Replica ufficiale all’articolo “Pecora è residente nella casa del boss” a firma di Agostino Pantano su “Il Corriere della Calabria”

26 03 2012

Riceviamo il presente comunicato ufficiale dallo Studio Legale Varone di Polistena.

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In riferimento all’articolo “Pecora è residente nella casa del boss” pubblicato alle pagine 26-27-28 del settimanale “Corriere della Calabria” n. 36 del 23 febbraio 2012, nelle edicole dal 16 febbraio 2012, a firma di Agostino Pantano, il sottoscritto Avv. Giulio Varone, su mandato dei Signori Giovanni Pecora e Maria Cristina Murdica, intende con il presente comunicato stampa rendere noto quanto segue, a titolo di smentita ufficiale di quanto falsamente affermato nel suddetto articolo.

 1 – I miei assistiti denunciano l’intento evidentemente diffamatorio dell’articolo del giornalista Pantano nei confronti del loro figlio Aldo Vincenzo Pecora, evidente sin dall’incipit, laddove nella “testatina” dell’articolo il Signor Pantano Agostino scrive: “Il caso concreto riguarda l’inopportunità della scelta di una figura simbolo: Aldo Pecora è residente, dal 2007, in un appartamento di proprietà della cosca Longo”.

Questa affermazione è appunto FALSA E DIFFAMATORIA.

A smentirla inoppugnabilmente non sono i miei assistiti, ma addirittura direttamente il Codice Civile, che è inequivocabile ed esplicito all’art. 144, che recita “I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato”. Aldo Pecora non avrebbe IN ALCUN MODO POTUTO FARE LA “SCELTA INOPPORTUNA” millantata nell’articolo incriminato, né nel 2007 né mai, in quanto Aldo Pecora SIN DALLA NASCITA è iscritto anagraficamente nel nucleo familiare composto dai miei assistiti e dai loro figli. L’art. 144 c.c. non prevede che sia uno dei figli a decidere dove la famiglia debba fissare la residenza della famiglia, ed a meno che il Signor Pantano Agostino non dimostri che Aldo Pecora faccia nucleo familiare a sé (ai sensi dell’art. 4, comma 2, del D.P.R. 30 maggio 1989 n. 223). Ma in tutta evidenza NON E’ COSI’, e quindi IL SIGNOR PANTANO HA SCRITTO IL FALSO addebitando ad Aldo Pecora “l’inopportunità della scelta” in merito alla sua residenza, in quanto la scelta della residenza spettava PER OBBLIGO DI LEGGE solo ai suoi genitori.

E siccome l’inizio della testatina dell’articolo scritto dal signor Pantano Agostino era “Grande palazzo, grande cosca, grande personaggio PUBBLICO […]”, è evidente quindi che il riferimento è ad Aldo Pecora, non ai suoi genitori, dei quali nessuno dei due è un “grande personaggio pubblico”: crolla già qui miseramente quindi dalle fondamenta l’impalcatura dell’articolo, e risulta quasi irrilevante il fatto che in realtà la famiglia composta dai miei assistiti e dai loro figli, si sia trasferita nell’attuale abitazione non dal 2007, ma addirittura dal 1 novembre 1998 (come ampiamente dimostrabile dai contratti delle utenze Enel, gas, ecc.), in quanto risiedevano anche in un altro appartamento dove, a norma di legge, avevano deciso di tenere la residenza e non il domicilio fino al 2007. Ed Aldo Pecora nel 1998 AVEVA 12 ANNI. Si smentisce in quanto non vera quindi anche la tempistica riportata nell’articolo. Un giornalista non si deve limitare a ciò che appare negli atti anagrafici, ma verificare ciò che è fattivamente vero, e sarebbe bastato chiedere a qualunque altro dei vecchi inquilini del palazzo per sapere che sono ben 14 anni che la famiglia Pecora-Murdica abita in quell’appartamento.

Quattordici anni in cui MAI nessun magistrato e nessun appartenente alle Forze dell’Ordine ha segnalato problematiche relative alla proprietà del palazzo, che è stato sequestrato solo il 7 febbraio 2012, cioè circa solo una settimana prima che l’articolo incriminato uscisse in edicola.

Appare quindi palesemente intempestivo e strumentale l’articolo del signor Pantano Agostino, visto che anche nell’ipotesi i miei assistiti avessero deciso, paradossalmente anche il giorno stesso del sequestro dell’immobile, di trasferire la propria residenza, i tempi burocratici di un trasferimento di residenza non potevano essere inferiori alle due/tre settimane (i miei assistiti avrebbero potuto alla data dell’articolo aver già chiesto il trasferimento di residenza, ed il signor Pantano Agostino non avrebbe avuto alcun mezzo per venirne a conoscenza, essendo trascorsa solo una settimana), e comunque i tempi tecnici per reperire un nuovo appartamento idoneo alle esigenze familiari, compatibile con il proprio arredamento e per effettuare un trasloco potrebbero essere pari oggettivamente e senza tema di smentita a diversi mesi.

Questa “strana” tempistica ha più il sentore dell’agguato mediatico che il sapore dell’inchiesta giornalistica. Un agguato mediatico che, come purtroppo si è visto dai drammatici fatti criminali di cui è stato vittima Aldo Pecora e la sua famiglia la settimana successiva alla sua pubblicazione, appare criminogeno con un rapporto inequivocabile e provato di causa-effetto.

Ma su questo inquietante aspetto della vicenda sta già indagando la Magistratura.

Ci si potrebbe chiedere perché i miei assistiti non hanno mai pensato che il palazzo dove vivevano in affitto potesse essere patrimonio mafioso, anche prima del 7 febbraio 2012, giorno del suo sequestro giudiziario, e quindi che potesse essere inopportuno, proprio per evitare possibili speculazioni da parte di persone in malafede.

La risposta è semplice, e persino banale: prima del 7 febbraio 2012, almeno per quanto è possibile sapere, non risultava lo pensassero i magistrati, o lo pensassero le Forze dell’Ordine, o lo pensasse NESSUNO degli inquilini dello stabile, alcuni anche in divisa,  che a decine lo hanno abitato o vi hanno fissato l’attività professionale e commerciale in questi anni.

Perché avrebbero dovuto pensarlo i miei assistiti?

Ma soprattutto: che c’entra Aldo Pecora in tutto questo?

2 – Titola l’articolo incriminato: “PECORA E’ RESIDENTE NELLA CASA DEL BOSS”.

Questa affermazione è GRAVEMENTE FALSA E DIFFAMATORIA: Aldo Pecora è residente nella casa che i genitori conducono in affitto nel Comune di Cinquefrondi, come tutti i figli ancora iscritti dalla nascita nello stato di famiglia dei genitori. Come potrebbe, e soprattutto, a che titolo potrebbe essere contemporaneamente residente nella casa di colui che il signor Pantano Agostino indica come “il boss”, e cioè Vincenzo Longo, che ci risulta essere residente a Polistena?

Infatti il citato D.P.R. 30 maggio 1989 n. 223 “Approvazione del nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente” recita al primo comma dell’art. 4Famiglia anagrafica. Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”.

Ora, siccome il signor Pantano Agostino fa riferimento ESCLUSIVAMENTE alle rilevanze anagrafiche, in quanto è di pubblica conoscenza, anche dei meno informati sulla vita di questo giovane, che Aldo Pecora RISIEDE DI FATTO A ROMA SIN DAL 2004 (anno in cui, APPENA DICIOTTENNE, decise di iscriversi all’Università “La Sapienza”, e come TUTTI gli studenti universitari ha lasciato la residenza ANAGRAFICA nel nucleo familiare, ma è di fatto domiciliato a Roma), secondo il dettato del succitato articolo 4 del D.P.R. 30 maggio 1989 n. 223 Aldo Pecora per essere “residente nella casa del boss”, come strilla enfaticamente il titolo dell’articolo, dovrebbe coabitare A POLISTENA nella casa in cui è residente il “boss” da lui indicato con tanto di fotografia pubblicata nelle pagine del suddetto settimanale, significativamente a fianco della foto di Aldo Pecora, e cioè Vincenzo Longo.

I miei assistiti confermano che TALE AFFERMAZIONE E’ FALSA, in quanto il loro figlio Aldo Pecora è residente sin dalla nascita nellE casE dove ha ELETTO, nei diversi momenti della vita familiare, LA  residenza la SUA famiglia, la famiglia Pecora-Murdica, per gli evidenti  E GIURIDICAMENTE INELUDIBILI vincoli di parentela che prevede l’art. 4 comma 1 del succitato D.P.R. n. 223/1989.

L’aver scritto a caratteri cubitali nel TITOLO DELL’ARTICOLO “PECORA E’ RESIDENTE NELLA CASA DEL BOSS” è in tutta evidenza una forzatura ulteriore nel disegno diffamatorio del giornalista Pantano (o di chi ha materialmente dato questo titolo all’articolo), in quanto evidentemente nella mente di chi l’ha formulato questo scrivere “nella casa del boss” avrebbe ulteriormente denigrato l’onorabilità di Aldo Pecora, anche agli occhi di chi avesse letto solo il titolo e non il resto dell’articolo.

E’ persino pleonastico soffermarsi sulla gravità di questa affermazione FALSA E GRAVEMENTE DIFFAMATORIA: la “CASA” infatti, come scrivono tutti i dizionari della lingua italiana, è “l’abitazione, la residenza di un nucleo familiare”. Scrivere quindi a caratteri cubitali “PECORA E’ RESIDENTE NELLA CASA DEL BOSS” significa far intendere all’immaginario collettivo ignaro della verità qualcosa che andava persino OLTRE lo stesso concetto di residenza: si suggerisce subliminalmente ai lettori una rapporto di FAMILIARITA’ tra Aldo Pecora ed il “boss”, tanto da conviverci NELLA STESSA CASA.

Ben altra valenza avrebbe avuto fermarsi all’affermazione della verità, e cioè che LA FAMIGLIA di Aldo Pecora risulta residente IN AFFITTO in un PALAZZO oggetto di sequestro giudiziario il 7 febbraio 2012. Il palazzo dove è residente la famiglia di Aldo Pecora è a Cinquefrondi; la casa del “boss” indicato dal signor Pantano è a Polistena.

 

3 – Si legge nel “catenaccio” posto sotto il titolo dell’articolo incriminato: “DA EROE ANTIMAFIA A INQUILINO DEL PALAZZO DEL CLAN LONGO”.

Questa affermazione è ASSOLUTAMENTE FALSA E DIFFAMATORIA.

Non si vuole in questa sede neanche opporre, in quanto non afferente i miei Assistiti, la più che legittima e COSTITUZIONALE presunzione d’innocenza per la proprietà del palazzo, in quanto ancora si deve celebrare la PRIMA UDIENZA relativa al sequestro dell’immobile, e tale prima udienza è fissata per il prossimo LUGLIO 2012. Lasciamo che siano le persone interessate ad invocarla.

Infatti Aldo Pecora, semplicemente, NON E’ “INQUILINO DEL PALAZZO DEL CLAN LONGO”.

Giuridicamente “inquilino” è il soggetto che detiene l’unità immobiliare posta in condominio a titolo diverso dalla proprietà o da altro diritto reale. Infatti il termine “inquilino” è sinonimo di affittuario, conduttore o locatario.

In diritto si definisce “locazione” il contratto con il quale una parte detto “locatore” si obbliga a fare utilizzare a un altro soggetto (inquilino, affittuario, conduttore o locatario/a) una cosa per un dato tempo, in cambio di un determinato corrispettivo.

Nello specifico Aldo Pecora, in atto, è inquilino dal dicembre 2010 di un’unità immobiliare adibita come ufficio e posta nel comune di Polistena. (Verifichi il Signor Pantano Agostino se Aldo Pecora è, in questo unico caso possibile, inquilino di un esponente di qualche noto, o meno noto, clan mafioso-ndranghetistico).

Aldo Pecora non è MAI stato titolare di altri contratti di locazione, quindi non è inquilino di nessun altro che del proprietario dell’ufficio che conduce in affitto a Polistena.

“Inquilini” locatari dell’unità immobiliare ad uso abitativo indicata dal signor Pantano Agostino nel suo articolo sono i miei assistiti Giovanni Pecora e Maria Cristina Murdica, genitori di Aldo Vincenzo Pecora.

Pertanto il signor Pantano Agostino avrebbe semmai dovuto scrivere, se avesse avuto a cuore la verità dei fatti, che “Aldo Pecora risulterebbe, salvo prova contraria, residente nella casa dei suoi genitori che ne sono inquilini locatari”, visto che lo stesso signor Pantano Agostino ammette di sapere che Aldo Pecora risiede realmente a Roma, visto che scrive “Quando il leader di “Ammazzateci tutti” torna in paese ritrova la famiglia nell’alloggio sequestrato”.

E’ infatti sconfinata la giurisprudenza che sancisce inequivocabilmente che ai sensi dell’art. 43 comma 2 c.c. la residenza è nel luogo abituale in cui la persona dimora abitualmente. Dunque, ciò che giuridicamente qualifica la residenza è un aspetto “oggettivo”, vale a dire la dimora abituale in un determinato luogo, laddove l’abitualità della dimora è da intendersi come stabilità della permanenza nel luogo. La residenza, cioè, identifica una situazione di fatto, ed è solo PRESUNTA la coincidenza fra la residenza anagrafica e residenza effettiva della persona, ai sensi dell’art. 44 cod. civ. e 31 disp. att. .

Ma la volontà diffamatoria del signor Pantano Agostino nei confronti di Aldo Pecora, clamorosamente evidente, non avrebbe trovato soddisfazione nell’affermare che solamente i genitori di Aldo Pecora erano “inquilini del palazzo del clan Longo”.

Bisognava affermare il falso pur di inventarsi uno “scoop”.

E se poi questo falso “scoop” avrebbe potuto arrecare danno ad Aldo Pecora o alla sua famiglia, al signor Pantano – ed a chi ne autorizzato senza scrupolo alcuno la pubblicazione dell’articolo – non ne importava evidentemente nulla.

La prova finale ed inconfutabile della malafede del signor Pantano Agostino ce la fornisce paradossalmente lui stesso quando, nel testo dell’articolo, si fa sfuggire “Uno dei citofoni del palazzo di via Magellano ha per intestazione i cognomi dei due genitori dell’animatore di Ammazzateci tutti”.

E sempre lo stesso signor Pantano Agostino, nello stesso articolo, scrive che esclude “possa trattarsi di un indirizzo fittizio o di comodo.

Quindi il signor Pantano Agostino stesso ammette che VERAMENTE, a suo avviso, l’appartamento di cui trattasi è abitato e condotto in locazione dai coniugi Pecora – Murdica.

Delle due, quindi, l’una: o Aldo Pecora è l’inquilino che ha scelto di eleggere in quell’appartamento la sua residenza, come affermato nella testatina, nel titolo e del catenaccio dell’articolo del signor Pantano, e quindi è finta la residenza dei suoi genitori, o i veri inquilini locatari sono i miei Assistiti genitori di Aldo Pecora, ed allora E’ FALSO TUTTO L’ASSUNTO DELL’ARTICOLO.

4 – Il signor Pantano Agostino scrive: “quindi negli stessi locali dove il leader del movimento e la famiglia hanno eletto la propria residenza […]”.

Anche questa affermazione è FALSA E DIFFAMATORIA nella parte che riguarda Aldo Pecora.

Difatti abbiamo già dimostrato che questa affermazione, per essere vera, dovrebbe prevedere che nella stessa abitazione COABITINO DUE NUCLEI FAMILIARI: quello composto dai miei assistiti e dai loro due figli Alessandro e Patrick, ed un secondo nucleo familiare composto da una sola persona, Aldo Vincenzo Pecora.

Infatti solo in questo caso colui che il signor Pantano indica come “il leader di Ammazzateci tutti”, e cioè Aldo Pecora, avrebbe potuto “eleggere la propria residenza”, cioè scegliere volontariamente di risiedere in quella casa.

Siamo sicuri che presto qualche Magistrato spiegherà al signor Pantano Agostino, ed altri con lui, che nella stessa famiglia, che abita nella stessa casa, come già ricordato: “I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato” (art. 144 c.c.).

I figli, finchè sono nello stesso Stato di Famiglia dei genitori, non eleggono nessuna residenza, perchè ope legis questo atto è riservato solo ed esclusivamente i genitori.
Ma qui, con questa affermazione, si va ben oltre la semplice propalazione di falsità diffamatorie nei confronti di Aldo Vincenzo Pecora: scrivendo “quindi negli stessi locali dove il leader del movimento e la famiglia hanno eletto la propria residenza […]” le persone che leggono l’articolo e conoscono come funziona il meccanismo di elezione della residenza potrebbero intendere che, per un qualche oscuro motivo, pur abitando – come scrive il giornalista –  nella stessa casa, ALDO VINCENZO PECORA SI E’ ISOLATO DAL RESTO DELLA PROPRIA FAMIGLIA ELEGGENDO IN QUELLA CASA LA PROPRIA RESIDENZA, MA FACENDO NUCLEO FAMILIARE A SE’.

Aldo Pecora separato dal resto della sua famiglia, sia pure nella stessa casa: questa immagine, FALSA E DIFFAMATORIA, è DEVASTANTE nell’immaginario collettivo, ed offende profondamente l’onore e la dignità dei miei assistiti.

Ma c’è di peggio.

Far intendere, senza dirlo, che Aldo Pecora è una persona isolata, anche nel proprio contesto familiare, potrebbe farlo immaginare ancor più come un “facile bersaglio” da colpire, MAGARI PRESSO L’INDIRIZZO DI CASA COSI’ CON DOVIZIA DI PARTICOLARI RESO PUBBLICO DAL GIORNALISTA PANTANO.
E visto cosa è successo PROPRIO SOTTO CASA DEI MIEI ASSISTITI la sera del 22 febbraio u.s., con l’aggressione intimidatoria di due finti giornalisti nei confronti di Aldo Vincenzo Pecora, mi sembra che non ci sia bisogno di lavorare di fantasia su questa ipotesi.

Per quanto sopra riportato, ed ampiamente, giuridicamente ed oggettivamente argomentato, i miei assistiti quindi smentiscono categoricamente quanto affermato dal giornalista Pantano Agostino nel suo articolo, e cioè che Aldo Pecora abbia “scelto” la propria residenza”, sia “inquilino del palazzo del clan Longo” o addirittura “residente nella casa del boss”.

Pertanto Aldo Pecora, con ampia facoltà di prova,

a)      non ha mai scelto la propria residenza;

b)     non è inquilino di nessun palazzo, se non del suo ufficio a Polistena;

c)      non è –né è mai stato, né potrebbe essere – “residente nella casa del boss”.

 

A questo punto i miei Assistiti RITENGONO DI AVER RIPRISTINATO FINALMENTE LA VERITA’, SUPPORTATI DALLA NORMA DI LEGGE, UNA VERITA’ CALPESTATA ED OFFESA DALLE FALSITA’ DIFFAMATORIE DIFFUSE DAL SIGNOR PANTANO AGOSTINO E DAL SETTIMANALE “CORRIERE DELLA CALABRIA.

Sarà cura di Aldo Vincenzo Pecora, quando e come lo riterrà opportuno, chiedere soddisfazione nelle opportune sedi giurisdizionali, con i tempi e le modalità che egli riterrà, delle suddette false affermazioni del signor Pantano Agostino ed a quanti altri abbiano avuto titolo nella pubblicazione e/o divulgazione anche e soprattutto a mezzo internet dell’articolo sopra riportato, con l’evidente intento di procurargli un irreparabile danno d’immagine che ne distruggesse non solo il ruolo di protagonista nell’antimafia sociale, ma anche – e forse soprattutto – la brillante già avviata ma ancora molto precaria carriera di giornalista, di autore televisivo e di scrittore.

 Per quanto riguarda i miei assistiti, sono autorizzato a comunicare che essi QUERELANO per le falsità diffamatorie scritte nel citato articolo il signor Pantano Agostino, e per le rispettive responsabilità il direttore responsabile e l’editore del settimanale “Corriere della Calabria”, nonché chi ha contribuito, a qualsiasi titolo, alla diffusione su internet del suddetto articolo CONTENENTE TUTTE LE FALSITA’ E LE DIFFAMAZIONI AMPIAMENTE DIMOSTRATE, mediante gli opportuni mezzi ed in tutte le sedi giurisdizionali, compresa quella ordinamentale, per essere stati oggetto della divulgazione non autorizzata dei loro dati personali, sia in forma scritta che con l’uso di attrezzature fotografiche, senza che tale divulgazione ricadesse nelle tipologie delle deroghe previste dalla Legge 675/96 ed in violazione del Codice Deontologico dei Giornalisti, nonché ai sensi delle vigenti Leggi e come sancito nella vasta giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione sia in sede civile che penale, essendo i miei Assistiti persone in atto senza immagine pubblica, senza incarichi pubblici o elettivi, e non essendo quindi essi stessi soggetti che possano dare alcuna giustificazione di interesse pubblico nella divulgazione di dati, fotografie e notizie privati che li riguardano, con l’aggravante che da tale divulgazione di dati privati, con un rapporto diretto e provato di causa-effetto, la loro famiglia e le loro persone hanno patito conseguenze gravissime sia in termini di incolumità e di salute che in termini di serenità familiare.

Salva ogni altra azione o ragione per altre fattispecie di reato di cui i miei Assistiti ritengono di essere stati vittime delle azioni del signor Pantano Agostino ed altri, e che esporranno nelle opportune sedi.

Polistena, 26 marzo 2012                                                                                                                     Avv. Giulio Varone

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