IL MANIFESTO PROGRAMMATICO DI COMUNITÀ LIBERE

4 12 2005

 

chi siamo
1. Comunità Libere è espressione della società civile, è composta da persone, famiglie, comunità, imprese, associazioni, cooperative, gruppi….

2. Nasce dal movimento regionale che fa riferimento al Progetto Policoro e alla cooperazione sociale di CGM, oggi confluito nel consorzio Calabria Welfare, il quale aspira ad agire i valori di Comunità Libere nel mondo imprenditoriale.

3. Comunità Libere riconosce in Gesù Cristo e nel suo Vangelo il fondamento della sua proposta di liberazione, ma intende divenire uno spazio aperto, pluralistico di confronto e azione comune, insieme a tutti coloro che si identificano pienamente con il metodo e i valori essenziali del movimento.

4. Comunità Libere non vuole essere un’aggregazione posticcia di realtà debolmente collegate, bensì lo sforzo collettivo e consapevole di tante persone e realtà verso un unico progetto di liberazione economica e sociale per i nostri territori e la nostra regione, guidato da chiari valori etici di ispirazione cristiana. Ciò richiede incontrarsi, riflettere, programmare azioni e strategie che vivano nei territori locali ma si esprimano in ambito regionale; vuol dire sentirsi una comunità di persone e imprese che osano insieme, guidati da obiettivi comuni.

5. Comunità Libere ritiene essenziale, per raggiungere i propri obiettivi, costruire alleanze nord-sud e sud-sud atte a strutturare una rete veramente ampia, a livello nazionale e internazionale, che supporti in modi diversi il nostro lavoro sui territori. La difficile battaglia per la democrazia e la libertà in Calabria non si vince senza l’aiuto e il sostegno di una forte rete nazionale e internazionale.
 

analisi
6. Nei territori abbiamo camminato prevalentemente insieme a gente umile, che non poteva o non voleva avere altri riferimenti. Questo lavoro di “trincea”, con questi compagni di viaggio, ci ha consentito di conoscere e sperimentare logiche e dinamiche che spesso sfuggono a chi non vive e condivide dentro i territori.

7. Abbiamo così compreso che uno dei criteri regolatori più importanti della nostra società calabrese è l’appartenenza. Nei nostri territori non viene valorizzato chi è professionalmente competente o umanamente capace, bensì chi è in grado di esibire una chiara “appartenenza” a persone o gruppi in grado di scambiare fette di potere, capaci di influenzare in varia misura i nodi della vita quotidiana di ciascuno. Parliamo di “appartenenze” ad una corrente politica forte, alla massoneria, alla ‘ndrangheta, ad una famiglia nota, ad un papà o ad un parente “che conta”, ecc. L’appartenenza vale più della
competenza: questa è l’amara constatazione di molti giovani che, per sentirsi sufficientemente valorizzati, spesso preferiscono emigrare.

8. Da ciò ben si comprende quella che abbiamo definito la “logica dei valichi”. Per comprenderla meglio pensiamo al percorso che deve compiere un giovane (o un gruppo) che voglia costruirsi un’attività imprenditoriale ed un lavoro.
● Pensando alla sua idea d’impresa, egli si pone il problema se esiste qualche aiuto economico pubblico per iniziare. Il primo valico, dunque, è quello di reperire l’informazione, che spesso viene “venduta” da personaggi che in cambio chiedono denaro o un primo assoggettamento.
● Ma non basta reperire le informazioni, bisogna anche saperle usare. Anche in questo caso vi è chi si offre: “non ti preoccupare, me la vedo tutto io”, che suona come una promessa di soggezione, in quanto per tutto si dipenderà sempre da qualcuno. Il servizio di solito è completo: ti viene elaborato il progetto, viene presentato, vengono attivati tutti i canali necessari perché finisca tra i “pochi eletti” ammessi al
finanziamento. Per un simile servizio (che bisogna affidare alle persone giuste ovviamente) non basta certamente un compenso economico.
● Poi bisogna compiere una serie di formalità per attivare l’impresa. Tante formalità, che possono richiedere qualche settimana o mesi e mesi. Dipende… Da cosa? Dalle appartenenze che si riesce ad esibire, dalle clientele a cui si riesce ad accedere.
● Oggi non vi è alcun finanziamento che possa fare a meno di una banca. Qui vi è un altro valico: non importa quanto sia robusta l’idea imprenditoriale, è necessario esibire garanzie patrimoniali, di molto superiori all’anticipazione richiesta, salvo efficaci “lasciapassare” che risolvono rapidamente il problema.
● L’impresa che vorrà rivolgersi al mercato privato dovrà preliminarmente compiere una ricerca di mercato per verificare se nel suo bacino di riferimento operi un’impresa gestita da qualche mafioso o suo prestanome, pena essere destinati a chiudere in breve tempo. Poi dovrà far attenzione a non crescere troppo, divenendo eccessivamente visibile, altrimenti la ‘ndrangheta la onorerà comunque delle sue
attenzioni. Se chiederà aiuti statali per investire e crescere potrebbe ritrovarsi con funzionari o politici pronti a presentargli liste di persone da assumere e/o campagne elettorali da sostenere.
● L’impresa che si rivolgerà ad un mercato pubblico (storicamente il mercato più importante al sud) avrà vita ancora più dura. La competizione, in molti casi, non è fondata solo sulla qualità della fornitura, quanto piuttosto sulla qualità e quantità dei patrocini clientelari, dei legami con la ‘ndrangheta o la massoneria. In questi casi il libero mercato diventa un concetto puramente teorico. Quasi nessuno viene
risparmiato, nemmeno le cooperative sociali, a volte anche solo per poche migliaia di euro. Se le somme di denaro sono ingenti il rischio è di vedersi comunque richiedere, come condizione di accesso più o meno tacita:
– tangenti;
– liste di persone da assumere;
– pacchetti di voti;
– scambi di favori;
– ovvero combinazioni plurime di questi elementi proporzionatamente agli importi in gioco.
Certo, non sempre e non tutto è così. Ma le eccezioni abbiamo il timore divengano sempre più rare ed i settori entro cui valgono queste regole sempre più ampi.
Essere onesti e coerenti in questo contesto diviene un’anomalia.
La libera concorrenza e il libero esercizio d’impresa divengono comportamenti eroici. poteri di morte

9. Abbiamo sempre pensato ad un approccio culturale per il cambiamento della Calabria.
Abbiamo cioè ritenuto che cambiando la mentalità della gente sarebbero automaticamente e spontaneamente scomparse le strutture di potere che stringono in una morsa mortale la nostra terra. L’esperienza di alcuni nostri territori ci dimostra che questo non basta. Molta gente, pur essendo disponibile e culturalmente predisposta al cambiamento, è costretta a fare esattamente il contrario di ciò che vorrebbe, conformandosi docilmente a meccanismi sociali ed economici che vorrebbe rifiutare e rigettare.

10. Le nostre problematiche non sono dunque determinate solo da un certo tipo di cultura o di mentalità ma da precisi “sistemi di potere” o – per dirla cristianamente – da “strutture di peccato”, che assoggettano la gente servendosi delle esigenze di sopravvivenza quotidiana.
Se questo potere di oppressione si fa così pervasivo, tale da essere percepito ineluttabile, tale da controllare tutti gli snodi più importanti della vita quotidiana, come si fa a non assoggettarsi e dire di no alle logiche mafiose e clientelari?
Come si fa a dire di no quando devi trovare denaro ad ogni costo per mandare avanti la tua famiglia e crescere i tuoi bambini?
Come si fa a dire di no se un tuo caro rischia di perdere la vita in un letto d’ospedale?
Come si fa a dire di no se l’alternativa è buttare la tua famiglia e i tuoi figli nella paura e nel terrore?
Come si fa a dire di no se devi assolutamente ottenere un prestito, un certificato, un’autorizzazione perché la tua impresa non chiuda?
Come si fa a dire di no se sai matematicamente di essere escluso senza una buona raccomandazione?
Il clientelismo diviene allora un percorso di “sopravvivenza” per la nostra gente, in una realtà pervasivamente dominata da queste logiche. Così ogni occasione è buona per dir grazie a qualcuno, sia che si abbia o meno titolarità ad ottenere ciò che si chiede.

11. Questo sistema non è casuale. Non è neanche semplicisticamente il frutto di una cultura distorta. È un sistema di potere scientificamente pensato e strutturato per compiere una manutenzione sistematica della precarietà della gente. In quanto solo mantenendo le persone in una situazione di precarietà e dipendenza le si può facilmente controllare per blindare gli enormi privilegi di pochi.
Le organizzazioni di potere che governano questo sistema, pur a livelli e con modalità differenti, sono: la ‘ndrangheta e le massonerie, con tutto il loro indotto di cortigiani,
consorterie varie e comitati d’affari, anche se non organici certamente collusi.

12. La ‘ndrangheta in questi anni è cresciuta in forza, in complessità organizzativa, in radicamento territoriale, in capacità strategica. L’omicidio del vice-presidente del Consiglio Regionale ne è la prova più evidente ed inquietante.
Si affaccia ormai una nuova generazione di affiliati laureati, che hanno acquisito notevoli capacità professionali. Gli enormi proventi dei traffici di armi e droga sono stati reinvestiti in attività imprenditoriali legali, ampliando così il ritorno economico e il consenso da barattare nelle competizioni elettorali. Molti affiliati si presentano direttamente come candidati nelle competizioni amministrative locali. Si è ormai passati dalla logica dei politici e dei professionisti collusi a quella dei politici e professionisti affiliati.
La mole di denaro prodotta e messa in circolo è tale che si ricorre ad investimenti immobiliari e finanziari “evoluti” in altri territori. Ormai la ‘ndrangheta dispone di una propria classe dirigente che pretende di divenire anche classe politica di governo locale, regionale e nazionale.

13. Purtuttavia, parallelamente, la ‘ndrangheta mantiene anche il suo volto tradizionale: in molti ambienti rurali, per molti ceti popolari, spesso rimane l’unica fonte di appartenenza ad accesso (apparentemente) gratuito. Al contrario di ciò che si pensa, per certe classi sociali, non è solo il denaro che spinge all’affiliazione, ma anche e soprattutto l’idea distorta del “rispetto”.
Le lusinghe del denaro e del “rispetto” riservano in realtà una vita d’inferno per la maggior parte della base degli affiliati: vivono nella tensione e nella paura continua, vi è un’altissima probabilità che finiscano ammazzati, tanti anni della loro vita a volte sono trascorsi in carcere, non vedono i propri figli crescere, quello che guadagnano dalle azioni illecite lo spendono in processi e avvocati; vengono rispettati solo per paura e quasi mai avranno la possibilità di un’amicizia vera e duratura.

14. Perciò al rispetto della ‘ndrangheta noi contrapponiamo la rispettabilità, fondata sull’onestà e sulla capacità di fare il bene per tutti. Proponiamo ai mafiosi di dissociarsi da una vita così assurda e perdente: cercheremo di accogliere le persone detenute o ex-detenute abbandonate dalla ‘ndrangheta, non più “funzionali”, e ci impegneremo – con il sostegno pubblico – ad offrire un lavoro onesto, forse più modesto, ma che consenta loro di guadagnare e spendere i soldi vivendo in tranquillità, crescendo i propri figli senza rischi e continui abbandoni.
Per far fronte alla mancanza di appartenenze, per non divenire servili nei confronti di chi detiene il potere, proponiamo di far rete e far valere insieme i propri diritti, come abbiamo imparato a fare noi stessi, da molti anni.

15. Sulle massonerie deviate ovviamente pende l’evidente illegalità.
Ma anche la solidarietà esclusiva (cioè “che esclude gli altri”) tra i “fratelli”, nella massoneria legale, pone grossi problemi etici in Calabria: un conto, infatti, è la possibilità teorica di una reciprocità tra membri della massoneria a Milano, dove esistono molti imprenditori che legittimamente possono usare i propri beni privati per aiutare chi desiderano. Ma, in una regione dove il potere da “scambiare” viene prevalentemente dalla dirigenza o dall’amministrazione della “cosa pubblica”, come è possibile preferire un “fratello” senza violare la legge o l’etica della pubblica amministrazione? Come si comporterà, ad esempio, un massone se dovrà esaminare una richiesta, un progetto, presentato da un suo “maestro” o da un suo “fratello”?
La massoneria in Calabria è come un vaso di ferro in mezzo a tanti vasi di coccio. L’appartenenza massonica, inoltre, comporta un clima di segretezza – o “stretta riservatezza” – per gli iscritti, con il rischio di divenire strumento di strategie ad essi ignote. Così come lascia fortemente perplessi anche “la necessità di separare la realtà del lavoro di Loggia da quella profana”.

16. Alla solidarietà esclusiva tra i “fratelli” noi contrapponiamo il concetto di “bene comune” che guarda a tutti, massoni e non, che anzi si rivolge prioritariamente a chi è più debole e senza appartenenze, a chi ha meno potere, a chi non ha la possibilità di ricambiare in alcun modo, e lo fa non in un’ottica di beneficenza ma di pari diritti, pari opportunità, pari dignità. Alla segretezza o riservatezza noi contrapponiamo l’apertura, chiara, sincera, trasparente, verso tutti, ancor di più se si ricoprono responsabilità pubbliche o private. Ogni persona che vanga nominata dirigente, assessore, o assuma qualsiasi altro incarico civico di responsabilità, deve dichiarare pubblicamente ogni sua appartenenza, in modo da dare la possibilità alla collettività esercitare un controllo democratico, di verificare se vi siano interessi particolaristici o un vero orientamento al bene comune. Le appartenenze vere sono da scambiare, confrontare, rendere patrimonio pubblico, in quanto la diversità e il confronto sono fonte di ricchezza e maturazione personale, non turbativa del “percorso iniziatico”. Altrimenti il rischio è di divenire una sorta di “club degli insicuri”, e non un percorso di crescita laica, intelligente e aperta.
Questi ragionamenti di carattere generale, che valgono ovunque, diventano ancor più stringenti in una regione dove alcuni approcci culturali possono essere facilmente fraintesi e strumentalizzati. Questo non vuol dire che nelle massonerie legali non possano esserci persone che sono in buona fede e sono mosse da rette intenzioni: è lo strumento e il metodo che è da cambiare, e siamo pronti in qualunque momento a dialogare con coloro che se ne renderanno conto.

17. Esistono poi le massonerie deviate, potentissime, pericolosissime, radicate ovunque, soprattutto nei gangli vitali delle istituzioni, collegate con la ‘ndrangheta: sanno colpire a morte con o senza l’uso della violenza. Le loro armi sono molteplici, subdole e insidiose: si servono del formalismo legale per produrre inquisizioni punitive; si servono dei media per diffondere veleni; si servono delle istituzioni per vendette private. La loro strategia primaria è quella di ledere la credibilità di chi le combatte o vi si frappone.

18. Ma la loro pericolosità non si limita certo a questo. La compenetrazione tra le massonerie deviate e la ‘ndrangheta è inquietante. Ormai è a tutti noto che, da oltre trent’anni, chi giunge ai vertici della ‘ndrangheta fa un ulteriore giuramento che lo fa divenire “santista”. Il santista si arroga la possibilità di tradire liberamente le regole della mafia pur di mantenere un alto profilo di potere ed una collusione con i vertici politici ed economici. Ma da numerosi atti processuali risulta che la prerogativa principale del santista è proprio quella di aderire alle logge massoniche. (cfr. “Relazione sullo Stato della Lotta alla Criminalità Organizzata in Calabria” della Commissione Parlamentare Antimafia approvata il 26 luglio del 2000).
Possiamo dunque solo immaginare quali centri di potere siano le massonerie deviate e quale sia il loro potenziale eversivo. Basti pensare che di ‘ndrangheta tutti hanno il coraggio di parlare, ma sembra che vi sia il terrore anche solo ad accennare alle massonerie deviate. Chi tra di noi ha osato denunciare con autorevolezza la loro presenza ha subito pesanti attacchi intimidatori e diffamatori.

19. Per tali motivi in Calabria lo scollamento tra politica e società civile si è sempre più approfondito negli ultimi anni fino a determinare tra la gente una profonda disaffezione. La politica è autoreferenziale e poco aperta al confronto, in larga misura rituale e lontana dai bisogni e dal linguaggio della gente. Entrare in politica per molti calabresi significa oggi intraprendere un progetto personale di “collocazione” e di “sistemazione” del tutto avulso da intendimenti di bene comune. Ciò in parte spiega sia la proliferazione di liste e candidati per ogni competizione elettorale sia il diffuso costume trasformistico. I partiti invece devono recuperare ruolo di significatività politica che non lasci spazio ad atteggiamenti di qualunquismo interessato nei territori. Essi devono essere luogo diffuso e ramificato di coinvolgimento, di discussione e di impegno.

20. La società civile e l’associazionismo possono costituire il raccordo tra popolazioni e istanze di rinnovamento, contribuendo con le loro iniziative a “fare” sviluppo. Urge un confronto serio ed eticamente fondato che dia alla politica la consapevolezza che lo sviluppo locale deve essere un processo comunitario assunto con ampi coinvolgimenti, con ascolto attento e fuori da ogni logica clientelare. La programmazione dello sviluppo locale non può essere delegato a tavoli politici ed alle implicite logiche di appartenenza.

obiettivi di Comunità Libere
21. Comunità Libere non vuole essere un’altra organizzazione che si aggiunge nel ricco panorama sociale calabrese. Vuole bensì essere un movimento che raccoglie le forze sane e libere esistenti attorno a degli obiettivi ben precisi, valorizzando la diversità di ciascuno dentro un grande progetto di tutela della libertà e democrazia in Calabria.
Il male organizzato, pur diviso da lotte intestine, ha sempre dato prova di unità e coesione quando si è trattato di far fronte ai suoi nemici comuni. Chi dovrebbe essere fortemente accomunato da valori alti e positivi, invece, rimane spesso diviso, pieno di particolarismi escludenti, incapace di coesione anche di fronte a nemici come la ‘ndrangheta e le massonerie deviate. Comunità Libere è un grande tentativo di alleanza che superi questi limiti in nome di una ormai grave emergenza democratica.

22. Ogni realtà che vorrà far parte di Comunità Libere dovrà aver dimostrato nei fatti, con una chiara testimonianza di vita per le persone e di politiche aziendali per le imprese, di essere libera da ogni condizionamento da parte dei poteri forti antidemocratici e/o violenti. Possono farne parte singoli, famiglie, imprese, associazioni, movimenti, che hanno dato prova di grande orientamento al bene comune e assoluta trasparenza.
Non potranno in nessun modo farne parte: persone mafiose o conniventi con le mafie, massoni iscritti a qualsivoglia forma di massoneria e/o setta, persone facenti parte di qualsiasi tipo di organismo di natura segreta o riservata o che non abbia attitudine alla trasparenza e pubblicità delle proprie azioni e dei propri membri.

23. Gli obiettivi di Comunità Libere sono:
A) la DIFESA, TUTELA e PROTEZIONE di persone, famiglie, imprese, organizzazioni e istituzioni che vengano attaccati da ogni potere forte, antidemocratico e/o violento;
B) la DENUNCIA di ogni tipo di violenza e ingiustizia economica, democratica, ad opera dei poteri forti, antidemocratici e/o violenti;
C) la DIFESA e la TUTELA della libertà, della democrazia e della libertà di mercato in Calabria.

24. Innanzitutto, dunque, Comunità Libere difende prontamente chi sia ingiustamente vittima degli attacchi di ogni potere forte, antidemocratico e/o violento. A tale scopo viene predisposta una rete di reazione nonviolenta capace di mobilitarsi in modo organizzato e rapido di fronte a qualsiasi minaccia si presenti.

25. Il movimento ha cura di mantenere la massima indipendenza dai partiti e di non invadere i compiti istituzionali di altri organismi e/o istituzioni.
Dovrà assolutamente evitare di prefigurare progetti politici e/o di sviluppo regionali o locali, allontanando la tentazione di intervenire in ambiti diversi dai propri obiettivi. In particolare, riguardo alla tutela della democrazia e della libertà, Comunità Libere interviene sempre sul “metodo” senza entrare nel “merito” delle questioni poste.
Comunità Libere lavora per consentire ai partiti, alle imprese, ai cittadini, alla società civile organizzata, alle Chiese, alle istituzioni libere, di poter dare il proprio specifico contributo dentro un contesto di libertà e regole democratiche riconosciute e rispettate. In un’ottica di sussidiarietà democratica Comunità Libere non si sostituisce mai a queste realtà, ma si adopera per restituire loro un contesto di regole democratiche riconosciute, rispettate, non solo di facciata.

26. Oggi la nostra regione ha un disperato bisogno di nuova classe dirigente dal forte rigore etico e di grande competenza e professionalità. Comunità Libere si pone quindi l’importante obiettivo di contribuire alla formazione di una nuova classe dirigente che sia coerente con i valori e gli scopi che caratterizzano questo movimento, attraverso forme innovative e partecipate e con l’obiettivo finale di promuovere l’inserimento delle persone formate dentro tutto il tessuto politico, sociale ed economico della regione.

27. I valori di Comunità Libere stimolano e ispirano l’azione di Calabria Welfare e di tutte le realtà imprenditoriali che ne fanno parte. Viceversa le frontiere dell’imprenditoria sociale forniscono criteri di reale praticabilità ai valori perseguiti da Comunità Libere. Lo stretto legame tra il “dire” e il “fare” dovrà sempre caratterizzare il percorso di questo movimento: le realtà che lo compongono dovranno sempre cercare di “fare ciò che si dice e dire ciò che si fa”.

28. Comunità Libere è convinta che “la legalità è la cornice di un quadro rappresentato dalla giustizia sociale” e non il contrario. La legalità non è un valore in sé senza la giustizia sociale. È necessario che la gente venga messa nelle condizioni di poter fruire dei propri diritti fondamentali e inalienabili (lavoro, mobilità sociale aperta, educazione libera e dignitosa, servizi accessibili, famiglia sana, tutela e protezione da parte dello stato, equità, ecc.). La gente deve però corrispondere sussidiariamente assumendosi le proprie responsabilità, con un forte senso civico di partecipazione alla soluzione dei problemi.

29. Comunità Libere vuole combattere e “demolire” le strutture di potere antidemocratiche e/o violente. Nello stesso tempo, però, accoglie e cerca di far crescere le persone che ne fanno parte, restituendo loro dignità. Riconosce il valore alto e civile di una misericordia cristiana intelligente e costruttiva.

30. Comunità Libere infine crede nei valori di gratuità, apertura e trasparenza.
Non difende solo i propri membri ma tutti coloro che non hanno la possibilità di difendersi da soli, senza nulla chiedere in cambio.
Pratica la massima trasparenza possibile di azioni, finalità e struttura.
Collabora con tutte le forze sane della Calabria anche non facenti parte del proprio movimento.
Si pone al servizio delle Istituzioni e collabora con chi serve lo Stato in modo onesto e irreprensibile.

Riferimenti del Movimento
Portale Internet: http://www.comunitalibere.org
Informazioni: info@comunitalibere.org
Segreteria: segreteria@comunitalibere.org
Coordinamento: coordinamento@comunitalibere.org
Portavoce: portavoce@comunitalibere.org

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La Calabria, una terra da ben governare: i sogni di un vescovo

3 12 2005

di Padre GianCarlo Maria Bregantini
Vescovo di Locri-Gerace  
Osservo il lento e solenne fluire dell’olio che esce dal frantoio, tra la soddisfazione intensa e l’occhio vigile dei contadini. E’ un momento atteso per un anno intero. Una gioia incontenibile. C’è chi allunga un pane caldo e mangia con un vero godimento il frutto maturato nella fatica e nel dolore. Ma ecco subito che, quei contadini pur nella gioia di quel momento,già si pongono la domanda relativa alla capacità di commercializzazione dell’olio appena prodotto.
È il grande nodo della Calabria: produce con abbondanza ma fa fatica a vendere. Tante le ragioni, tante le concause, tante le analisi. Sogno una politica perciò che sa raccogliere le attese vere, reali sofferte dei nostri contadini. Senza sostituirsi ad essi. Tocca ai contadini organizzarsi, ma tocca alla politica dare loro prospettive certe e sicure di futuro. Tocca alla politica
capire e interpretare i nodi che impediscono la realizzazione di tanti sogni in segni efficaci di fiducia.
Tocca alla politica spianare la strada in salita, creare circuiti di mercato, progettare su tempi lunghi esperienze di commercializzazione efficace, in un circuito moderno, capace di reggere la concorrenza spietata di altre zone d’Italia più fortunate e più seguite. La politica è in Calabria vera solo se saprà profondamente legarsi all’agricoltura, condividerne i problemi, raccoglierne le speranze, indicando mete sempre più grandi.
Questo il mio primo sogno: una politica capace di leggere l’agricoltura.
C’è poi un secondo sogno: dare al territorio la capacità di utilizzare fino in fondo la risorsa dei forestali. Osservo infatti, lungo la mia strada, ormai da molti mesi, una massa di terra caduta per le piogge, molto tempo fa. La terra caduta è rimasta lì, ad ingombrare la strada, pericolosa per il viandante. Già vi cresce l’erba. Nessuno l’ha rimossa. Il sindaco interpellato risponde di non avere personale per questo tipo di lavoro. Eppure nell’ambito del comune operano centinaia di forestali, adoperati però soltanto nel bosco, per lavori non del tutto necessari.
Ecco il mio secondo sogno: permettere al sindaco e alla comunità locale, attraverso una serie intelligente e decisa di leggi ben maturate e ben pensata insieme, di valorizzare in pieno la risorsa della forestazione calabrese. Non per mortificarla ma per rilanciarla. Certo non va lasciata nascosta nei boschi, ma dev’essere possibile che il sindaco abbia tutto il potere di comandare in pieno i responsabili e gli addetti alla forestazione per poter intervenire su tutto il territorio comunale: strade di campagna, cunette lungo le strade, spiagge da pulire, pulizia dei giardini delle scuole, intervento preventivo sugli incendi ovunque in modo attivo e operativo.
Non si può lasciar dormire sotto gli alberi le persone addette alla forestazione.
Il compito della politica è proprio quello di mettere in atto una serie di interventi legislativi capace di dare alla forestazione una svolta straordinaria, a beneficio di tutta la nostra regione.
Un terzo sogno. Vedere politici seduti calmi puntuali e tranquilli alle riunioni dove si parla di problemi forti intensi, attesi dalla gente. Seduti anch’essi nelle poltrone con la popolazione. Non sul palco a parlare ma anche loro con i loro quaderni a prendere appunti precisi e documentati. Cioè, al di là dell’immagine, il mio sogno è quello di avere una politica che non solo parla ma soprattutto studia, che molto ascolta le speranze della gente. Che molto crede, perchè solo insieme, congiunti e raccolti dai medesimi interessi drammatici della nostra popolazione, si può uscire dai problemi.
Ma vorrei anche vedere una riunione dove al termine, il politico di turno non sia assalito dalla gente, dalle famiglie, dalle situazioni individuali per poter dare una risposta solo individuale ai drammi della nostra terra. Non più raccomandazioni, ma riflessioni e discussioni comuni, per poter trovare strade comuni a risolvere i problemi comuni.
Liberi e non servili dobbiamo essere tutti, sia politici che cittadini.
Un quarto sogno: treni non più affollati da gente che va al Nord Italia a farsi curare, ma da turisti interessati e intelligenti, che desiderano visitare e conoscere le nostre bellezze locali.
Sogno una sanità che sappia rispondere alle attese della nostra gente. Medici qualificati in grado di poter soddisfare le esigenze di una popolazione culturalmente nuova, più preparata e più informata. Che non si accontenta della solita pacca sulle spalle ma che vuole risposte precise a domande precise. Per questo la politica deve organizzare in maniera molto più equa la distribuzione delle risorse per la sanità, in modo che tutti possono accedere ai nostri ospedali avendone risposte qualificate e pronte. Ospedali forniti per cittadini serviti!
Sogno, pure, una rete di trasporti efficienti: strade sicure che non si allagano ad ogni pioggia; linee ferroviarie moderne e non stazioni chiuse e desolate, treni puntuali che rompano l’isolamento favorendo gli scambi, economici e culturali, con le altre regioni.
Infine, il grande sogno è quello di avere una politica che si schiera realmente tenacemente dalla parte dei cittadini più fragili, insidiati dalla mafia.
Non solo manifestazioni che pur ci vogliono, ma soprattutto interventi mirati, ben pensati, progettuali, capaci di dare coraggio a chi deve testimoniare, superando la paura del ricatto o della vendetta.
Politici presenti nelle situazioni dure, che sanno manifestare solidarietà reale, a lungo termine, oltre l’emotività.
Vanno protetti e sostenuti, anche sul piano etico, i pochi ma coraggiosi testimoni di giustizia che rischiano sulla loro pelle la fedeltà al bene comune (ben diversi dai collaboratori di giustizia, spesso interessati o vili!).
Politici in grado di offrire percorsi di liberazione studiati con la gente, discussi con i parroci, attuati con il volontariato, condivisi con le scuole.
Questo è il percorso di libertà di cui la nostra terra ha infinitamente bisogno.
Fare il politico in Calabria, a livello regionale, è molto duro. Chiede uomini tenaci coraggiosi, liberi soprattutto. Persone che sappiano porre il bene comune davanti a quello di famiglia. Il concorso non è della attuale legislatura ha dimostrato purtroppo il contrario. Per questo abbiamo bisogno di un’inversione di rotta, per avere strumenti legislativi trasparenti ed efficaci.
In sintesi: l’agricoltura e forestazione sono le radici della politica calabrese; la formazione etica e tecnica sui problemi ne è lo stile e lo strumento; la sanità è il prossimo banco di prova; la sfida della mafia sarà la verifica finale e totale, superata solo da uno stretto intreccio liberante tra cittadini e politici.
Per questo, ogni iniziativa di formazione va ampiamente curata, non assistenzialistica ma reale, aggiornata, capace di formazione permanente per tutti.
La famiglia, che l’asse culturale della storia calabrese, possa interagire con la politica in termini non di familismo ma di concreta realizzazione dei sogni dei propri ragazzi, sempre in termini di libertà e di giustizia.

La Chiesa, per parte sua, saprà intrecciare questi sogni con concreti percorsi di attuazione, perché con la forza del Vangelo questi sogni diventino segno, pur piccolo ma sempre decisivo, nella logica del seme, piccolissimo ma già capace di generare le maestose querce delle nostre montagne.

+ GianCarlo Maria Bregantini
Vescovo di Locri-Gerace