Pollichieni: pericolo di rincoglionimento, o pericolo e basta?

10 04 2012

di Giovanni Pecora

Brutta giornata quella odierna per il lobbista (titolo onorifico per lui, ormai) Paolo Pollichieni. Uno come lui, un businessman, direttore-editore, oltre che imputato-pluriindagato, che perde un’intera giornata a scrivere contro Aldo Pecora ed il sottoscritto, è messo proprio male…
E’ messo talmente male che alla fine, dopo il terzo o quarto articolo (senza offesa per gli articoli), il giornalista (senza offesa per i giornalisti) sembra avere le traveggole: è a pericolo di rincoglionimento? O è un pericolo e basta? Vediamo i fatti.In principio non riesce a capire che il buon Davide Varì, vice direttore di Calabria Ora, in un articolo di solidarietà ad Aldo Pecora titola ironicamente “Aldo Pecora ed i clan antimafia“, e Polli risponde piccato, nel suo pezzo “Il fango e le notizie“, pubblicato sul sito del suo settimanale (senza offese per i siti ed i settimanali): “Secondo il vicedirettore di Calabria Ora, Davide Varì, Aldo Pecora sarebbe stato minacciato dai clan“.
Non coglie l’ironia del titolo e si ferma ai clan, quindi preso dalla furia, perchè Varì aveva lanciato una bella provocazione scrivendo “E ora Pecora si ritrova a doversi difendere dalle minacce dei clan e dagli schizzi maleodoranti delle rotative“, non perde l’occasione di lanciarsi in una reprimenda minacciosa contro i giornali che osano ribattere ai suoi documentatissimi dossier (“la garanzia – scrive –  era di portare rispetto anche a chi in Calabria aveva deciso di fare un giornalismo diverso dal nostro, a patto della reciprocità. Varì evidentemente era distratto“).
Poi parte proprio di capoccia scrivendo: “Secondo Varì noi avremmo schizzato fango su Pecora. Lo avremmo fatto pubblicando un dato di cronaca giudiziaria che tutti gli altri hanno preferito ignorare. Avremmo dovuto non dire che tra i beni sequestrati al clan Longo, famiglia egemone della ’ndrangheta di Polistena, vi è un palazzo fantasma dove risiede la stessa famiglia Longo e dove ha residenza Aldo Pecora mentre suo padre vi ha allocato un’azienda di proprietà“.

Quattro affermazioni FALSE in quattro righe. Record della pista, Polli. Le ho sottolineate apposta, per farvele notare bene:

1 – L’articolo di cui si parla non si intitolava, per dire, “Sequestrato un palazzo fantasma al clan Longo”, cosa che avrebbe giustificato la pia affermazione del Pollichieni: “ho pubblicato solo un dato di cronaca giudiziaria”.
Il pezzo si intitolava “Forse non tutti sanno che… – La sorpresa – Pecora è residente nella casa del boss”, con catenaccio “Da eroe antimafia a inquilino del palazzo del clan Longo. Molto più truce, vero?
Scusate, ma a me sfugge dov’è “il dato di cronaca giudiziaria” a cui si appella il finto-pacioso Polli in questo titolo.

2 – Pollichieni scrive che vi è un palazzo fantasma “dove risiede la stessa famiglia Longo”. Forse il fantasma Polli l’ha visto davvero, perché in quel palazzo non risiede NESSUNA FAMIGLIA LONGO. I Longo abitano in una grossa villa multifamiliare a Polistena. Il palazzo è a Cinquefrondi.
Ma Polli ci è, secondo voi, o ci fa?

3 – Sempre Pollichieni scrive adesso “Dove ha residenza Aldo Pecora”. Peccato che invece, nell’articolo, il fido Agostino Pantano (quel giornalista dichiarato minacciato dalla mafia perché ha trovato vicino alla sua macchina delle pericolosissime teste di acciughe sott’olio, non dimentichiamocelo!) scriveva “Il caso concreto riguarda l’inopportunità della scelta di una figura simbolo: Aldo Pecora è residente, dal 2007, in un appartamento di proprietà della cosca Longo”, quindi il già citato titolone ad effetto “Forse non tutti sanno che… – La sorpresa – Pecora è residente nella casa del boss”, con catenaccio “Da eroe antimafia a inquilino del palazzo del clan Longo. Altro che “dato di cronaca giudiziaria”, come motteggia Polli adesso!
Ma queste amorevoli espressioni di Pantano sono già al vaglio della magistratura, e vediamo se si trattava di “dati di cronaca giudiziaria” o di fetentissime diffamazioni nei confronti di Aldo Pecora, che MAI aveva fatto la “inopportuna scelta” di cui era infamato, MAI è stato “residente nella casa del boss” (che ripeto è a POLISTENA, mentre il palazzo dove la famiglia di Aldo risiede da quando il giovine aveva solo 12 anni (vabbè la precocità di Aldo, Polli, ma qui si esagera!) è a CINQUEFRONDI, MAI è stato “inquilino del palazzo del clan Longo”, in quanto gli inquilini – insieme ad altri 13 locatari degli altri appartamenti (privati cittadini o rinomati studi professionali) ed altri 5 affittuari dei negozi a piano terra, eravamo i suoi genitori, non lui, che peraltro dal 2004 – appena compiuti i 18 anni –  vive a Roma per motivi prima di studio ed ora di lavoro.

4 – Pollichieni scrive che in quel palazzo dove secondo lui Aldo avrebbe fissato la residenza, il padre (cioè io) “vi ha allocato un’azienda di proprietà”. Detta così uno immaginerebbe magari un bel locale al piano terreno, con dentro macchinari, uffici, operai ed impiegati, no? Mannaggia a Polli, che fantasia sfrenata che ha! Se non fosse diventato quel giornalistaccio e quel businessman lobbista che è stato e che è avrebbe avuto una bella carriera come scrittore di favole. Sicuro!
Infatti come ci si possa inventare una mia azienda “allocata” in quel palazzo lo sa solo lui.
Il suo fido cacciatore di fantasmi (palazzi) Agostino Pantano in effetti si era limitato, poverino, a scrivere che l’appartamento in cui vivevamo con la mia famiglia era anche indicato come “sede operativa della piccola agenzia gestita dal padre di Aldo”. Roba da una scrivania, un computer ed una stampante, Polli. Un grande lobbista come te una cosa del genere l’avrebbe tenuta nel bagno, senza dignità alcuna. Se poi niente niente avessero avuto un pochino di onestà, il fido segugio acciugofobico Pantano o lo stesso Pollichieni avrebbero potuto aggiungere che non solo era una piccola agenzia a conduzione personale, ma che era già stata chiusa – ahimé! – già prima del clamoroso scoop del Corrierone della Calabria. Perché non mi dite che dopo che avete rigirato le nostre vite come calzini (senza trovare nulla, ah, ah, ah), non avevate fatto una visura camerale sul sottoscritto. Non vi crederebbero neanche le vostre mogli.

 Ma andiamo avanti, ed il presunto rincoglionimento di Polli cresce preoccupantemente.

Dopo una durissima reprimenda del malcapitato Varì, cui ne dice di tutti i colori (ahi, Varì! Brutta cosa sentirsi lesi nella presunta maestà…), riattacca con Aldo Pecora.

E qui comincia a perdere colpi come un vecchio motore di furgoncino, che vorrebbe dimostrare di essere ancora pimpante, ma è ormai fuso: comincia col dire che la cosca Longo è temibilissima ed operativa da decenni, riportando l’ordinanza del giudice Kate Tassone, senza rendersi conto – e la cosa ci lascia francamente sbalorditi – che così dicendo avvalora il fatto che sapendo benissimo che la cosca Longo non nasceva ieri, né nel 1998 ma addirittura negli anni ’60, tutti noi inquilini di QUEL palazzo, che non era MAI stato oggetto né di sequestro né di nulla per decenni, eravamo in buona fede sicuri che non c’entrasse per niente con patrimoni mafiosi.

Lo dice LUI, Pollichieni! Ed in effetti era così. Poi, il 7 febbraio 2012, ci viene notificata verbalmente la notizia del sequestro del palazzo da un funzionario di Polizia, ed è un fulmine a ciel sereno. Ma indovinate chi invece piomba come un avvoltoio sulla carcassa di un’acciuga sott’olio?

Ma è L’ALTRO, il fido Agostino Pantano: il 7 febbraio scorso esce la notizia del sequestro dell’immobile, e la settimana dopo il Corriere della Calabria esce con lo SCOOP DEL DECENNIO: Aldo Pecora abita nella casa del boss! Ma di questo tempismo speriamo chiederà conto al Pantano il magistrato inquirente, perché sarebbe importante conoscere le fonti di cotanta “tempestiva” informazione, e siamo sicuri che l’onesto Pantano non dichiarerà di avere doti paranormali di chiaroveggenza… o è dossieraggio (eh, sì, caro Pollichieni: chiamasi “dossieraggio” l’arte di raccogliere e custodire informazioni nel tempo, soprattutto senza autorizzazione a detenere questi dati), o è “colombella”.

Ma viste le foto, i dati personali pronti per l’uso e tutto il resto, io direi “la prima che hai detto”.

 Altro giro, altra sottile diffamazione quando Polli scrive “Successivamente Aldo Pecora sostiene di avere ricevuto delle minacce a mezzo bigliettino”. Quindi non sappiamo, secondo Pollichieni, se queste minacce Aldo Pecora le ha ricevute veramente o meno. “Aldo Pecora sostiene di aver ricevuto delle minacce”. Bello, no, giocare con le parole, Polli!

Uno dichiara ai Carabinieri del paese “Ritengo di essere stato minacciato perché ho visto delle teste di sardina vicino alla mia macchina”, ed anche se i Carabinieri gli ridono dietro diventa “giornalista minacciato” e Pollichieni se lo coccola ed ai suoi amici dentro l’Osservatorio “Ossigeno per l’Informazione” fa innalzare peana a questo giovane eroe.

Un altro, nello specifico Aldo Pecora, trova nella sua macchina un biglietto con su scritto, più o meno, “E bravo Aldo! Hai visto come sei venuto bene nella foto che ti ha fatto ‘U Pantanu! (il riferimento è evidente all’articolo di cui sopra, in cui Agostino Pantano si è divertito a far uscire in tutte le edicole d’Italia dove abita la famiglia di Aldo Pecora, con tanto di foto di Aldo, del palazzo e persino del citofono, tanto per essere sicuri). Guarda che il giudice Scopelliti (a cui quel giorno veniva intestata l’aula bunker del tribunale di Palmi, ndr) ti aspetta a braccia aperte, a te, ed a quei … bip … di Creazzo e Gratteri. BUUUMMM!”, e per aggiunta dei bossoli di pistola sparsi davanti alla macchina. Per Pollichieni invece, in questo caso, si “sostiene di aver ricevuto delle minacce”.
E che vuoi farci… così è la vita!

Pollichieni non si contiene, ed a questo punto vorrebbe dimostrare la sua potenza, e che ha informatori ovunque, anche tra i Carabinieri che stanno indagando, e aggiunge che “i Carabinieri sono sulla pista buona per assicurare i colpevoli alla giustizia”. Speriamo.

Fatto sta che Aldo Pecora, vittima delle minacce, non sa nulla del procedere delle indagini, Pollichieni invece dice di sapere. O millanta di sapere, magari per fare un dispetto ai Carabinieri che non gli hanno voluto far sapere un bel nulla che non fosse di pubblico dominio, com’è giusto che sia quando ci sono indagini in corso.

 Ma qui attenzione, che d’ora in poi Polli raggiunge l’apoteosi del presunto rincoglionimento (o della vera malafede, fate voi).

Scrive infatti nell’invettiva finale: “Su un punto però consentiteci di essere impertinenti: ma gli uomini della ’ndrangheta avevano bisogno di sapere dagli «schizzi di fango di una rotativa» dove risiede Aldo Pecora, posto che nello stesso fabbricato abitano esponenti del clan mafioso dei Longo con una fedina penale lunga quanto un treno merci? Potevano non sapere, i Longo, chi abitava nel loro stabile?”.
Fuochi d’artificio escono da quella tastiera!

Intanto, mentre la vittima Aldo Pecora ha minimizzato dicendo che sperava “si sia trattato di uno scherzo di Carnevale”, Pollichieni stabilisce addirittura che il biglietto di minacce ed i bossoli arrivano “dagli uomini della ‘ndrangheta”. Se lo dice lui, che se ne intende… C’è da stare molto preoccupati, purtroppo.

Poi vaneggia, probabilmente cade in estasi mistica, perché vede addirittura che “nello stesso fabbricato abitano esponenti del clan mafioso dei Longo con una fedina penale lunga quanto un treno merci”. Io non so cosa possa aver prodotto questa visione, e spero per la sua salute che non si tratti di stati allucinatori ma solo di volontà diffamatoria nei nostri confronti, che con questa affermazione – SE FOSSE VERA – risulteremmo abitare fianco a fianco chissà con quali feroci criminali.

Ora vi dico, sfidando Pollichieni a querelarmi se affermo il falso CHE QUESTA AFFERMAZIONE E’ UNA GIGANTESCA MENZOGNA.
Pollichieni, ti sfido a fare i nomi di questi “esponenti del clan mafioso dei Longo con una fedina penale lunga quanto un treno merci” che abiterebbero in questo palazzo. Se non lo farai dovrai ammettere pubblicamente di essere UN GRANDE BUGIARDO.

Frase sibillina, poi, quando scrive “Potevano non sapere i Longo chi abitava nel loro stabile… Quindi cosa impediva al clan Longo di sapere dove risiede Aldo Pecora?”. A questo punto non si può non rimanere interdetti: cosa intende dire Pollichieni? Forse che secondo Pollichieni il biglietto con minacce di morte ed i bossoli siano riconducibili ad esponenti del clan Longo?

Cosa sa Pollichieni che tutti noi, inquirenti compresi, non sappiamo?

Fossi il magistrato che sta indagando, non esiterei un attimo a convocare Pollichieni in Procura, ed a chiedergli conto di quanto ha affermato, che è di una gravità inaudita, e cioè di sapere qualcosa di specifico nell’origine delle minacce di morte non solo ad Aldo Pecora, non dimentichiamolo, ma anche al Procuratore Capo della Repubblica di Palmi Creazzo ed al Procuratore Aggiunto della DDA di Reggio Calabria Gratteri.

Faremo in modo che domani stesso il magistrato ne sia informato, e ne tragga le opportune determinazioni.

Intanto facciamo notare che nell’articolo di risposta al vice direttore di Calabria Ora Pollichieni scrive, inopinatamente, “Pur volendo tralasciare la questione del palazzo fantasma e della diretta proprietà dei Longo, certificata dal provvedimento di sequestro, esiste pur sempre in Italia, e quindi anche a Polistena, la legislazione di sicurezza emanata dopo il sequestro Moro che impone la segnalazione alla Questura di ogni contratto di affitto”.
Certo, anche Polistena fa parte dell’Italia. Ma, Polli, scusa: CHE C’ENTRA POLISTENA CON IL “PALAZZO FANTASMA”, che si trova a Cinquefrondi?
Fai finta di fare confusione, utilizzando lo schema di Emilio Fede che fingeva di far finta di essere rincoglionito, mentre invece lo era davvero?

Vorresti far passare per la seconda volta che parliamo di fatti e cose riferite a Polistena, dove esiste la famosa “casa del boss” nella quale dovrebbe abitare Aldo Pecora (che invece è residente nella casa dei genitori, a Cinquefrondi)?
Vuoi tentare di rimescolare tutto, per tentare di velare le falsità e le diffamazioni in danno di Aldo Pecora da parte del “Corriere della Calabria” propalate come “dati di cronaca giudiziaria”?

Non ci provare, Polli. Non ci provare nemmeno.

 Concludo esprimendo grande solidarietà al peraltro molto sportivo vice direttore di Calabria Ora, che nella replica non mi pare se la sia presa più di tanto anche per affermazioni gravissime fatte da Pollichieni ai suoi danni (“Ma alle nostre latitudini queste intimidazioni non trovano spazio, neanche se veicolate attraverso i corsivi del vicedirettore di Calabria Ora”. INTIMIDAZIONI?!? E che intimidazioni avrebbe fatto Davide Varì? Il suo articolo si potrebbe bere in un bicchiere d’acqua…).

Ah, già. Dimenticavo: si è permesso di dire che “il re è nudo”, e che il Corriere della Calabria altro non è che una “macchina del fango” utilizzata da Pollichieni come un manganello mediatico, una lupara che spara pallettoni di carta, non meno pericolosi di quelli veri, però, in certi casi.
Dire cose del genere costa, caro Varì. Vedo che lei ha minimizzato, ed ha fatto finta di non capire che messaggio obliquo le aveva lanciato il Polli.

Bello e illuminante poi l’ultimo riferimento che Pollichieni fa, senza motivazione alcuna, del giornale che secondo lui era l’altra ruota della “macchina del fango” in Calabria.
Ci saranno almeno una ventina di testate periodiche registrate e regolarmente in edicola in Calabria, per non parlare dei periodici online.
Ebbene, dove va a parare Pollichieni? A “LA RIVIERA”!
Ma chissà perché questa “voce dal sen fuggita”…
Ci sarà pure un motivo se Pollichieni ritiene che il suo settimanale sia “fanghigliamente” vicino proprio a “La Riviera”.
Motivi di origini geografiche comuni nel cuore della locride?
Amicizie personali con qualcuno della proprietà?
Noi, che siamo “malepensanti”, abbiamo detto da tempo che contro “alcuni” personaggi  (alcuni, non altri) dell’antimafia c’è una sorta di “associazione per distruggere”.
Sarebbe facile fare ricostruzioni in questo senso: i recenti fatti della finta intervista/vera intimidazione ad Aldo Pecora, che Pollichieni tenta di “buttare in vacca” spudoratamente lo provano ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno.
Pollichieni, altre pubblicazioni della fascia jonica reggina dove hanno fatto il “tiro a segno” mediatico contro Aldo Pecora e selezionati altri bersagli, ora persino questo finto giornalista Michele Macrì, insieme al suo ignoto compare (extracomunitario?) non meglio ancora identificato… tutto fa capo alla locride, alla terra di origine di Pollichieni. Liasons dangereuses?

Forse Davide Varì non è di queste parti, e certe domande non se le pone, facendo finta che non sia successo nulla, e si sia trattato solo di una “scazzottata mediatica”, perché dice che “il giornalismo non è un pranzo di gala”. E la chiude sportivamente lì.
Noi questo lusso non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo guardare in fondo alle cose.

E dobbiamo capire se siamo davanti ad un vero rincoglionimento, o ad un vero pericolo.

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