario Congiusta? Vero Rosanna Scopelliti?

Cosa vi aspettavate da questa classe politica? Carabinieri e Polizia fanno il loro dovere, ma devono perdere tempo a fare la guardia al bidone dell’immondizia nei seggi elettorali, a fare le multe per strada a chi ha la gomma liscia, a fare la scorta al potente di turno. Anche quello è il loro dovere, e gli ordini in questo senso non li danno loro, li dà Roma. E poi dovrebbero anche indagare, dovrebbero investigare, dovrebbero studiare le carte, dovrebbero interrogare, e poi tornare a fare la guardia al bidone dell’immondizia perché ci sono di nuovo le elezioni, ed ancora sirene e lampeggianti da azionare sulle auto blu.

E Gianluca è morto, e ancora non lo ha ucciso nessuno, come il giudice Scopelliti, che evidentemente è morto per intossicazione da piombo ingerito accidentalmente nella cavità cranica.

I giudici si affannano, sono pochissimi, due o tre per combattere contro centinaia, migliaia di assassini, in tuta nera o in camice bianco. O forse in doppiopetto blu.
Questi giudici, spesso sconosciuti giovani sacerdoti laici che hanno sacrificato il giusto sogno di una vita normale per stare in trincea con noi, che non hanno più il tempo neanche per vivere sepolti come sono da scartoffie, segnalazioni, intercettazioni.

Dov’è lo Stato qui in Calabria? Ci sono rimasti solo loro, i piccoli eroi in divisa ed i giudici generosi. E fa rabbia quando molti (ecco la questione culturale) li vedono solo come giustizieri, come i “piemontisi” di un secolo e mezzo addietro, i rappresentanti di uno Stato che sapeva essere solo sbirro e infame.

Solo un paio di giorni addietro ho scritto di come la questione morale in Calabria diventi una questione sociale. Ora devo spingermi un po’ più avanti, perché quello che sentiamo e vediamo in queste ore deve farci capire che in Calabria esiste anche una terza questione: la questione culturale.
Noi dobbiamo essere i portatori sani di questo germe di legalità, di questo vaccino che deve immunizzare finalmente e per sempre i nostri fratelli, i nostri padri, i nostri figli.
Questo verminaio che emerge dalle intercettazioni telefoniche sulla vicenda Fortugno non può essere lasciato all’indignazione del momento, all’emozione di una notizia al telegiornale e poi via, di nuovo a chiacchierare di Totti e Del Piero.
In quelle registrazioni, in quelle trascrizioni c’è una prova inconfutabile: che il giudice Romano De Grazia aveva visto giusto quando aveva ispirato i tre articoli del disegno di legge “Lazzati”, quello che impedirebbe – se diventasse legge dello Stato – la possibilità di fare campagna elettorale per i soggetti sottoposti a misure di sorveglianza speciale (e quindi agli uomini delle cosche, in primis) e che provocherebbe la decadenza immediata dalla carica elettiva per quel politico che con certezza giudiziale (stiano tranquilli i garantisti) avesse attinto a quei voti sporchi di sangue.

Ecco la prova che Mario Tassone, che lo aveva presentato in Parlamento nella XIII legislatura, Antonio Di Pietro che lo aveva ri-presentato nella XIV legislatura, Angela Napoli e Nerio Nesi, che lo avevano ri-ri-presentato nell’appena trascorsa XV legislatura e sempre la ammirevole Angela Napoli che ha avuto l’intelligenza di riproporlo immediatamente all’inizio di questa XVI legislatura, avevano visto giusto nel ritenere questo strumento legislativo un enorme passo in avanti nella lotta per la legalità nel meridione d’Italia ed in particolare in Calabria.

Una lotta assolutamente bipartisan, perché come i delinquenti ci possono essere sia a destra che a sinistra, per fortuna anche le persone per bene non hanno cittadinanza esclusiva in uno degli schieramenti politici nazionali.

Ecco che se per una evidente congiura del silenzio, oggi più che mai comprensibile visti gli sviluppi ad horas del caso Fortugno, non fosse stato “dimenticato” nei cassetti di Montecitorio il DdL “Lazzati” gli scellerati “amici degli amici” indicati per il momento come mandanti del delitto Fortugno non avrebbero probabilmente potuto fare impunemente campagna elettorale, e comunque gli uomini politici eventualmente eletti con quei voti avrebbero potuto ipso facto fare la valigia per decadenza dalla carica elettiva rivestita.

Senza se e senza ma, come si usa ormai dire.

Ma siamo ancora in tempo a cominciare, almeno adesso che molto e purtroppo non tutto è compiuto. Il 25 marzo a Palazzo Nieddu, in quel luogo che aveva visto il sangue di un omicidio politico-affaristico-mafioso, molti candidati alla carica di Parlamentare hanno sottoscritto, sollecitati dai ragazzi del Coordinamento Antimafia “Ammazzatecitutti” un patto d’onore che li impegnava a sostenere il DdL “Lazzati” in caso di elezione.

Tra essi molti ce l’hanno fatta. E’ ora che si rimbocchino le maniche, perché sapete come finisce la canzone di Franco Battiato? Finisce dicendo “La primavera intanto tarda ad arrivare”.

Appunto, tarda, ma noi vogliamo che arrivi, finalmente.





Questione morale e la mentalità ”normale”

4 12 2004

di Giovanni Pecora
da “Calabria Ora” del 21 giugno 2006
Diceva il grande Toto’ in una celebre battuta del film “Tototruffa ‘62” «Lo so, dovrei lavorare invece di cercare dei fessi da imbrogliare, ma non posso, perchè nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro». Questa frase, cambiando l’espressione “datori di lavoro” con “elettori intelligenti”, dovrebbe essere incisa su una lapide di marmo all’ingresso di molti Palazzi della politica. E non ci sono personalizzazioni del problema, perché di esempi di politici che hanno fatto fessi gli elettori ce ne sono in ogni epoca, ad ogni livello istituzionale ed in ogni angolo del mondo.
La differenza è se il popolo-elettore percepisce la questione morale come socialmente rilevante.
Cioè, fuor di metafora, quando si parla di atti ingiustificabili sul piano etico, ancorchè formalmente non illegali, dovremmo avere la capacità di visualizzare su un termometro virtuale il tipo di reazione a questi atti da parte della società che ha espresso quella classe politica.
In fondo in questi giorni la Calabria si presenta, stranamente, come riflesso di quel fenomeno nazionale che è stato Berlusconi ed il berlusconismo nel quinquennio appena concluso, quando il centrosinistra agitò per tutta la campagna elettorale il vessillo del conflitto d’interessi e della questione morale contro il Cavaliere proprietario del più grande impero economico-mediatico italiano, in insanabile conflitto di interessi con lo Stato che si candidava a guidare, e per di più con la palla al piede di decine di processi penali e civili a suo carico ancora in itinere.
Le elezioni, come ben sappiamo, le vinse Berlusconi alla grande, e agli italiani non venne la febbre da questione morale. Molto diverso fu invece il livello di percezione della vicenda in moltissime altre nazioni occidentali: ricordiamo, tra le altre, le inchieste dell’inglese “Economist” e la durissima reprimenda che Berlusconi si beccò al Parlamento Europeo dal capogruppo del Pse.
Veniamo dunque a noi calabresi ed alle note vicende di questi ultimi mesi relative a politica e questione morale. La nostra espressione elettorale è un disastro, come per molte regioni meridionali.
Ora farò sobbalzare il cuore di Beniamino Donnici, perché citerò la frase di un uomo politico, purtroppo scomparso nel 1989, che so a lui idealmente molto vicino, l’On. Beppe Niccolai, deputato dell’MSI vicino alle posizioni di Rauti, meglio conosciuto come “il fascista eretico” o “il fascista rosso” per le sue posizioni sociali molto attente ai problemi della solidarietà e delle classi deboli.
Disse una volta Niccolai, che era pisano ma molto attento alle cose del Sud: «II Mezzogiorno non è mai stato all’opposizione. Quando c’è opposizione è per lo spazio di un mattino. Avviene solo perché il Mezzogiorno non ha ancora afferrato bene chi è il nuovo padrone». Un giudizio durissimo, e badate bene che parliamo di un politico meridionalista, non di un uomo di Bossi.
Aveva ragione Beppe Niccolai, non ho dubbi. E le vicende di questi giorni ce lo confermano ancora, perché nonostante i gravissimi fatti avvenuti negli ultimi otto mesi decorsi dall’omicidio di Franco Fortugno, e partendo proprio da quel fatto che avrebbe dovuto rappresentare una vera e propria svolta epocale nella nostra storia civile, non mi sembra che il popolo calabrese abbia tanta voglia di affrancarsi dall’infelice categoria dei fessi. Ma invece di stracciarci le vesti assumiamoci tutti la responsabilità di una “pedagogia dell’etica”, senza cadere nel moralismo di maniera, e rimboccandoci le maniche affinché ci sia prima di tutto una vera e propria rivolta delle coscienze tra la gente di Calabria, fornendo esempi e strumenti di emancipazione culturale per i calabresi onesti.
I primi segnali si sono visti, e come al solito sono partiti dai giovani, quei giovani di Calabria che sono stati individuati dai media come i “ragazzi di Locri”, tanto per intenderci. Ma evitiamo accuratamente di trasformarli in un fenomeno eccezionale perché ciò ridurrebbe ad evento quello che invece è un movimento vasto e profondo, che nasce dalle viscere della gioventù calabrese e che probabilmente con l’aiuto delle nuove tecnologie, come internet, ha imparato a “globalizzare la speranza” portando anche in Calabria un desiderio irresistibile di normalità. Un reale sintomo di trasformazione sociale nel percepire la vita e nel desiderare fortemente di migliorarla, insomma.
Ma non sono solo i giovani, finalmente, a dire basta. C’è anche una sorta di fronda giacobina dai capelli d’argento, fatta di magistrati coraggiosi, di industriali di primissimo piano, di organi d’informazione regionali, di vescovi, di docenti universitari, e insieme a loro tutta una nuova rete di solidarietà civile fatta di un mondo di movimenti, di organizzazioni sindacali, di associazionismo cattolico e laico, di uomini e donne di scuola. E di uomini politici, grazie a Dio, perché non tutti sono come Totò nel citato film: qualcuno di loro, anche in posizione di grande rilievo istituzionale, è anzi motivo di grande speranza e di grande fiducia nel futuro della nostra terra.
Certo, la strada è difficile, ci mancherebbe altro.
Qui non si tratta di preparare un ennesimo partitino politico, che la storia – anche recente – ci ha insegnato che è cosa fattibilissima con le leve giuste in mano da manovrare.
Qui si tratta di far cambiare la mentalità ad un popolo. Un’impresa titanica, eroica, ma che non possiamo non intraprendere se vogliamo entrare a pieno titolo nell’Europa dei popoli.
La nostra gente deve imparare ad essere esigente ed intransigente con chi si candida a rappresentarla ed a guidarne i processi sociali, soprattutto in materia di etica politica e condotta morale, al di là del mero piano di un giudizio di legittimità.
Ad esempio è legale ma non è eticamente tollerabile, sia pure soltanto come segno di rispetto per i padri e madri di famiglia che non riescono a tirare avanti con l’ormai misero stipendio di dipendente, che ci siano consiglieri ed assessori regionali che cumulano rendite mensili già da estremamente consistenti addirittura con lo stipendio da parlamentare. E’ legale, ma moralmente ci deve fare indignare fino alla rivolta civile. Come sono legali ma vomitevoli le vicende del “concorsone”, di Parentopoli (altro che delibere, ci vorrebbe la denuncia penale per farne desistere alcuni), le nomine senza criteri di oggettività, le elusioni delle norme sull’abuso d’ufficio.
Perché una cosa è operare per il bene comune, altra cosa è dire “la legge mi consente di farlo, ed io lo faccio”, come ad esempio il ricercare il consenso elettorale anche tra e per mezzo dei mafiosi, come impietosamente ha denunciato nei giorni scorsi il quotidiano inglese “Guardian”.
E qui subentrano i “fatti” che ci consentirebbero di voltare realmente pagina nella nostra regione ed in tutto il meridione, come ad esempio se il Parlamento si decidesse a trasformare in legge dello Stato quel Disegno di Legge che viene ormai universalmente conosciuto come “DdL Lazzati”, che tende non solo a vietare la possibilità di effettuare propaganda elettorale per i soggetti sottoposti a misura di sorveglianza speciale (in massima parte mafiosi, quindi), ma che prevederebbe anche la decadenza immediata dalla carica elettiva conseguita per quel politico che sicuramente avesse attinto a quei serbatoi maledetti.
E che l’aria in Calabria stia cambiando lo si capisce quando un giudice coraggioso viene querelato con arroganza solo perché si domanda se è opportuno che la Regione Calabria indichi in un Consiglio d’Amministrazione un fratello del massimo esponente politico della stessa Regione, e subito con grande dignità un popolo si mette in movimento, finalmente senza paura, sottoscrivendo a centinaia le parole del giudice e sfidando il prepotente con un grandioso«E adesso querelaci tutti».
Tra loro, tra questi nuovi sovversivi che non ci stanno più, spiccano i nomi di Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino assassinato dalla mafia, quello di Mario Congiusta, padre di Gianluca assassinato a Siderno ed ancora senza notizie di presunti colpevoli, ed anche quello di un ragazzino di soli dodici anni, Sacha, che non mette bene a fuoco il problema ma che scrive, con le lacrime agli occhi ma con un senso di ribellione contro l’ingiustizia che fa commuovere: «Se volete arrestare il giudice dovete arrestare anche me».
Vorremmo vederlo questo processo, se mai ci sarà: sarebbe il migliore spot di un grande messaggio di liberazione che parte da questi magistrati coraggiosi, da questi industriali coraggiosi, da questi giornalisti coraggiosi, da questi vescovi coraggiosi, di questi uomini e donne coraggiosi di una Calabria che cambia. “Non abbiate paura”, diciamo parafrasando il grande Papa Giovanni Paolo II.
Ecco, il coraggio come espressione visibile di un radicale cambiamento di mentalità, per camminare insieme verso la normalità che meritiamo.
Questa è la nuova Calabria che sta nascendo, una Calabria che nasce dalla cultura ma anche dall’innovazione, dai sorrisi dei suoi giovani migliori ma anche dal sangue dei suoi martiri, e che nessuna querela ormai potrà più fermare.
Caro direttore Leporace, benvenuto anche a te tra i querelati o querelabili, perché comunque sei in buona compagnia con magistrati di cassazione, presidenti degli industriali, vescovi illuminati e tanti, tantissimi calabresi che non ci stanno più. Siamo tutti con te. E adesso querelateci tutti.
 





Etica e Sviluppo Locale in Calabria

4 12 2004

Intervento di Vincenzo Linarello al convegno regionale “Etica e sviluppo locale in Calabria”

CHI SIAMO
Avevamo pensato questo convegno prima dell’omicidio del vice-presidente del Consiglio Regionale. Oggi, purtroppo, assume ben più profondi significati. Ma non snatura l’obiettivo principale che ci eravamo dati, anzi…
Il pretesto per incontrarci ci è stato offerto da questi due importanti progetti Equal della Locride. Ma – come ci è stato insegnato – i progetti o si incarnato nelle realtà socio-economiche reali del territorio o probabilmente servono più a chi li realizza che ai destinatari. È per tale ragione che, avviando questi progetti, dobbiamo anche affrontare il tema “Etica e Sviluppo Locale in Calabria”.
Ma chi anima oggi questo convegno? Da chi nasce l’esigenza di questa riflessione?
Nasce da una realtà che in questi anni, con discrezione e abnegazione, ha contribuito a creare lavoro, sviluppo e integrazione sociale in Calabria. Un movimento di laici ispirati cristianamente e impegnati a costruire sviluppo e giustizia sociale. E cioè:

il Progetto Policoro, impegnato nelle Diocesi calabresi in un’azione della Chiesa Italiana che vede Pastorale del Lavoro, Pastorale Giovanile e Caritas unite insieme per aiutare i giovani disoccupati a crearsi opportunità concrete di lavoro (www.progettopolicoro.it). In Calabria il Progetto Policoro ha avuto una storia di grande vivacità e di lusinghieri risultati, dando vita a decine di iniziative imprenditoriali in quasi tutte le Diocesi;
tutte le realtà nate dal Progetto Policoro Calabria: le imprese e le cooperative promosse dagli animatori di comunità, le cooperative che stiamo avviando nella maggior parte delle Diocesi calabresi e che si specializzeranno in promozione d’impresa, politiche attive del lavoro e inserimento lavorativo di persone svantaggiate;
la Fondazione San Bruno, fondazione della Conferenza Episcopale Calabra, che ha come scopo promuovere politiche attive del lavoro efficaci, su tutto il territorio regionale, favorire la nascita di nuove cooperative, facilitare l’accesso al credito. La Fondazione San Bruno è, in pratica, uno strumento formale e strumentale del Progetto Policoro in Calabria;
tutto il movimento per il lavoro e la giustizia sociale strettamente legato a mons. Giancarlo Bregantini, che nella Locride è rappresentato dalla Pastorale Sociale e del Lavoro, dalla Commissione Giustizia e Pace, dalla Caritas, dal progetto Crea Lavoro e da tutte le cooperative e imprese create in questi anni, dal Consorzio Sociale GOEL (consorzio di cooperative sociali aderente a CGM), dalla cooperativa Valle del Bonamico (facente parte del Consorzio Sociale GOEL), dalla cooperativa Agrinova, ecc.;
il Consorzio CS Meridia di Cosenza (consorzio di cooperative sociali aderente anch’esso a CGM) con tutte le cooperative da esso promosse o accompagnate in questi anni, e anch’esso impegnato con la propria Diocesi nel Progetto Policoro;
il Consorzio Mare Nostrum di Catanzaro, consorzio storico di cooperative sociali aderente a CGM.
I RISULTATI
Tutto questo movimento, in Calabria, è riuscito a produrre risultati molto concreti. Per la prima volta abbiamo tentato di fare un censimento basilare di queste realtà; oggi ne presentiamo pubblicamente i dati aggregati, escludendo le tante iniziative in corso d’opera che – speriamo – arricchiranno presto i frutti del nostro lavoro:

Numero Cooperative Sociali 46
Numero Cooperative non sociali 25
Numero di altre imprese 81
Numero complessivo di imprese 152
Numero totale di soci persone fisiche 726
Numero totale di occupati 1315
Ammontare del fatturato aggregato € 16.260.000

L’aspetto interessante di questi dati è che non rappresentano un’aggregazione posticcia di realtà debolmente collegate, ma bensì lo sforzo collettivo e consapevole di tante persone e iniziative che cercano di confluire in un unico progetto di sviluppo economico e sociale, per i nostri territori e la nostra regione, guidato da chiari valori etici di ispirazione cristiana. Questo per noi ha comportato, ormai da qualche anno: incontrarsi, riflettere, programmare azioni e strategie che vivano nei territori locali ma si esprimano in ambito regionale; vuol dire sentirsi una comunità di persone e imprese che agiscono insieme, guidati da una visione comune.

Quanto è stato realizzato è anche frutto e origine di tanti collegamenti nord-sud e sud-sud che in questi anni abbiamo curato e sviluppato. Oggi vi è una rete veramente ampia, a livello nazionale, che supporta in modi diversi il nostro lavoro sui territori:

il Trentino, che grazie a mons. Bregantini è impegnato sul versante cooperativo, istituzionale ed ecclesiale;
la Diocesi di Milano, con la Caritas Ambrosiana e tutto il movimento della cooperazione sociale;
Modena e l’Emilia Romagna con la cooperazione sociale e le associazioni dei Calabresi;
il consorzio nazionale della cooperazione sociale CGM, con i suoi 80 consorzi e 1300 cooperative sociali presenti in tutte le regioni italiane, oggi presente anche qui in sala con tanti suoi cooperatori provenienti da tutt’Italia e che in questi giorni hanno espresso una grande solidarietà per questo territorio, silenziosa ma efficacissima!
le Diocesi del nord-est e le tante Diocesi sparse in tutte le regioni italiane;
tanti uomini politici e istituzioni che, a diversi livelli, e spesso con grande discrezione, seguono, supportano e apprezzano disinteressatamente il nostro lavoro;
tante realtà di cooperazione sociale operanti nelle regioni del sud;
ecc. ecc.
Per questa ragione i risultati conseguiti sono anche la rappresentazione della straordinaria potenza che possono esprimere rapporti di reciprocità veri e profondi!

I VALICHI
Nei territori abbiamo prevalentemente camminato insieme a gente umile, che non poteva o non voleva avere altri riferimenti al di fuori di noi. Questo lavoro di “trincea”, con questi compagni di viaggio, ci ha consentito di sperimentare logiche e dinamiche che spesso sfuggono agli “ingegneri dello sviluppo locale”, che non vengono tematizzate nei simposi della progettazione socio-economica, che non vengono affrontate nei documenti di programmazione. È un osservatorio molto crudo della realtà quotidiana con cui la gente si continua a confrontare.

Nei nostri territori non viene valorizzato chi è professionalmente competente o umanamente capace, bensì chi è in grado di esibire una chiara appartenenza a persone o gruppi in grado di scambiare fette di potere, capaci di influenzare in varia misura i nodi della vita quotidiana di ciascuno. L’appartenenza può essere ad un determinato gruppo politico, alla massoneria, alla ‘ndrangheta, ad una famiglia, ad un papà o ad un parente “che conta”, ad un uomo di potere, a uomini di Chiesa. L’appartenenza conta più della competenza: questa è l’amara constatazione di molti giovani che, per sentirsi sufficientemente valorizzati, spesso preferiscono emigrare.

Da ciò ben si comprende quella che abbiamo definita con mons. Bregantini la “logica dei valichi”. Prendiamo ad esempio un giovane che voglia costruirsi un’attività imprenditoriale.

Innanzitutto, dopo aver pensato alla sua idea d’impresa, egli si pone il problema se vi sia qualche aiuto economico pubblico. Il primo valico, dunque, è quello di reperire l’informazione, che spesso viene “venduta” da personaggi che in cambio chiedono denaro o un primo assoggettamento.
Ma non basta reperire le informazioni, bisogna anche saperle usare. Anche in questo caso vi è chi si offre: “non ti preoccupare, me la vedo tutto io”, che suona come una promessa di soggezione, in quanto per tutto si dipenderà sempre da qualcuno. Il servizio di solito è completo: ti viene elaborato il progetto, ti viene presentato, vengono attivati tutti i canali necessari perché finisca tra i “pochi eletti” ammessi al finanziamento. Per un simile servizio (che bisogna affidare alle persone giuste ovviamente) non basta certamente un compenso economico.
Poi bisogna compiere una serie di formalità per attivare l’impresa. Tante formalità, che possono richiedere qualche settimana o mesi e mesi. Dipende… Da cosa? Dalle appartenenze che si riesce ad esibire, dalle clientele che si riesce a “comprare”.
Oggi non vi è alcun finanziamento che possa fare a meno di una banca. Qui vi è un altro valico: non importa quanto sia robusta la tua idea imprenditoriale, è necessario esibire garanzie patrimoniali, di molto superiori all’anticipazione richiesta.
Chi sceglierà di rivolgersi ad un mercato privato innanzitutto dovrà compiere una ricerca preliminare per verificare se nel suo bacino di riferimento operi un’impresa gestita da qualche mafioso o suo prestanome, pena essere destinato a chiudere in breve tempo. Poi dovrà far bene attenzione a non crescere troppo e divenire eccessivamente visibile, altrimenti la ‘ndrangheta lo onorerà comunque delle sue attenzioni. Se chiederà aiuti per investire nella propria azienda potrebbe ritrovarsi con funzionari o politici pronti a presentargli liste di persone da assumere e/o campagne elettorali da sostenere.
Per chi si rivolgerà ad un mercato pubblico la vita diverrà ancora più dura. Storicamente il mercato più importante al sud è stato (ed è ancora) quello pubblico. Si pensi che l’importo complessivo dei bandi di gara per le sole opere pubbliche in Calabria nel 2004 ammonta a 2.422,20 milioni di euro, con una crescita del 235,1% dal 2002, una media di 1.215,19 euro annui ad abitante! (Fonte “Rapporto 2004 opere pubbliche” Regione Emilia Romagna) La competizione, in molti casi, non è generalmente fondata solo sulla qualità della fornitura, quanto piuttosto sulla qualità e quantità dei patrocini clientelari o su legami alla ‘ndrangheta. In questi casi il libero mercato diventa un concetto puramente teorico. Quasi nessuno viene risparmiato, nemmeno le cooperative sociali, a volte anche per poche migliaia di euro. Se le somme di denaro sono ingenti il rischio è di vedersi comunque richiedere, più o meno tacitamente:
– tangenti;
– liste di persone da assumere;
– pacchetti di voti;
– scambi di favori.
Ovvero combinazioni plurime di questi elementi proporzionati agli importi in gioco.
Certo, non sempre e non tutto è così. Ma le eccezioni abbiamo il timore che siano divenute sempre più rare ed i settori entro cui valgono queste regole sempre più ampi. Essere onesti in questo contesto diviene un’anomalia. La libera concorrenza e il libero esercizio d’impresa divengono comportamenti eroici.

I POTERI
Nella Locride abbiamo constatato che la gente condivide profondamente il nostro percorso e la proposta culturale che fa mons. Bregantini. Però notiamo anche una forte resistenza al cambiamento dei nostri sistemi locali: non solo della gente comune, anche dell’economia, della politica, delle istituzioni, ecc. Molta gente è chiusa in una morsa paralizzante: da un lato vi è una disponibilità al cambiamento dall’altro c’è qualcosa che la costringe a fare esattamente il contrario di ciò che vorrebbe, conformandosi docilmente ai meccanismi sociali che magari rifiuta o rigetta.

Sembra che le problematiche non siano determinate solo da un certo tipo di cultura o di mentalità ma anche e soprattutto da alcuni “sistemi di potere” o – per dirla cristianamente – da “strutture di peccato”, che assoggettano la gente attraverso le esigenze di sopravvivenza quotidiana.

Quando il potere si fa così pervasivo, tale da controllare tutti gli snodi più importanti della vita quotidiana, come si fa a non assoggettarsi e dire di no alle logiche mafiose e clientelari?

Come si fa a dire di no quando devi trovare un lavoro ad ogni costo per mandare avanti la tua famiglia e crescere i tuoi bambini?

Come si fa a dire di no se un tuo caro rischia di crepare in un letto d’ospedale?

Come si fa a dire di no se l’alternativa è buttare la tua famiglia e i tuoi figli nella paura e nel terrore?

Come si fa a dire di no se devi assolutamente ottenere un prestito, un certificato, un’autorizzazione perché la tua impresa non chiuda?

Come si fa a dire di no se sai matematicamente di essere escluso senza una buona raccomandazione?

Il clientelismo è spesso un percorso di “sopravvivenza” per la nostra gente, in una realtà pervasivamente dominata da queste logiche. Così ogni occasione è buona per dir grazie a qualcuno, sia che uno abbia o non abbia titolarità ad ottenere ciò che chiede.

Questo sistema non credo sia casuale. Non è neanche semplicisticamente il frutto di una cultura distorta. È un sistema di potere strutturato, spesso pensato consapevolmente, per estorcere denaro e/o consenso dalla gente. I soggetti di questo potere, pur a livelli e con modalità differenti, sono: la ‘ndrangheta e le massonerie deviate con tutto l’indotto di cortigiani, consorterie varie e comitati d’affari, non organici ma spesso collusi.

La ‘ndrangheta per molti ambienti rurali, per molti ceti popolari, spesso rimane l’unica fonte di appartenenza ad accesso (apparentemente) gratuito. Al contrario di ciò che si pensa non è solo il denaro che spinge ad affiliarsi, ma anche e soprattutto l’idea distorta del “rispetto”. Dietro le lusinghe del denaro e del “rispetto” si cela una vita d’inferno: si vive nella tensione e nella paura continua, vi è un’altissima probabilità di finire ammazzato, tanti anni della propria vita a volte sono trascorsi in carcere, non si vedono i propri figli crescere, quello che si guadagna lo si spende in processi e avvocati; si viene rispettati solo per paura e quasi mai si ha un’amicizia vera.

Al rispetto della ‘ndrangheta noi contrapponiamo la rispettabilità che proviene dall’onestà e dalla capacità di fare del bene. Proponiamo ai mafiosi quindi di dissociarsi, siamo disponibili ad accogliere le persone detenute o ex-detenute “scaricate” dalla ‘ndrangheta, non più “funzionali”, e ci impegneremo – con il sostegno pubblico – ad offrire un lavoro onesto, forse più modesto, ma che consenta loro di guadagnare e spendere i soldi vivendo in tranquillità, crescere i loro figli senza rischi e continui abbandoni. Per non divenire servili nei confronti di chi detiene il potere proponiamo loro di far rete e far valere insieme i propri diritti.

Sulle massonerie deviate ovviamente pende l’evidente illegalità. Ma anche il mutuo-aiuto e la solidarietà esclusiva (cioé che esclude gli altri) tra i “fratelli”, nella massoneria legale, pone grossi problemi etici in Calabria: possiamo, infatti, ammettere la possibilità teorica di una reciprocità tra membri della massoneria a Milano, dove esistono molti imprenditori che legittimamente possono usare i propri beni privati per aiutare chi desiderano. Ma, in una regione dove il potere da “scambiare” viene principalmente dalla dirigenza o dall’amministrazione della “cosa pubblica”, come è possibile aiutare un “fratello” senza violare la legge o l’etica della pubblica amministrazione? Come si comporterà, ad esempio, un massone se dovrà esaminare una richiesta, un progetto presentato da un suo “maestro” o da un suo “fratello”?

L’appartenenza massonica, inoltre, comporta un clima di segretezza – o “stretta riservatezza” – per gli iscritti, con il rischio di divenire strumento di strategie ad essi ignote. Così come lascia fortemente perplessi anche “la necessità di separare la realtà del lavoro di Loggia da quella profana”.

Alla solidarietà tra i “fratelli” noi contrapponiamo il concetto di “bene comune” che guarda a tutti, massoni e non, che anzi si rivolge prioritariamente a chi è più debole, a chi ha meno potere, a chi non ha la possibilità di ricambiare in alcun modo, e lo fa non in un’ottica di beneficenza ma di pari diritti, pari opportunità, pari dignità.

Alla segretezza o riservatezza noi contrapponiamo l’apertura, chiara, sincera, trasparente, verso tutti, ancor di più se si ricoprono responsabilità pubbliche o private. Le appartenenze vere sono da scambiare, confrontare, rendere pubbliche, in quanto la diversità è fonte di ricchezza e non di turbativa del “percorso iniziatico”. Altrimenti il rischio è di divenire una sorta di “club degli insicuri”, e non un momento di crescita laica, intelligente e aperta.

Questi ragionamenti di carattere generale, che valgono ovunque, diventano ancor più stringenti in una regione dove alcuni approcci culturali possono essere facilmente fraintesi e strumentalizzati. Questo non vuol dire che nelle massonerie legali non possano esserci persone che hanno nobili intenzioni o che hanno a cuore il bene comune: è lo strumento e il metodo che è da cambiare e siamo pronti in qualunque momento a dialogare con coloro che se ne renderanno conto.

Esistono poi le massonerie deviate, che sanno colpire a morte senza sparare, a volte anche servendosi di strumenti legali e di inquisizioni punitive, per ledere soprattutto la credibilità di chi le combatte.

le richieste
In questi giorni abbiamo ribadito più volte che l’omicidio di Fortugno ha un valore simbolico inquietante: si è colpito uno degli eletti per minacciare e ricattare la politica. Con la devolution bisogna occupare anche le Regioni. E la ‘ndrangheta lo fa con la violenza, con l’intimidazione, colludendo con la politica, con le consorterie di affari, entrando nella massoneria (cfr. “Relazione sullo Stato della Lotta alla Criminalità Organizzata in Calabria” della Commissione Parlamentare Antimafia approvata il 26 luglio del 2000). La ‘ndrangheta, probabilmente, aveva già iniziato qualche tentativo di presenza diretta in ambito amministrativo locale. Nel frattempo è cresciuta anche nella gestione di attività legali e si è circondata di “consulenti” che la stanno tirando fuori da situazioni di subalternità culturale. Oggi alza ancora di più il tiro delle pretese. Ecco perché è ormai improrogabile, a tutti i livelli, un’efficace riforma etica e morale dei partiti e del mondo amministrativo, anche come forma urgente di auto-tutela.

COME?
Ecco alcune proposte:
Si dice che la ‘ndrangheta chieda il conto non solo dei voti richiesti ma anche di quelli non rifiutati esplicitamente. I partiti dunque rifiutino pubblicamente persone e sostegni, discussi o discutibili, nei territori e a livello regionale, non solo in Calabria. Si pronuncino già a partire dalle prossime elezioni politiche affermando di non voler nemmeno un voto procurato dalle cosche o dalle massonerie deviate. Ogni partito pretenda lo stesso atteggiamento dalle proprie sezioni locali in ogni futura consultazione amministrativa. Espella dal partito persone, anche a livello locale, notoriamente discusse o discutibili.
I partiti accettino il sostegno delle massonerie solo se reso pubblico ed esplicito. Ogni persona che vanga nominata dirigente, assessore, o assuma qualsiasi altro incarico pubblico di responsabilità, deve dichiarare pubblicamente ogni sua appartenenza, in modo da dare la possibilità alla collettività di verificare se vi siano interessi particolaristici o un vero orientamento al bene comune.
Le nomine espresse negli incarichi regionali comunque non esprimano prevalentemente poteri forti e interessi particolaristici. Si prediligano invece persone di grande competenza, di indiscussa levatura morale, ineccepibili per il loro orientamento al bene comune.
E’ importante che si capisca che l’etica non è più un lusso in Calabria, soprattutto per la politica: non è possibile creare sviluppo nella nostra regione senza una potente carica etica.

ALCUNE RICHIESTE SPECIFICHE
E’ necessario che continui fino in fondo l’azione repressiva dello Stato. Mi auguro quindi che i parlamentari qui presenti continuino a chiedere conto al Governo sui risultati ottenuti in relazione a tutti gli omicidi rimasti impuniti. Chiediamo con forza, ad entrambi gli schieramenti, di porre la lotta alla ‘ndrangheta e alle massonerie deviate come obiettivo prioritario del prossimo governo.
L’azione repressiva è però condizione necessaria ma non sufficiente per combattere le mafie. E’ necessario anche creare nuove occasioni di lavoro, in particolar modo promuovendo la nascita di piccole imprese. In questo senso abbiamo bisogno di più strumenti, agili dal punto di vista burocratico, rigorosi sui percorsi reali nei territori.
Chiediamo al Governo attuale e a quello futuro ancora più fondi per i servizi sociali (e non tagli come si paventava per il Fondo Nazionale delle Politiche Sociali!); in particolare chiediamo un intervento speciale sulla prevenzione delle devianze minorili e giovanili in tutte le aree più a rischio. Al presidente Loiero chiediamo di attivare immediatamente i Piani di Zona. Solo così potremo evitare che la devianza non alimenti le fila della ‘ndrangheta.
Le aree di collina, di montagna e le zone rurali debbono essere investite da piani di sviluppo che prevedano l’intervento privilegiato della cooperazione e dell’associazionismo imprenditoriale.
Non è più tollerabile la mancata attuazione della legge regionale sulla cooperazione sociale da sostenere come momento importante di sviluppo locale.
Vorremmo che la sanità regionale fosse restituita al controllo pubblico, ridimensionando lo strapotere dei privati e valorizzando semmai il privato sociale, negli ambiti che gli competono per tradizione e competenza.
Chiediamo a tutti di valorizzare la cooperazione sociale di tipo B (le cooperative che fanno inserimento lavorativo di persone svantaggiate) che rappresenta una vera risposta al bisogno di sviluppo socio-economico dei nostri territori. Vi sono, in particolare, tre caratteristiche che questa modalità d’impresa adatta a favorire lo sviluppo locale: 1. una cooperativa sociale è espressione della comunità locale e, dunque, palestra di partecipazione e di cittadinanza attiva; 2. è una scuola di alta imprenditorialità, in quanto rendere sostenibile una cooperativa sociale di tipo B è molto più difficile che far quadrare i conti di una normale impresa; 3. la cooperazione sociale è uno spazio di integrazione e solidarietà capace di includere persone che altrimenti verrebbero inevitabilmente escluse dal mercato del lavoro, alimentando il disagio da cui attinge la ‘ndrangheta. Ma le cooperative sociali di tipo B, al momento, paradossalmente, sono le imprese più penalizzate dagli aiuti di stato. Quindi al Governo chiediamo ulteriori strumenti di sostegno per questo formidabile strumento di imprenditorialità e integrazione. Alla regione e a tutti gli enti ad essa collegati (quindi anche le ASL) chiediamo facciano l’opzione politica di riservare ad esse 1/3 delle forniture di prodotti o servizi, magari a fronte di una verifica della qualità sociale più rigorosa per prevenire possibili strumentalizzazioni.
gli impegni
Detto ciò, non vogliamo certamente apparire come coloro che denunciano o propongono senza mettersi direttamente in gioco. Quanto abbiamo realizzato e i costi che abbiamo pagato dovrebbero essere già sufficienti a sgombrare il campo da tale sospetto. Ma oggi proviamo nuovamente a riproporre la nostra disponibilità.

Se si ritiene di riconoscere e valorizzare questo nostro movimento, ovviamente alle condizioni di trasparenza e moralità che abbiamo appena chiesto, siamo disponibili a offrire la nostra esperienza e le nostre competenze acquisite sul campo, a mettere a disposizione la nostra rete regionale e nazionale di supporto, anche per sviluppare partenariati utili e interessanti. Siamo disponibili a lavorare insieme per un’efficace programmazione regionale e locale che riguardi le politiche sociali e sanitarie, il volontariato, le politiche attive del lavoro, la formazione professionale, lo sviluppo locale.

Ribadiamo il carattere non strumentale della nostra disponibilità. Abbiamo solamente a cuore che l’intervento pubblico sia veramente efficace ed efficiente, in una situazione in cui tantissima gente non può più permettersi il lusso di aspettare o sperare in soluzioni future.

Alla gente che è venuta in forze a questo convegno, che crede profondamente nell’esigenza di una riforma etica della politica, che pensa che in Calabria si debba costruire una classe dirigente che concili efficacia ed eticità, proponiamo di creare una rete, un movimento regionale, fatto di persone libere, trasparenti, coraggiose, anche di diversa estrazione politica e confessionale.

Questo movimento non dovrà porsi obiettivi ampi o progetti di sviluppo per la Calabria, ma dovrà avere a cuore un solo obiettivo, prerequisito indispensabile per tutto questo: promuovere nuova classe dirigente per favorire la democrazia e la libertà. Chi di voi è interessato a partecipare e confrontarsi in questa direzione lo segnali all’uscita alla nostra segreteria. Vi ricontatteremo fra qualche mese, dopo le prossime consultazioni elettorali!





La Calabria ha bisogno di passione e coraggio

2 12 2004

di Aldo Pecora (*)
Lettera aperta alla Calabria degli Onesti

E’ trascorso quasi un anno, ormai, da quel terribile 16 ottobre 2005. Il giorno che a suo tempo definii “l’11 settembre dei calabresi”, il giorno in cui la ‘ndrangheta sfidava apertamente e nel modo più eclatante la politica, in un seggio elettorale, quasi a voler rimarcare il concetto che in Italia la sovranità appartiene al popolo, ma in Calabria no: se c’è in Calabria chi vota con la penna, c’è sempre chi per votare usa le calibro 9. E’ la Calabria della ‘ndrangheta, quella che non fa sconti a nessuno, quella che le cambiali elettorali te le fa pagare con gli interessi, quella che non fa differenza tra destra e sinistra: la ‘ndrangheta governativa.
L’eccezionale risposta in prima istanza da parte dello Stato ci ha fatto credere che davvero il sacrificio di Franco Fortugno non fosse stato vano.
Il Presidente Ciampi, l’allora candidato Premier Romani Prodi, il Ministro all’Interno Pisanu che ha mandato a Reggio il super-Prefetto De Sena. Dal tramonto segnato dall’omicidio del Vicepresidente del Consiglio regionale si intravedeva l’alba di una nuova Calabria.
La fantastica e spontanea ribellione di noi ragazzi e ragazze di tutta la regione, che con i tanti striscioni, a partire dallo straordinario “striscione bianco” dei ragazzi del Liceo Zaleuco di Locri esposto il 17 ottobre davanti al Tribunale di Locri, ha commosso l’Italia intera che ci ha battezzati “i ragazzi di Locri”.
E da lì per mesi inviti nelle scuole di tutto lo Stivale; conferenze, dibattiti, assemblee, incontri. Un intero Paese che sentiva e sente tutt’ora la necessità di costruire una nuova cultura della legalità a partire dai giovani, da quei “coraggiosi ragazzi di Locri”, che per una volta hanno fatto sì che si parlasse positivamente della Calabria.
Quei ragazzi, a quasi un anno, ancora quell’alba la attendono. Continuano a sperare e non si fermano mai. Incontrano per strada il sostegno degli ultimi, dei dimenticati, degli onesti, e soprattutto delle vittime, di chi ha pagato sulla propria pelle la spietata potenza distruttiva della ‘ndrangheta, come i figli dello stesso Franco Fortugno, Rosanna Scopelliti, figlia del compianto giudice Antonino, Mario Congiusta, padre del giovane imprenditore sidernese Gianluca, una delle oltre 30 vite spezzate “senza movente né mandanti” nella Locride in un solo anno.
Quei ragazzi continuano la loro piccola rivoluzione in silenzio. Accusati in passato di strumentalizzazioni politiche, sono loro a “strumentalizzare” paradossalmente i politici facendo sottoscrivere ad oltre 130 deputati e 35 senatori il rivoluzionario Disegno di Legge “Lazzati”, che va a ledere come un bisturi il rapporto contrattuale stretto dalla mafia con la politica.
E mentre il Palazzo litiga su poltrone e rimpasti in Giunta, i ragazzi si auto-organizzano, fanno rete.
La Calabria non può più aspettare. I calabresi onesti non vogliono più aspettare.
Una regione dove a detta di tutti all’indomani dell’omicidio Fortugno tutto doveva cambiare, nulla sarebbe dovuto essere più come prima. Ed invece no, qui è tutto, purtroppo, peggio di prima.
Ventidue consiglieri regionali indagati, a destra ed a sinistra, tra questi ora anche il Vicepresidente della Regione per truffa, abuso d’ufficio ed associazione per delinquere. Passando per l’approvazione tacita delle prime vergognose leggi-antitrasparenza della storia della nostra regione. E, dulcis in fundo, tenendo presente che in questo momento siede in Consiglio regionale chi fino a qualche tempo fa aveva nella propria segreteria anche uno dei presunti mandanti dell’omicidio Fortugno, già arrestato per traffico d’armi.
In una regione “normale” una situazione del genere non esisterebbe, perché serietà istituzionale imporrebbe a tutta la classe politica un grande passo indietro ed un momento di sincera e pubblica riflessione. In Calabria evidentemente no.
Ma la partita non è ancora chiusa.
Vogliamo continuare a sperare di poter presto vedere i frutti del sacrificio di Franco Fortugno e di tutte le altre vittime innocenti che hanno pagato col sangue l’amore per la nostra Calabria. Per far ciò occorre prima di tutto passione e coraggio da parte di tutti, in primis dagli uomini delle Istituzioni, quei pochi politici onesti, che devono saper lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte e coinvolgere attivamente in un vero nuovo corso per la nostre regione quella fetta di Calabria sana che per troppo tempo ha aspettato fuori dalla porta. E’ la Calabria dei giovani, dei professionisti, di chi sogna e spera di non scappare, e di far crescere qui un domani i propri figli.
Dobbiamo unirci, fare rete. Noi giovani antimafiosi lo stiamo già facendo, o almeno ci stiamo provando seppur con mille sacrifici. Ma non possiamo, non vogliamo e non dobbiamo essere i soli Don Chisciotte della situazione.
In tutta la Calabria, non solo a Locri, nonostante l’incessante impegno degli uomini delle Forze dell’Ordine certamente in numero insufficiente (con investigatori “sprecati” forza di cose a fare i posti di blocco), si contano un morto ammazzato al mese, decine di auto incendiate a settimana, ogni giorno rapine a mano armata in casa di anziani pensionati ed atti intimidatori a magistrati ed amministratori locali.
Non possiamo e non dobbiamo, a questo punto, continuare a delegare i problemi della Calabria alle sole forze dell’Ordine ed alla Magistratura. Bisogna ripartire dal basso, con associazioni, movimenti, cooperative sociali, sacerdoti, magistrati, professionisti, studenti, imprenditori, professori, giornalisti, padri e madri di famiglia, la cosiddetta società civile insomma.
La Calabria non può più aspettare, aiutiamola. Aiutiamoci.
Non si tratta di scegliere se stare a destra o a sinistra, ma si deve scegliere solo da quale parte del campo stare, se dal lato degli Onesti o dall’altro.
Quello che serve davvero alla Calabria è un processo di inversione culturale delle coscienze. Una piccola rivoluzione fatta non con le armi, ma con e nelle teste prima di tutto dei calabresi. Ed a tutto questo occorre soprattutto affiancare fatti concreti, perché di parole inutili ne sono state dette troppe.
“La gente fa il tifo per noi”, diceva sempre più spesso Giovanni Falcone a Paolo Borsellino.
Anche in Calabria è così, ce l’ha dimostrato concretamente l’Italia intera: la gente fa il tifo per noi.
La Calabria ha bisogno di passione e coraggio. Non lasciamoci soli.

Aldo Pecora
 (*) Movimento dei ragazzi di Locri e di Calabria “E adesso ammazzateci tutti” – www.ammazzatecitutti.org

 





In 10 punti la proposta di Calabrialibre

1 12 2004

Dieci punti di democrazia; Per un’Italia punto e a Capo

  • 1. Introduzione delle primarie per legge, al di fuori delle logiche partitiche, promozione della democrazia popolare e partecipata;
  • 2. Immediata riduzione del 50% del costo della politica, degli apparati dei partiti e dei sindacati, delle consulenze e riduzione drastica di tutti i benefit a queste categorie referenti. Prelievo a favore del fondo sociale per i pubblici dipendenti che appartengono (Stipendi e pensioni d’oro) alle fasce reddituali più alte;
  • 3. Costituzione di un fondo sociale con i risparmi della politica e con l’utilizzo dei beni confiscati, per alleviare le problematiche delle classi meno abbienti, per la tutela della maternità e dei minori, introduzione di norme più severe per le violenze su soggetti più deboli (anche immigrati), costituzione di una agenzia nazionale per la tutela della maternità e dell’infanzia;
  • 4. Istituzioni di nuclei territoriali di monitoraggio e controllo della spesa pubblica e dell’etica comportamentale in relazione alla pubblica amministrazione, sorteggiati da appositi elenchi, di cittadini e professionisti che si rendono gratuitamente disponibili, con rinnovo ogni sei mesi, della metà dei membri, coordinato da un magistrato, il nucleo può emettere eventuali atti di censura;
  • 5. Legge sull’informazione e sul conflitto d’interessi, depenalizzazione del reato di diffamazione in relazione alle opinioni espresse nei confronti degli amministratori pubblici, politici o manager di imprese a partecipazione pubblica. Sviluppo delle attività di ricerca, per l’istruzione e per la diffusione della cultura, riqualificazione del corpo docente, nuove regole di reclutamento per il mondo accademico;
  • 6. Riforma del lavoro, formazione specializzata, redazione di elenchi pubblici per comparto e rotazione degli iscritti, nella pianta organica della pubblica amministrazione, anche ricorrendo al sorteggio, compresi i soggetti che aderiscono alle agenzie interinali, sottoposizione al contributo sociale per i proventi percepiti dallo svolgimento di attività sportive, di spettacolo, per le vincite a lotterie, giochi e scommesse, lasciti o eredità non dirette e degli utili non reinvestiti in azienda aldilà di una certa soglia;
  • 7. Inibizione al voto ed alla partecipazione alle campagne elettorali, di tutti coloro che sono condannati per reati associativi, soprattutto per i reati di stampo mafioso;
  • 8. Accelerazione dell’azione processuale per i politici e i dirigenti della pubblica amministrazione, sospensione e successiva decadenza degli eletti in caso di rinvio a giudizio o condanna, per reati associativi o contro l’ambiente o il pubblico patrimonio, licenziamento per i dipendenti della pubblica amministrazione, colpevoli degli stessi reati, esclusione da ogni beneficio per i condannati per reati percepiti dalla pubblica opinione più gravi;
  • 9. Aggravamento delle pene per i reati ambientali, concussione o abuso di ufficio, per tutti coloro che hanno responsabilità nella pubblica amministrazione o politiche. Confisca dei beni, oggetto di investimento, nei confronti di imprenditori che distraggono le pubbliche provvidenze o che non rispettano la normativa di riferimento;
  • 10. Individuazione di casi di facile ed ingiustificato arricchimento. Verifica patrimoniale per i manager pubblici, i consulenti di enti pubblici, i politici e i pubblici amministratori, confisca dei beni dei quali non è possibile verificare o giustificare la provenienza, e che non abbiano tenuto comportamenti fiscali corretti nei dieci anni precedenti alla verifica.