UN PROGETTO PER LA CALABRIA

3 12 2001

di Alessandro Bianchi 
 

UN PROGETTO PER LA CALABRIA

  • Che cosa è Progetto Calabrie?
  • Un’idea di Calabria
  • Un sistema produttivo da riconvertire
  • Una società di differenze e un patrimonio giovanile
  • Un territorio da riqualificare e valorizzare
  • Una classe dirigente per governare la Calabria
  • Un passo avanti verso la società civile

Che cosa è Progetto Calabria?
Vorrei aprire questo mio intervento cercando di rispondere ad una domanda che pongo a tutti noi: perché siamo qui? Che è come dire: chi siamo e che cosa vogliamo fare?
In verità dovremmo dire chi stiamo diventando, visto che da quando abbiamo iniziato – non più di qualche mese fa – questo nostro movimento mi sembra vada crescendo ad un ritmo via via più frequente, a significare, io credo, che il messaggio di fondo, ha colto nel segno, ha toccato le corde di molti, moltissimi calabresi.
Se penso ai primi incontri vedo uno sparuto gruppetto di persone – messo insieme dall’azione continua e tenace di Ora Locale – che discute per l’ennesima volta della stessa cosa: la Calabria, i ritardi, le storture, il malaffare, la mancanza di lavoro, il degrado del territorio, la corrosione sociale, l’incapacità di gestire le risorse, l’inadeguatezza della classe dirigente.
Si tratta di un gruppetto di persone da tempo consapevoli dei problemi della Calabria; persone impegnate, spesso con compiti di responsabilità, in diversi comparti del settore pubblico e privato; persone che ritengono anche di poter indicare soluzioni appropriate per alcuni dei tanti problemi sul tappeto.
E tuttavia, in assenza di un coagulo, di una spinta, di una molla iniziale, le loro discussioni finivano inevitabilmente con un appuntamento ad una discussione successiva, mentre la realtà continuava a fluire nello stesso inesorabile modo.
Ma questa volta no! Questa volta la vicenda ha preso una piega diversa, qualcosa è scattato.

Perché, ci siamo chiesti, non si può riuscire a fare qualcosa per cambiare la situazione?

Perché continuare a discettare sui problemi e su quelle che riteniamo debbano essere le soluzioni e non riuscire a spostare di una virgola la realtà?

E in quale maledizione originaria sta scritto che la Calabria è destinata a subire senza reagire questo destino di declino economico, sociale e territoriale?

E perché persone che sanno governare istituzioni, enti, imprese, associazioni, non devono essere capaci di fornire indicazioni e, magari, spendere se stesse per governare, nell’accezione più ampia e nelle più diverse sedi, la Calabria?

Forse, ci siamo detti in un primo momento, possiamo fare qualcosa in questa direzione; forse, ci siamo detti subito dopo, dobbiamo, abbiamo il dovere di fare qualcosa in questa direzione perché la misura è colma.

Non possiamo più rimanere inerti a guardare una regione che va alla deriva: un sistema produttivo privo di riferimenti ancor prima che di risorse; una società che non rispetta le sue identità culturali; generazioni di giovani che vivono ai margini del mondo del lavoro; fiumi di denaro che si disperdono in mille rivoli senza costrutto e altri fiumi di denaro che alimentano circuiti illeciti; un territorio che subisce scempi quotidiani, con città stuprate da un edilizia illegale e di infima qualità, ambienti inquinati e coste deturpate; una classe dirigente – politici, amministratori, imprenditori, intellettuali, sindacati, professionisti – rassegnati a subire questo insieme di storture quando non complici del suo formarsi.
Non possiamo più rimanere inerti di fronte a tutto questo e non possono più rimanere inerti tutti quelli che in questa terra vivono e ne hanno a cuore il destino, che è il destino dei loro figli e dei figli dei loro figli.
E’ da qui, da un moto di indignazione e da uno scatto d’orgoglio insieme, che ha preso le mosse quello che abbiamo chiamato Progetto Calabria che, mi sembra di poter dire, ha generato in poco tempo un’eco ampia e destato un’attenzione che ormai è più che curiosità e spento anche qualche sorrisetto di sufficienza di troppo.
Lette nella loro brevissima prospettiva temporale, le riunioni di Lametia a luglio e a settembre e questa nostra convention odierna, hanno l’aspetto di un’onda che si allunga e che monta.
E, allora, eccoci qui per raccontare che cosa è Progetto Calabria.
Provo a rispondere a questa domanda in modo estremamente sintetico.
Progetto Calabria:
è un idea di Calabria; è un programma per governare la Calabria; è un metodo per scegliere le persone cui affidare il governo della Calabria.

L’idea è quella di una regione proiettata in uno scenario futuro di lunga prospettiva e di ampio respiro, nel quale la Calabria appaia per come può essere:

  • una regione giovane, protesa a collocarsi in modo autorevole nel panorama nazionale e punto di riferimento internazionale per le relazioni di area mediterranea;
  • una regione con un’economia innovativa, basata sull’ applicazione dei canoni della società della conoscenza e dell’informazione alle sue risorse tradizionali;
  • una regione con una società più giusta e più libera, che valorizzi l’immenso patrimonio costituito dai giovani;
  • una regione con un territorio riqualificato e valorizzato nelle sue enormi potenzialità.

Questa è l’idea di Calabria che abbiamo e che pensiamo sia del tutto possibile concretizzare a condizione che si accetti come presupposto un principio irrinunciabile, senza il quali non vi è possibilità che l’idea si inveri, che la Calabria diventi quella che vogliamo.
Il principio, semplice ma dirimente, riguarda l’etica dei comportamenti a tutti e tre i livelli – politico, comunitario e individuale – ai quali è riconducibile.

A quello dell’etica politica, ossia dell’orientamento della vita di una società attraverso l’emanazione di leggi, perché temo che se sottoponessimo a questo tipo di verifica la massa di leggi prodotte in trenta anni dall’Ente Regione, difficilmente scopriremmo che hanno orientato in modo virtuoso la società calabrese.

A quello dell’etica comunitaria, ossia all’insieme dei codici di comportamento che una società costruisce al suo interno per dirimere i conflitti di interesse tra alcuni dei suoi membri e la collettività, ad esempio in materia di tenuta di cariche pubbliche, perché anche per questo aspetto il panorama attuale è, per usare un eufemismo, tutt’alto che edificante.

A quello dell’etica individuale, più frequentemente conosciuta come morale, che riguarda il modo in cui ciascuno gestisce la propria vita in rapporto agli altri attraverso la coscienza individuale, per temperare la tendenza spontanea a massimizzare il proprio interesse anche a danno dell’interesse comune, che mi pare sia un tratto assai diffuso nel nostro ceto politico-amministrativo.
Su questo punto sarà bene capirci subito, nel senso che chi vuole far parte del Progetto Calabria deve sposare questo principio e praticarlo in modo rigoroso.
Per gli altri, grazie sarà per un’altra volta.

Detto dei principi, vediamo ora quali sono gli aspetti della questione che vanno affrontati per costruire un programma di lavoro e per scegliere le persone in grado di garantire un governo della Calabria all’altezza dei suoi problemi.

A mio modo di vedere, il programma deve affrontare con pari intensità di tre grandi questioni:

  1. l’arretratezza del sistema produttivo
  2. la fragilità del sistema sociale
  3. il degrado del territorio

A queste tre questioni farò cenno brevemente cercando di evidenziare i problemi aperti, le risorse disponibili e le possibili soluzioni, sotto forma di spunti per un programma.
 

Un sistema produttivo da riconvertire
Ad uno sguardo d’insieme, l’economia della Calabria e, in particolare, il suo sistema produttivo, appare ancora oggi in forte ritardo sia rispetto al resto del Paese che alle altre regioni del macroinsieme meridionale, sicché oggi siamo in presenza di una macroscopica insufficienza del volume di attività produttive, che continua ad acuire le tensioni sul mercato del lavoro.
Con riguardo a questo aspetto, la Calabria ha ormai conquistato il più triste dei primati in campo nazionale ed europeo, quello del tasso di disoccupazione, un tasso che oggi si aggira sul 25%, il che vuol dire che un calabrese su quattro in età lavorativa non trova occupazione.
Stiamo parlando ormai di oltre 200.000 persone, un esercito di disoccupati composto in prevalenza da generazioni di giovani mai entrati nel mondo del lavoro.
E che dire del lavoro irregolare o sommerso o come lo vogliamo chiamare, che in Calabria tocca la punta massima in Italia con circa il 45% di irregolari, una punta che arriva addirittura al 60% nel settore edilizio?
Credo che un Paese civile, una Regione civile non possa permettersi di mantenere un contingente di lavoratori fuori regola, privi di diritti fondamentali, non tutelati dallo sfruttamento.
E guai a considerare questa situazione come un ammortizzatore sociale, perché comunque consente che ci sia un lavoro; al contrario, è un indicatore di profondo disagio economico e sociale cui sottostanno fenomeni gravi, che vanno dall’evasione dagli obblighi fiscali e contributivi fino al sostegno di attività criminali.
L’avvio a soluzione di questi drammatici problemi, richiede un rilancio del sistema produttivo su basi del tutto diverse da quello attualmente esistente che, in un epoca in cui primeggiano i fattori della conoscenza, dell’innovazione e della globalizzazione, continua ad avere i suoi assi portanti nell’edilizia e nell’agricoltura tradizionale.
D’altronde se si fa una sia pur rapida disamina della storia recente della Calabria, ci si rende facilmente conto che si tratta di una storia di ricorso a risorse esogene – per lo più estranee al suo tessuto economico, sociale, territoriale e culturale – che è servita a sostenere la domanda locale senza riuscire a creare un significativo tessuto produttivo.
Cosicché continua a proporsi il problema della inversione del rapporto di dipendenza dall’esterno e della contemporanea formazione di una struttura economica regionale il più possibile autonoma ed autopropulsiva, il che può ottenersi solo attribuendo un ruolo centrale alle risorse endogene – quelle che la Calabria possiede al suo interno – e rapportando a queste, in termini di integrazione e potenziamento, le risorse provenienti dall’esterno.
Ne discendono obiettivi puntuali da perseguire sia in ordine alla struttura produttiva che alla localizzazione e alla tipologia degli insediamenti: specializzazione e qualificazione della produzione agricola; integrazione della produzione industriale con quella agricola; potenziamento e qualificazione dell’offerta turistica; sviluppo delle attività connesse alla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale; sviluppo delle attività connesse alla difesa del suolo; potenziamento e qualificazione dei servizi alle imprese; insediamento di unità di piccola e media dimensione; diffusione territoriale degli insediamenti produttivi.

Muovendo da questa inversione di linea, occorre poi puntare all’accrescimento dei settori a più alta produttività, allo sviluppo di nuove specializzazioni produttive, alla formazione di sistemi integrati di imprese di varia dimensione e tipologia, capaci di raggiungere i livelli di competitività indispensabili per poter essere presenti e vincenti sul mercato globale.
Certo nel delineare questo scenario, non si può dimenticare che esistono due fattori esterni che ostacolano la localizzazione di nuove imprese e la crescita di quelle esistenti:
– Uno è rappresentato dalla criminalità organizzata, che fa della Calabria una delle regioni maggiormente a rischio, il che ha un peso decisivo nel regolare i flussi di investimento dall’esterno e dall’estero soprattutto; a questo aspetto il governo regionale dovrebbe prestare la massima attenzione, sia per chiedere un intervento forte – di tutt’altro livello e qualità di quello attuale – al governo centrale, sia promuovendo le azioni di mitigazione che attengono alla sua sfera di competenza.
Vorrei, però, sottolineare il fatto che il problema della criminalità non può essere risolto con la sola azione di contrasto, ma va affrontato anzitutto a partire dalle nostre teste, nel senso che dobbiamo formare dentro di noi, in modo particolare tra i giovani, una cultura della legalità, che vuol dire rispetto delle regole, dalle più elementari (vorrei dire il casco e le cinture di sicurezza) a quelle che regolano in modo più stringente la vita sociale.
Solamente radicando profondamente questa cultura riusciremo a mettere i comportamenti illegali fuori dalla convivenza civile.
– L’altro è la carenza di infrastrutture, che determina ritardi e vischiosità nei sistemi di interazioni fisica che, malgrado l’importanza sempre maggiore della telematica, restano di importanza fondamentale per le relazioni produttive e sociali.Penso al fatto che la Calabria da tempo non ha un’autostrada, perché credo nessuno pensi sul serio che la tratta calabrese della Salerno-Reggio Calabria lo sia più, o che quando tra dieci anni chiuderanno i cantieri da terzo mondo attraverso i quali passiamo, la nuova autostrada sarà adeguata alle necessità di allora.
Penso alla linea stradale e ferroviaria jonica, che nella testa del governo nazionale è avvertita come un grande scheletro chiuso in un armadio che sarebbe meglio non aprire mai, anziché come una straordinaria direttrice in grado di aprire la Calabria verso la Basilicata e la Puglia completando il corridoio adriatico, oltre che a ristabilire condizioni di civile insediamento per una parte rilevante del territorio regionale.
Penso alle grandi infrastrutture idriche, avviate con un piano imponente nel lontano 1978 e ancora tutte da completare, mentre intere città – addirittura Reggio Calabria – vivono senza acqua potabile.
Penso all’imponente patrimonio di porti – da Sibari, a Crotone, a Vibo a Catanzaro, a Villa S.Giovanni, a Saline – lasciato in una condizione di abbandono o di mera sopravvivenza, mentre all’opposto in ogni centro costiero, fuori da ogni organica visione della domanda e dell’offerta, nasce un porticciolo turistico, il porto turistico pret-a-porter.
Ed è ben triste constatare che di fronte ad una simile situazione si continui a pensare alla costruzione di un ponte faraonico, dicendo che è realizzabile sul piano tecnico, il che è ancora tutto da dimostrare; che è finanziabile con capitali privati, il che è un falso clamoroso; che è sostenibile dal punto di vista ambientale, il che offende il senso comune delle cose; che serva a congiungere l’Europa con la riva sud del Mediterraneo, confondendo lo Stretto di Messina con quello di Gibilterra, e così via.

Ciò su cui dobbiamo riflettere è che non il ponte – che non c’è e probabilmente non ci sarà mai – ma l’idea del ponte (con tutto quello che continua a muoversi in termini di risorse finanziarie e umane attorno ad esso) rappresenta ormai un danno enorme per la Calabria.
Lo è perché impedisce di realizzare interventi mirati di costo contenuto che farebbero migliorare enormemente la qualità dell’attraversamento, come la delocalizzazione a sud degli approdi, come il potenziamento delle autostrade del mare, come l’eliminazione degli assurdi attraversamenti dei centri urbani a Messina e a Villa S.Giovanni.
E lo è perché continua a sottrarre non solo risorse finanziarie ingenti ma, vorrei dire soprattutto, risorse mentali, culturali e professionali alla progettazione di quello straordinario ecosistema naturale e insediativo che è l’Area dello Stretto, tenendole prigioniere di una logica monotematica: costruire un ponte inutile.
E’ per questo che, come ho detto anche al Presidente della Confindustria, sul ponte non ci si può permettere di avere un atteggiamento di desistenza: penso sia inutile e penso anche che non si farà, ma non mi schiero, resto neutrale per non disturbare il manovratore di turno, e in cambio chiedo che si realizzino altre infrastrutture.
Non si può avere questa posizione perché c’è un danno già in atto che si aggrava ogni giorno e che bisogna eliminare.
E’ per questo motivo che un programma innovativo per la Calabria quale quello che andiamo proponendo, deve prevedere l’azzeramento della questione ponte e la richiesta che la Società dello Stretto venga riconvertita affidandole il compito di procedere alla progettazione di tutte le opere di carattere infrastrutturale, insediativo e ambientale che occorrono nell’Area dello Stretto.

Una società di differenze, un patrimonio giovanile
La precarietà del sistema economico e le sue implicazioni sul mercato del lavoro, trovano un puntuale riscontro nella percezione che ha di se stessa la società calabrese, una società caratterizzata da un profondo disagio dovuto alla compresenza di elevati livelli di disoccupazione e di carenza di servizi sociali.
Da un’indagine condotta dal CENSIS per conto dell’Università Mediterranea, emerge che nella metà delle famiglie calabresi è presente un componente disoccupato o un lavoratore precario o sommerso e la percezione di una condizione di povertà riguarda il doppio delle famiglie rispetto alla media meridionale e che una famiglia su quattro deve affrontare problemi di assistenza ad un componente anziano o disabile.
E poiché a questi problemi le istituzioni di governo non rispondono in maniera significativa, la famiglia è costretta a supplire integrando i redditi e fornendo servizi in proprio, il che crea ulteriori freni sia alla mobilità sociale che alla possibilità di intrapresa.
Di fronte a questo quadro di difficoltà strutturali, la società calabrese si presenta sempre più come una società di differenze, una società nella quale si accentuano soprattutto tra generazioni le divergenze nelle aspettative, nelle tensioni, negli atteggiamenti e nei comportamenti; una società nella quale le spinte propulsive determinate da modelli congruenti con una società avanzata vengono spesso annullate dalle inerzie prodotte da modelli di continuismo, frutto anche di una umiliante rassegnazione. Se si aggiunge a questo il diffuso senso di sfiducia nelle istituzioni preposte al governo della cosa pubblica, si ha l’immagine di una società in stallo, una società che non sa in che direzione muoversi e che avverte di non avere una guida alla quale riferirsi.
Tuttavia, nel corpo di questa società così gravata da problemi e ritardi è presente una straordinaria risorsa, che è quella sulla quale si può puntare per ritrovare il bandolo di una matassa – quella dello sviluppo – che sembra irrimediabilmente persa. Questa risorsa sono i giovani.
A dispetto delle enormi difficoltà ambientali entro le quali generazioni di giovani si sono trovati a crescere, a studiare, a provare ad inserirsi nel mondo del lavoro, si è formata soprattutto negli anni più recenti una popolazione giovanile:

  • che ha un livello di scolarizzazione superiore alla media nazionale,
  • che mostra una grande capacità di cogliere rapidamente le opportunità fornite dalle nuove tecnologie della comunicazione, un settore che può facilmente svilupparsi in territori periferici e di nicchia;
  • che ha un forte senso di calabresità, intesa non solo come appartenenza alla propria terra ma come valutazione della Calabria come una terra assillata si da gravi problemi ma nella quale, tuttavia, si può vivere bene e si vuole provare a viverci.

In sostanza rispetto ad un passato neppure tanto remoto, oggi i giovani calabresi sembrano combinare l’amore per la propria terra e per le proprie radici con la volontà di rimanere investendo le proprie capacità per una prospettiva di sviluppo futuro loro e della loro regione.
Allora credo che non ci possa esimere dal raccogliere questa sfida, provando a fare di questo patrimonio giovanile il punto di forza di un processo di ricostruzione del tessuto sociale e di un programma di politiche economiche e occupazionali, capaci di attrarre investimenti e creare occasioni di lavoro.


La risorsa territorio

Certamente la struttura del sistema socio-economico è il problema centrale da affrontare e, quindi, l’intervento su di esso è l’obiettivo prioritario di un programma di sviluppo del sistema Calabria.
Tuttavia questo obiettivo è tutt’altro che scisso da quello relativo all’intervento sul territorio, intendendo per tale la città, l’ambiente naturale, il paesaggio, il patrimonio insediativo e infrastrutturale, quello archeologico,architettonico e artistico, l’armatura urbana, poiché le scelte di natura territoriale orientate alla tutela, qualificazione e valorizzazione di questo patrimonio, costituiscono uno dei più solidi punti di riferimento anche per le azioni di natura economica e sociale.
Lo sono in ragione del fatto che l’intervento sul territorio deve essere diretto ad impedirne un ulteriore degrado, che significa scadente qualità dell’insediamento e minore qualità della vita, in un circolo vizioso che da tempo si perpetua.
Ma lo sono anche in ragione del fatto che l’intervento sul territorio può essere direttamente riconnesso ad aspetti produttivi, innescando un circolo virtuoso in cui mentre si qualifica il tessuto urbano, si migliora la qualità dell’ambiente, si adegua l’armatura urbana, al contempo si creano le condizioni affinché la struttura produttiva industriale- agricolo-turistica e commerciale possa compiutamente svilupparsi.
Muovendo da questo presupposto occorre poi riprendere un discorso da troppo tempo interrotto a proposito del territorio calabrese, quello di un disegno d’insieme che dia la misura spaziale di quell’idea di Calabria alla quale si è accennato in precedenza.
La misura di uno spazio esterno, di una Calabria proiettata nel Mediterraneo, dove deve saper assumere un ruolo da protagonista, come cerniera dell’Europa verso i Paesi della riva sud e del Vicino Oriente.
E la misura di uno spazio interno, costituito dalle grandi aree strategiche – il Sistema Cosenza-Rende-Valle Crati-Sibaritide; il Sistema calabrese centrale della Piana di Lametia-Istmo di Catanzaro-Crotonese; il Sistema reggino dell’Area dello Stretto-Piana di Gioia Tauro-Locride – facendone il riferimento per i sistemi territoriali intermedi, per le aree interne e per i centri minori.
Questo spazio va pensato e progettato in modo unitario, individuandone i nodi problematici e mettendo in campo per la loro soluzione lo straordinario potenziale di cui dispone: dal più grande sistema di parchi naturali d’Europa, alla moltitudine di centri storici di pregio; dalle grandi aree archeologiche, all’immenso percorso costiero; dalle conurbazioni di Cosenza-Rende e Reggio-Villa, ai nodi urbani di Catanzaro, Crotone, Vibo, alle grandi aree ad insediamento diffuso della Sibaritide, del Lametino, della Locride, della Costiera paolana, della Piana di Gioia Tauro-Rosarno.
Per quanto riguarda quest’ultima, dovrebbe essere ormai evidente a tutti che li si è creato il più grande potenziale produttivo che abbia mai interessato la Calabria, al punto che ne costituisce attualmente la sua maggiore risorsa e la sua occasione strategica.
Di questa realtà occorre fare uno dei punti di forza del programma di governo della regione, affrontando il problema di come riverberare sul territorio in modo propulsivo gli effetti delle attività che si svolgono nel porto.
Un tema non facile ma sicuramente risolubile, sul quale molti studi si sono già concentrati – ad esempio nelle Università calabresi – e molte proposte attendono di essere vagliate e, soprattutto, di essere ricondotte all’interno di un master plan per tutta la piana, che da tempo aspetta di essere riavviato.

 

Una classe dirigente per governare la Calabria
L’inadeguatezza della classe dirigente è comunemente indicato come un problema centrale della società calabrese ed è considerato come uno dei maggiori ostacoli all’avvio di processi di sviluppo di questa regione.
Sono convinto che ciò sia vero e, tuttavia, credo che se vogliamo affrontare il problema nella giusta dimensione, occorre passare dalle formulazioni generiche ad alcune più puntuali osservazioni.
La prima è che questa fragilità della classe dirigente costituisce la conseguenza più eclatante di un generale ritardo della struttura formativa presente nella regione.
Basti pensare che fino a trent’anni fa in Calabria non esisteva l’Università e che, quindi, la formazione di alto livello avveniva al di fuori, prevalentemente da Napoli in su, sicché le future componenti della classe dirigente non solo erano costrette ad essere emigranti dell’istruzione (spesso non tornando più indietro) ma quando tornavano erano imbevuti di una cultura altra, spesso ostile a quella dei propri luoghi di origine.
Ma ora la situazione è ben diversa, ora le Università calabresi costituiscono una realtà solida e riconosciuta in campo nazionale e internazionale e i sessantamila giovani che in questi anni si sono laureati al loro interno ci dicono che la prospettiva della costruzione di una nuova classe dirigente all’altezza dei problemi, è nelle potenzialità della Calabria.
L’altro osservazione è che parlando di classe dirigente, non ci si può limitare a parlare di quella politico-amministrativa, addossandole tutte le responsabilità. Queste sono certamente rilevanti, probabilmente le maggiori, ma da questa responsabilità non sono esenti componenti altrettanto importanti della società calabrese.

Come gli imprenditori che, pur scontando le mille e gravi difficoltà nelle quali si trovano ad operare – tra le quali non va dimenticata una perversa struttura del credito – non sembrano capaci di fare quello scatto di reni che è il tratto tipico dell’imprenditore, quello che intraprende rischiando in proprio. In qualche modo l’effetto soporifero introdotto nella società calabrese dal meccanismo dell’assistenza, sembra aver addormentato anche loro.
Qualche giorno fa il Presidente della Confindustria li ha sferzati proprio su questo terreno, e a me è parso di vedere soprattutto gli imprenditori giovani assai reattivi.
Mi auguro che questa impressione trovi conferma, perché in Calabria la costruzione di un vero tessuto produttivo dipende in larga misura dall’affermarsi di un ceto imprenditoriale giovane, rispettoso delle regole, con idee innovative, attento alle peculiarità territoriali, con disponibilità ad investire nella ricerca avanzata, disposto a rischiare e a fare sistema.
Come i professionisti, altra componente portante del sistema economico, che sembra essersi persa nella devastante commistione alla quale una gran parte di essa è costretta con le parti peggiori della burocrazia amministrativa, dispensatrice di incarichi in cambio di ritorni.
I codici deontologici ai quali ognuno di loro è tenuto ad attenersi, andrebbero non solo recuperati dalle soffitte nelle quali sono finiti, ma esaltati in una più ampia dimensione di etica societaria, per essere anche loro protagonisti del processo di rigenerazione che occorre innescare.
Come gli insegnanti – dai professori universitari ai maestri di asilo – che per ragioni diverse sembrano aver dismesso l’impegno civile che è insito nella natura stessa del loro lavoro.
Per alcuni questo disimpegno è dovuto alla naturale tendenza a rinchiudersi nelle loro aule, nelle loro biblioteche, nei loro laboratori, rimanendo un po’ fuori dalla realtà; per altri è dovuta alla progressiva perdita di ruolo sociale, oltre che economico, che ha caratterizzato molte di queste categorie negli anni recenti, nei quali sono stati privilegiati gli arrampicatori sociali rispetto agli educatori sociali.
Ma ora anche loro debbono scendere dalle torri eburnee o uscire dai torpori per stare in trincea, misurandosi con la realtà che li circonda, non respingendola altezzosamente o subendola supinamente ma partecipando delle sue pulsioni e delle sue contraddizioni, lavorando per cercare di renderla migliore.
L’elenco potrebbe continuare, ma il senso di ciò che intendo dire mi sembra ormai chiaro e posso riassumerlo in questo modo.

Ci sono ormai anche in Calabria le condizioni per il formarsi di classe dirigente, ma formarsi non è sufficiente bisogna saper essere classe dirigente e questo oggi in Calabria significa che una parte delle proprio impegno, delle proprie capacità, delle proprie energie, dei propri capitali, almeno una parte di questi devono essere profusi non per se stessi – per far crescere la propria azienda, per innalzare il proprio reddito, per migliorare la propria posizione sociale – ma per la Calabria, per la sua economia, per la sua società, per il suo territorio.
E’ un investimento sociale che oggi non si può evitare di fare.
Non sarà sempre così, domani si potrà lasciare di nuovo questo compito a coloro ai quali compete istituzionalmente di far crescere i capitale sociale – ovvero ai politici e agli amministratori – e si potrà tornare esclusivamente alle proprie occupazioni.
Ma oggi non si può non fare, ciascuno di noi è chiamato a farlo, perché in questa direzione occorre incentivare e sostenere un’azione imponente e diffusa, la sola in grado di introdurre elementi di novità nella società calabrese.

 

Un passo avanti verso la società civile
Vorrei concludere riassumendo per punti le principali questioni che ho cercato rapidamente di presentare.

Primo punto
La Calabria ha bisogno di una scossa sociale che la porti ad avere consapevolezza della parte migliore di se stessa, che le faccia riconoscere le poche ma straordinarie eccellenze che possiede, che promuova le capacità e le competenze, che valorizzi lo spirito di iniziativa, che faccia incontrare la domanda delle imprese con l’offerta di professionalità della società giovanile.

Secondo punto
La Calabria ha bisogno di un territorio rigenerato in tutte quelle componenti che da oltre trenta anni sono state oggetto di aggressione incontrollata. E’ un processo lungo e complesso che richiederà decenni per mostrare risultati tangibili, ma proprio per questo occorre avviarlo al più presto perché solo così potremo muoverci sul duplice terreno di ricominciare a tutelarlo e, contemporaneamente, di renderlo disponibile per la valorizzazione, quella turistica in primo luogo.

Terzo punto
Per fare questo occorre sviluppare una grande capacità di ascolto, occorre mettere a punto una strategia di lungo respiro, occorre dispiegare azioni di sostegno solide ed efficaci.
Dunque occorre una classe dirigente all’altezza del compito.
Ho già detto di questo problema e lo riprendo in conclusione per fare cenno a quella sua componente che, abbiamo detto, ne costituisce magna pars: la classe politico-amministrativa e la sua forma organizzativa, i partiti.
Sono fermamente convinto che i partiti costituiscano una componente essenziale per il funzionamento delle istituzioni e, quindi, della società e che di conseguenza è con loro che occorra costruire ogni ipotesi che riguardi sia il rinnovamento di istituzioni e società sia il ricambio delle compagini governative, anche a livello regionale.
Credo, però, che per la situazione che si è determinata in Calabria e nella vita dell’Istituto regionale in particolare, il servizio migliore che i partiti possono rendere oggi alla società calabrese sia quello di essere protagonisti di una stagione di innovazione non solo nel metodo e nel merito delle questioni di governo, ma anche in quello della scelta delle persone alle quali affidare questa azione di governo. Credo, quindi, che i partiti debbano fare un passo avanti e proporre che in questa occasione – che è certamente un’occasione fuori dall’ordinario, poi tutti ci auguriamo che si torni nell’alveo della normalità – le persone alle quali affidare il compito di governo siano scelte anche e soprattutto all’interno della società civile e con un metodo ampio e aperto di consultazione.
Credo che questo sarebbe un segnale di grande responsabilità e maturità da parte dei partiti, un segnale che la società calabrese non mancherebbe di valutare positivamente.

(questo contributo è tratto da www.progettocalabrie.it)

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