La legge Pica del 1863, ovvero la “licenza di uccidere i meridionali”

16 04 2011

di Giovanni Pecora            [clicca QUI per leggere l’intero testo della legge Pica]

Nola, 10 settembre 1863, un bersagliere mostra il cadavere del "brigante" Nicola Napolitano dopo la fucilazione e le sevizieSecondo il re sabaudo Vittorio Emanuele II dall’Italia meridionale si “alzava un grido di dolore” che lui, notoriamente di buon cuore e generoso, non poteva non ascoltare. E così mandò avanti Garibaldi con i suoi Mille improbabili liberatori che, a suo avviso, sarebbero bastati per accendere il fuoco della ribellione al tiranno Borbone.
Ed in effetti all’inizio fu così, e molti cittadini di idee liberali accolsero Garibaldi come un angelo liberatore, mentre molti ufficiali dell’esercito borbonico, precedentemente comprati dall’opera di intelligence posta in essere segretamente da Cavour, facevano in modo che i soldati di re Francesco II non ostacolassero in alcun modo l’invasione e gli insorti.
Bastarono poche settimane per far comprendere ai liberali ed al popolo meridionale che Garibaldi non veniva a portare la libertà, ma semplicemente a sostituire un re con un altro re. Ma ormai era troppo tardi, perchè a consolidare la conquista del Regno delle Due Sicilie erano già arrivati i bersaglieri ed i fanti dell’esercito piemontese, che prima sparavano e poi controllavano chi avessero davanti, fossero anche donne, bambini o vecchi inermi.
Per la retorica risorgimentale i “fratelli d’Italia” ci abbracciavano per liberarci dal medioevo borbonico. Francamente già posta in questi termini sembrerebbe più un’amara barzelletta che altro, visto che per mille versi il Regno delle Due Sicilie era almeno vent’anni avanti rispetto al resto d’Italia, Piemonte compreso.
E questo era ed è sotto gli occhi di tutti. Basta guardare le pubblicazioni del tempo ed i documenti originali, e non i libri falsificati dalla retorica risorgimentale.
Ma a volte, proprio per evitare che appaia un racconto di parte, è addirittura sufficiente mostrare I FATTI, oppure ciò che scrivono e dicono testi che non possono certamente essere definiti “filo-meridionalisti”.

I FATTI
Nel 1863, dopo già ben due anni erano passati di presunti “baci ed abbracci” con i meridionali liberati, il clima era talmente “idilliaco” qui al Sud che il governo neo-italiano ha dovuto far promulgare al re sabaudo lo stato d’assedio per le regioni meridionali, autorizzando così la sospensione delle leggi civili ed il passaggio al codice penale di guerra.
Si promulga così la cosiddetta “Legge Pica“, dal nome del deputato abrujzzese che la formulò, che per oltre due anni trasformò le regioni meridionali in un immenso campo di combattimento, o meglio ancora in un enorme lager dentro il quale i soldati del re sabaudo, i “piemontesi”, con la scusa della lotta al brigantaggio uccisero, stuprarono, squartarono, sgozzarono, misero a ferro e fuoco interi paesi causando migliaia e migliaia di morti innocenti.
E ci vollero ben ancora almeno sette anni per piegare definitivamente tutte le sacche di resistenza dei partigiani lealisti al re Borbone sulle montagne abruzzesi, lucane, campane, pugliesi, calabresi, e siciliane.
Basterebbe questo per capire l’enorme montagna di menzogne che ha accompagnato per 150 anni la storia del risorgimento italiano.
Altro che “fratelli d’Italia”…
Poi ci testimonianze – involontarie – che veramente sono al di sopra di ogni sospetto, come ad esempio quelle tratte dal sito dell’Arma dei Carabinieri, “fedelissima” per definizione al re savoia.
Ecco cosa si legge nel sito ufficiale dell’Arma:
La legge Pica permise la repressione senza limiti di qualunque resistenza: si trattava, in pratica, dell’applicazione dello stato d’assedio interno. Senza bisogno di un processo si potevano mettere per un anno agli arresti domiciliari i vagabondi, le persone senza occupazione fissa, i sospetti fiancheggiatori di camorristi e briganti. Nelle province dichiarate infestate da briganti ogni banda armata di più di tre persone, complici inclusi, poteva essere giudicata da una corte marziale. Naturalmente alla sospensione dei diritti costituzionali (il concetto di diritti umani di fatto ancora non esisteva) si accompagnarono misure come la punizione collettiva per i delitti dei singoli e le rappresaglie contro i villaggi“.
(http://www.carabinieri.it/Internet/Arma/Ieri/Storia/Vista+da/
Fascicolo+6/04_fascicolo+6.htm
)

Non c’è bisogno di alcun commento, mi pare.

Vediamo allora cosa invece scrive Wikipedia, l’enciclopedia online, a proposito della legge Pica (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Pica):
“La legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, dal nome del suo promotore, il deputato abruzzese Giuseppe Pica, fu approvata dal parlamento della Destra storica e fu promulgata da Vittorio Emanuele II, il 15 agosto di quell’anno. Presentata come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa”, la legge fu più volte prorogata ed integrata da successive modificazioni, rimanendo in vigore fino al 31 dicembre 1865. Sua finalità primaria era porre rimedio al brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno, attraverso la repressione di qualunque fenomeno di resistenza.

Contesto preesitente
Il provvedimento legislativo seguiva, di circa dodici mesi, la proclamazione, da parte del governo, dello stato d’assedio nelle province meridionali, avvenuta nell’estate del 1862. Con lo stato d’assedio si era voluto concentrare il potere nelle mani dell’autorità militare al fine di reprimere l’attività di resistenza armata: coloro i quali venivano catturati con l’accusa di brigantaggio, fossero essi sospettati di essere ribelli o parenti di ribelli, potevano essere passati per le armi dall’esercito, senza formalità di alcun genere.
Nella seduta parlamentare del 29 aprile 1862, il senatore Giuseppe Ferrari affermava: «Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi».
Per contro, coloro che riuscivano ad evitare il plotone di esecuzione non potevano più essere processati dai tribunali militari e divenivano soggetti alla giustizia ordinaria, che, in base alle variazioni apportate, nel 1859, al codice penale piemontese, non prevedeva più l’applicazione della pena di morte per i reati politici[5]. La legge Pica, dunque, sospendendo, in sostanza, la garanzia dei diritti costituzionali contemplati dallo statuto Albertino, aveva l’obiettivo di colmare questo “vuoto”, sottraendo i sospettati di brigantaggio ai tribunali civili in favore di quelli militari.

Brigantaggio e camorrismo
La legge Pica, il cui titolo era Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette, si attesta come la prima disposizione normativa dello stato unitario in cui viene contemplato il reato di camorrismo[6]. Oltre ad introdurre il reato di brigantaggio, infatti, la legge 1409/1863, disciplinò in tema di ordine pubblico riferendosi anche alle azioni delittuose commesse della nascente criminalità organizzata. Inoltre, la legge Pica introdusse, per la prima volta, la pena del domicilio coatto, ponendosi, per questi due aspetti, come antesignana dell’ampia produzione normativa connessa ai reati di mafia che caratterizzerà il XX secolo. Legiferando, però, su proto-mafie e brigantaggio attraverso un’unica norma, il parlamento italiano accostava impropriamente il mero banditismo all’attività di brigantaggio politico propria della resistenza partigiana antiunitaria e legittimista.

Le disposizioni normative
In applicazione della legge Pica, dunque, venivano istituiti sul territorio delle province definite come “infestate dal brigantaggio” (individuate dal Regio decreto del 20 agosto 1863) i tribunali militari, ai quali passava la competenza in materia di reati di brigantaggio.
Il nuovo corpo normativo stabiliva che poteva essere qualificato come brigante (e, dunque, giudicato dalla corte marziale) chiunque fosse stato trovato armato in un gruppo di almeno tre persone.
Veniva concessa la facoltà di istituire delle milizie volontarie per la caccia ai briganti ed erano stabiliti dei premi in danaro per ogni brigante arrestato o ucciso.
Le pene comminate ai condannati andavano dall’incarcerazione, ai lavori forzati, alla fucilazione.
Veniva punito con la fucilazione (o con i lavori forzati a vita, concorrendo circostanze attenuanti) chiunque avesse opposto resistenza armata all’arresto, mentre coloro che non si opponevano all’arresto potevano essere puniti con i lavori forzati a vita o con i lavori forzati a tempo (concorrendo circostanze attenuanti), salvo, però, maggiori pene, applicabili nel caso in cui costoro fossero stati riconosciuti colpevoli di altri reati. Coloro che prestavano aiuti e sostegno di qualsiasi genere ai briganti potevano essere, invece, puniti con i lavori forzati a tempo o con la detenzione (concorrendo circostanze attenuanti). Veniva punito con la deportazione chiunque si fosse unito, anche momentaneamente, ai gruppi qualificati come bande brigantesche. Erano, invece, previste delle attenuanti per coloro i quali si fossero presentati spontaneamente alle autorità. Veniva, infine, introdotto anche il reato di eccitamento al brigantaggio.

La legge prevedeva, inoltre, la condanna al domicilio coatto per i vagabondi, le persone senza occupazione fissa, i sospetti manutengoli, camorristi e fiancheggiatori, fino ad un anno di reclusione.
Nelle province definite “infette”, venivano istituiti i Consigli inquisitori (i cui componenti erano il Prefetto, il Presidente del Tribunale, il Procuratore del Re e due cittadini della Deputazione Provinciale) che avevano il compito di stendere delle liste con i nominativi dei briganti individuando così i sospetti che potevano essere messi in stato d’arresto o, in caso di resistenza, uccisi: l’iscrizione nella lista, infatti, costituiva di per sé prova d’accusa. In sostanza, veniva introdotto il criterio del sospetto: in base ad esso, però, chiunque avrebbe potuto avanzare accuse, anche senza fondamento, anche per consumare una vendetta privata.
La legge, inoltre, aveva effetto retroattivo: in altre parole, era possibile applicare la legge Pica anche per reati contestati in epoca antecedente la promulgazione della legge stessa.
Attraverso le successive modificazioni, la legge Pica fu estesa anche alla Sicilia, pur essendo assente sull’isola il grande brigantaggio legittimista che caratterizzava le province napoletane. In particolare, l’obiettivo del governo era combattere il fenomeno della renitenza alla leva militare: divennero, infatti, perseguibili i renitenti, i loro parenti e, persino, i loro concittadini (attraverso l’occupazione militare di città e paesi). Alla sospensione dei diritti costituzionali, dunque, si accompagnavano misure come la punizione collettiva per i reati dei singoli e il diritto di rappresaglia contro i villaggi: veniva introdotto il concetto di “responsabilità collettiva”.

Contesto sociale e politico
Già durante la fase di discussione, fu avanzata l’ipotesi che la proposta del Pica avrebbe potuto dare adito ad errori ed arbitri di ogni sorta: il senatore Ubaldino Peruzzi, infatti, notò come il provvedimento fosse «la negazione di ogni libertà politica». Al pugno di ferro prospettato dalla Destra storica, il Senatore Luigi Federico Menabrea rispose, invece, con una proposta totalmente alternativa. Il Menabrea, come soluzione al malcontento popolare e alle insurrezioni che seguirono l’annessione delle Due Sicilie al Regno d’Italia, propose di stanziare 20 milioni di lire per la realizzazione di opere pubbliche al Sud. Il piano del Menabrea, però, non ebbe alcun seguito, poiché il parlamento italiano preferì investire nell’impiego delle forze armate. In generale, infatti, la lotta al Brigantaggio, impegnò un significativo “contingente di pacificazione”: inizialmente esso constava di centoventimila unità, quasi la metà dell’allora esercito unitario, poi scese, negli anni successivi, prima, a novantamila uomini e, poi, a cinquantamila.
Dunque, nonostante le criticità del provvedimento legislativo fossero state apertamente denunciate, la legge fu ugualmente approvata, ma già dai suoi stessi contemporanei furono riconosciuti gli abusi e le iniquità a cui essa diede adito. In sostanza, la legge Pica non faceva alcuna distinzione tra briganti, assassini, contadini, manutengoli, complici veri o presunti. A tal proposito, nel 1864, Vincenzo Padula scriveva:

 «Il brigantaggio è un gran male, ma male più grande è la sua repressione. Il tempo che si dà la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali, civili e militari; e l’immoralità dei mezzi, onde quella caccia deve governarsi per necessità, ha corrotto e imbruttito. Si arrestano le famiglie dei briganti, ed i più lontani congiunti; e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro, servono a saziare la libidine, ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti».

La legge Pica, fra fucilazioni, morti in combattimento ed arresti, eliminò da paesi e campagne circa 14.000 briganti o presunti tali[23]: per effetto della legge 1409/1863 e del complesso normativo ad essa connesso, fino a tutto il dicembre 1865, si ebbero 12.000 tra arrestati e deportati, mentre furono 2.218 i condannati. Nel solo 1865, furono 55 le condanne a morte, 83 ai lavori forzati a vita, 576 quelle ai lavori forzati a tempo e 306 quelle alla reclusione ordinaria. Nonostante tale rigore, la legge Pica non riuscì a portare i risultati che il governo si era prefissi: l’attività insurrezionale e il brigantaggio, infatti, perdurarono negli anni successivi al 1865, protraendosi fino al 1870.

CONCLUSIONE

L’agosto 1863 un proclama di Vittorio Emanuele venne affisso in tutte le città, paesi, borgate del Mezzogiorno. Era la legge Pica contro il “brigantaggio”. Praticamente l’autorità militare assumeva il governo delle province meridionali. La repressione diventava, a questo punto, ancora piu’ acre e feroce di quanto non fosse stata fin allora. La legge Pica rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865. Fu presentata come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” e, dall’opposizione parlamentare di sinistra valutata e combattuta come una violazione dell’art. 71 dello Statuto del Regno poiché il cittadino “veniva distolto dai suoi giudici naturali” per essere sottoposto alla giurisdizione dei Tribunali Militari e alle procedure del Codice Penale Militare. La legge passò comunque a larga maggioranza. La ribellione doveva essere stroncata “col ferro e col fuoco!”. Per effetto della legge Pica, a tutto il 31 dicembre 1865, furono 12.000 gli arrestati e deportati, 2.218 i condannati. Nel solo 1865 le condanne a morte furono 55, ai lavori forzati a vita 83, ai lavori forzati per periodi più o meno lunghi 576, alla reclusione ordinaria 306. Le carceri erano piene, fitte, zeppe fino all’inverosimile“.
(Ludovico Greco,”Piemontisi, Briganti e Maccaroni” – Guida Editore, Napoli, 1975)

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24 responses

17 04 2011
corinina

Mi occupo si storia da tempo e la insegno. Non mi sembra che il documento pervenutomi sia veritiero ed accettabile. Basta dire alcune cose e non dire altre per cambiare completamente il quadro della sua composizione ed articolazione.
Notavo che il giudizio su Garibaldi è di sapore leghista,che la legge Pica appare come una ritorsione nei confronti dei meridionali,quando invece fu varata per stroncare il fenomeno del brigantaggio che infestava le province meridionali e liberare le popolazioni dai loro soprusi (vedi inchieste Franchetti-Sonnino,Lettere meridionali di Pasquale Villari),che la situazione economico-sociale del regno dei Borbone,non era affatto privilegiata,anche se vi era qualche industria,nè poteva mettersi a confronto con l’Italia che non si era organizzata in Stato e così via e tutto questo con i documenti alla mano,giusto per intendere che si tratta di illazioni preoccupanti, ingigantite da una propaganda politica che vorrebbe creare una Lega del Sud a somiglianza di quella del Nord e dividere ulteriormente un popolo che ha subito torti ,ma che non merita d’essere discriminato ancora ed ingannato.
Non prestatevi a questo gioco pericoloso! Guardate avanti!

17 04 2011
Direttore

Gentile Corinina,
lei dice di essere un’insegnante di storia, e quindi conosce bene la differenza tra la ricerca storica e la storiografia.
Se uno scrive: “Ecco il testo della Legge Pica” rende una testimonianza storica inoppugnabile, perchè chiunque può leggere direttamente un documento storico “così com’è”. E’ quella che si dice una “operazione verità”.
Se invece si scrive: “Ecco a che cosa serviva la legge Pica” propone una PROPRIA visione delle cose, che non può avere pretesa di verità oggettiva.
Ebbene, la Legge Pica è lì, in testa al mio commento.
Chiunque può leggerla prima di leggere le mie parole, e farsene un’idea.
Poi dopo il mio commento, che non ha alcuna pretesa storiografica ma è solo la mia opinione sull’argomento, che vale quanto la sua opinione e quella di chiunque altro, propongo però altri due documenti originali provenienti da fonti non propriamente assimilabili alla mia tesi: una è uno scritto riportato nel sito ufficiale dell’Arma dei Carabinieri (i “Regi Carabinieri” dei Savoia, non dimentichiamolo), ed uno proveniente da Wikipedia.
La mia tesi infatti è che proprio leggendo ciò che scrivono “gli altri” ti puoi fare un’idea verosimile della verità.
Così si scrive la Storia, quella con la “S” maiuscola, non quella drogata dalla propaganda dei vincitori.
La saluto cordialmente.

26 04 2011
Mino Errico

Visto che insegna storia mi permetto di consigliarle una lettura tosta:
L’INVENZIONE DEL MEZZOGIORNO una storia finanziaria di Nicola Zitara
La sua risposta somiglia a quella di Nisco quando a Polsinelli
durante il dibattitto parlamentare sull’abolizione delle tariffe doganali
replica che non gli risulta che al sud ci fossero delle industrie!
Infatti lui era stto in esilio e non conosceva l realtà del suo paese natio
lei invece non la conosce perchè ha studiato su libri risorgimentalisti
Cordiali saluti e buona lettura
Mino Errico

26 01 2013
Pippo

CORININA,DA QUELLO CHE DICI DIMOSTRI DI NON AVER CAPITO COSA é STATO IL BRIGANTAGGIO. DAL TUO PUNTO DI VISTA E’ ACCETABILE LA LEGGE PICA,MA I BRIGANTI ERANO I PARTIGIANI DI ALLORA! C’E’ UNA BELLA DIFFERENZA!

13 04 2012
Nocem

Giusto per rientrare in tema…Così come in quel tempo la legge Pica militarizzò le province meridionali, così oggi una cosa verosimile andrebbe fatta per la Calabria….in Calabria va proclamato lo stato d’assedio e all’esercito va data licenza di sparare su qualsiasi criminale…la ‘Ndrangheta
ha ormai stretto il cappio al collo a questa regione…agisce ormai incontrollata su la quasi totalità di alcuni suoi territori, e per altri è solo questione di tempo..la giustizia ordinaria non riesce ad arginare questa emorragia criminale..i Sindaci e i PM minacciati sono all’ordine del giorno, intimidazioni, avvertimenti e buste minatorie ormai non si contano più…le forze dell’Ordine sono impotenti….la popolazione onesta vive nel timore delle rappresaglie, si conta a macchia d’olio; quella disonesta si propaga come un inquinamento, costruisce un clima silenzioso di assenso e complice sottomissione… persino la ‘ndrangheta fa paura anche dal carcere…i testimoni si rifiutano di collaborare con lo Stato perchè dicono “teniamo famiglia”, lasciati soli senza protezione….la metà dei commercianti in Calabria paga il pizzo alla ‘ndragheta, l’altra metà non lo paga perchè è ‘ndragheta (Cit. Travaglio)…
Qui si muore e voi ne uscite con una denuncia sulla legge Pica…qui di legge Pica ce ne vorrebbe una seconda…
La giustizia ordinaria non può nulla, è inadatta…questa è una guerra e va combattuta con l’esercito in testa…

3 09 2012
Mike

Nocem, grazie per aver avuto il coraggio di denunciare una verità che tutti sanno ma per omertà non raccontano. Le forze dell’ordine, sono impotenti, prima di tutto devono tutelare loro stessi contro la ‘ndrangheta. Ogni poliziotto deve avere una laurea in legge prima di avvicinare un camorrista. Le leggi tutelano i camorristi e penalizzano le forze dell’ordine. Ormai una grande parte dei politici è collusa con camorristi. Sarà inutile qualunque protesta, è una partita persa in partenza. Ci vuole un miracolo, che al momento vedo impossibile. Per fermare i mafiosi ci vuole il pugno dure, ci vuole inflessibilità , ma come si fa visto che parte dei politici sono collusi? Ecco la grande sconfitta dei cittadini onesti come Nocem e tanti altri. Nocem ti auguro che le cose cambiano in bene, ma le vedo difficli.

26 01 2013
Pippo

Nocem: oggi in Calabria c0é solo la ‘ndrangheta e non più il brigantaggio che era altra cosa! Basterebbe mettere in pratica le leggi che già ci sono e che il popolo calabrese fosse meno bue e piû toro!!!!!!!!

30 03 2014
Nocem

Non ho paura ne tantomeno reticenza nell’affermare che qualsiasi Paese serio di buon senso che avesse a cuore la risoluzione del Problema, oggi applicherebbe 2, 10, 100 nuove Leggi Pica con l’imposizione dello Stato d’assedio in questa disgraziata e marcia Regione.. già perché questa Regione è oggi la cloaca maleodorante dei peggiori mali criminali italiani…dove il marciume putrido della moralità che i partiti hanno contribuito ad espandere, si combina con l’ignoranza e la collusivita bastarda di una Popolazione locale che non è vittima del problema…complice e prima responsabile del problema….già perché i Politici condannati e gli Amministratori deviati dal fumo della Criminalità sono coloro che maggiormente sono apprezzati e godono del maggior consenso fra la popolazione….vuol dire che il problema è totale…non esiste qui quella parte di società sana…non esiste qui, la speranza di trovare una parte di società o popolo che si opponga…esiste una parte di società collusa, conseziente che subisce a cui dopotutto sta bene così, esiste quella parte di società famelica che si sparte il bottino spalla spalla con la criminalità e che la fiancheggia nella speranza un domani di sostituirsi per eredità ad essa, e poi esiste l’ultima parte della Società che è essa stessa la Criminalità…..per cui se la colpa prima ancora di ricercarla nelle istituzioni, risiede nel popolo ignorante, consensiente che permette di dar potete a tali istituzioni attraverso il diritto di voto…è in primis il popolo che andrebbe punito…al popolo calabrese va revocato il diritto di voto, la Regione va militarizzata, va imposto lo Stato di Guerra e d’assedio senza se e senza ma…la questione morale va ristabilita con la forza….alla violenza della ndrangheta si deve rispondere con la violenza e la forza dello Stato….le famiglie mafiose vanno sterminate, fucilate, confinate, incarcerate, tutte, padri, madri, figli, dal nonno al nipote…poiché il marcio è ovunque…. fino al quarto grado di parentela, non deve rimanere alcun figura familiare che possa raccogliere le redini del potete mafioso…nessuno….quando si sarà fatta pulizia allora si potrà ricostruire qualcosa….ora come ora…è tutto fumo e chiacchiere, il ricatto dei garantisti che si trincerano dietro alle bugie del politicy correct per negare il problema e ostacolare la soluzione evidente al problema.

3 05 2012
Roberto D'Arrigo

Vorrei spiegare a quanti leggono i libri di Storia, che questi “vengono sempre scritti dai vincitori”. Occorre molta esperienza, conoscenza, ragionevolezza ed intelligenza per capire a fondo come và il mondo. I giornali, le TV,i mass-media in genere, i discorsi dei politici e dei Capi di Governo, NON SONO LA VERITA’, spesso ne sono l’opposto. Dietro una rivolta, una guerra, una invasione, ci sono motivi di egemonia militare ed economica, avidità colonialistiche, velleità espansionistiche, facile sottrazione di ricchezze naturali e minerarie, sempre abilmente ammantate da contingenti nobili cause umanitarie. Dagli ominidi preistorici ad oggi é stato sempre così. E le masse, corrotte dalla propaganda politica, ottusi dall’ignoranza ed accecati da stupidi egoismi, come pecoroni, inconsapevoli ed incoscienti, seguono bendati lo stolto Pastore. Non é facile rendersene conto, non basta avere studiato o insegnare. Occorre soprattutto ragionevolezza, materia rara in via di estinzione.

16 05 2012
PRIVATO

INSEGNANTI DI STORIA CHE CREDONO DI SAPERE TUTTO PERCHE’ HANNO STUDIATO. SI, MA COSA AVETE STUDIATO? E’ L’ENNESIMA DIMOSTRAZIONE DEL FATTO CHE LA CULTURA SPESSO NON E’ INTELLIGENZA PERCHE’ SE SI E’ INTELLIGENTI ALLORA SI ARRIVA A CAPIRE CHE CI HANNO FATTO STUDIARE UN MARE DI CAVOLATE. DIVULGARE LA VERITA’ STORICA E’ DOVERE ! SIA CHE ESSO SIA MERIDIONALE, SETTENTRIONALE, ITALIANO, FRANCESE, AMERICANO ECC ECC… ALTRIMENTI CI SI LAUREA, SI ESERCITA PURE LA MENTE… E SI DIVENTA ANCHE COLTI: MA DI BUGIE.

3 09 2012
Mike

GGentile Corinina,
Non sono nato ieri mattina, Lei mi dovrebbe illustrare quale libro di storia scolastico parla di Fenestrelle. Tanto che ho provato a chiedere ai nostri giovani se conoscevano il nome di Fenestrelle. Mi sembra la sua preparazione storica, non l’abbia come offesa, alquanto di parte ed unidirezionale, ovvero la storia raccontata dal vincitore. Ancora Le posso dire che i nostri briganti, chiamati altrove partigiani, combatterono contro i soprusi sabaudi, i quali continuano ancora dopo 150, altrove vengono decorati , ricordati e premiati. Mio Padre morto da decenni, mi raccontava come due fratelli di suo nonno trovarono la morte impietosa lungo il tragitto Gaeta – Fenestrelle. Per la resa dei soldati Borbonici a Gaeta fu promesso loro il ritorno a casa, così non fu, anzi iniziò il lungo calvario verso i lager Piemontesi, la storia non accenna a questi misfatti. I pochi parenti che si azzardarono a recarsi a chiedere notizie dei loro cari furono fucilati a vista. Mi meraviglia come i nostri storici tacciono su queste crude realtà. Non si mette in discussione l’unità ormai consolidata, ma la verità su come si sono svolti i fatti è un dovere di tutti. L’hanno avuto tutti, gli ebrei, gli eccidi di Marzabotto, gli eccidi delle fosse Ardeatine, etc, perché gli eccidi di Pontelandolfo ed altri perpetrati al sud non devono essere ricordati. Ma con quale animo si può chiamare il popolo del sud : Fratelli d’Italia, se le discriminazioni continuano ancora? Grazie per l’attenzione.

12 01 2013
giuliano capecelatro

Chiedo scusa se mi inserisco per ultimo alla discussione ma, vorrei manifestare un pensiero: certo è che la legge Pica non ha stabilito a chiare lettere di punire i meridionali perchè non sono piemontesi però vorrei capire cosa s’intendeva per briganti, camorristi mi piacerebbe a proposito leggere i dibattiti parlamentari cioè i lavori preparatori della legge in questione, ancora mi piacerebbe leggere gli atti dei processi in applicazione della norma ed infine mi piacerebbe sapere per quale motivo dopo un milione di morti meridionali e trent’anni di governo “italiano” 20 milioni di meridionali sono emigrati all’estero e,chiudo chiedendo ancora ai tecnici della storia come mai il Regno delle Due Sicilie poco prima del 1860 all’Expò di Parigi fu considerata una delle prime potenze europee e mondiali?

19 07 2013
Silvia

L’Italia non ha mai fatto i conti con se stessa perchè è la Bugia la regina del “sapere” storico accademico….Mieli giornalista ha ammesso che è stato il Sud a pagare il prezzo più alto, ma dato che i programmi scolastici ministeriali non prevedono altre letture all’infuori di quella cosiddetta ufficiale, il giornalista consiglia agli educatori di trattare la storia risorgimentale tra i banchi scuola con una certa “intelligenza” …. per non incorrere nella possibile contrapposizione col “sapere” di stato…quest’ultima parte l’aggiunge la sottoscritta

16 09 2013
armando magr'ì

Di tanto in tanto escono spezzoni di verità sulla questione meridionale mai risolta. La storia si sa è scritta dai vincitori e a nulla serve che qualcuno azzarda a rendere palese la verità sulla conquista, non liberazione del popolo meridionale. Furono massacrati centinaia di migliaia di gioveni, una intera generazione spazzata via, ma i giornali di allora hanno sempre taciuto e ancora oggi non se ne vuole parlare ci sono ancora tanti interessi in gioco e poi la collusione con i nostri GRANDI POLITICI con le mafie che siano ndrangheta, camorra, sacra corina ecc. completa il quadro.

28 01 2014
mattera cinzia

La legge Pica è stata la conferma di un’annessione forzata, una guerra civile. Purtroppo i libri di testo usati nelle scuole non ne parlano, come non parlano del carcere Fenestrelle. Tuttavia in Piemonte è un sito da visitare come opera maestosa non come carcere in cui sono morte di stenti e di freddo tante persone innocenti. Per chi vuole approfondire c’è un testo interessante che svela molti retroscena di questa epoca su cui è stato steso un velo di omissioni. Bisognerebbe istituire la giornata della memoria anche su questa parte di storia. Il testo è stato editato dalla casa editrice Pellegrini, l’autore è Massimo Genua “Storia della Calabria e del Meridione d’Italia.
L’Ulisse.

28 01 2014
amministratore

L’ha ribloggato su alle pendici del tifata ed oltree ha commentato:
Pica era abbruzzese..

7 03 2014
trsuisse

leggete tutto quello che volete , ma non dimenticate che la vera storia é nei manuscritti di piccoli scrittori che non potevano publicare che a sua volta distrutti dai potenti , ma …. qualcuno si é salvato ; dov’é ? presso la biblioteca storica di Palermo e di Torino . mi rivolgo agli studiosi , andatele a cercare .

10 04 2014
Emilio C.

Il fatto è che la storia la scrive chi vince, se la seconda guerra mondiale l’avessero vinta i nazisti sui libri di storia i partigiani si sarebbero chiamati briganti o banditi come in questo caso, ne più ne meno. Quando imponi il tuo dominio ad un popolo e il popolo non lo desidera, a mio parere ha sempre ragione il popolo, sei un invasore!

17 06 2014
Carlo De Sora

Cosa dire? Non ci sono parole, si rimane sgomenti di fronte a tutto quanto viene diffuso dalla storia di regime.
L’Unità d’Italia è stata una vera e propria colonizzazione, da parte dei Savoia, del Regno delle due Sicilie.
Le efferratezze compiute nei confronti della gente meridionale sono paragonabili solo a ciò che i Khmer Rossi hanno inflitto alla popolazione cambogiana nei passati anni 90′.
A tali efferratezze ha fatto seguito poi la spietata e sistematica distruzione della memoria storica dei luoghi e della vera realtà meridionale dell’epoca.
Solo dopo un onesto riformismo storico sulla cosiddetta questione meridionale si potrà parlare di Unità compiuta.

17 06 2014
Elena Fabrizio

Consiglio agli appassionati della ricerca storica e critica del mito risorgimentale, “L’invenzione dell’Unità d’Italia. 1855-1864” di Roberto Martucci. Si tratta di un testo molto impegnativo ma lucidissimo e molto documentato (soprattutto sul carteggio di Cavour), sulla storia appunto di un’invenzione, con tutte le forzature, contraddizioni, prassi illegittime e assai poco trasparenti. Due capitoli sono dedicati alla lotta contro il brigantaggio che nasce molto prima della legge Pica, ma che segnò una frattura acutissima inferta dagli ottusi piemontesi all’Italia appena unita; a cui sarebbe stato opportuno rispondere con una riforma agraria e una integrazione politica della popolazione. La legge Pica e in genere tutta la precedente reazione piemontese al fenomeno del brigantaggio fu la più sbagliata, non solo per motivi umani e giuridici, dal momento che sospendeva le garanzie giuridiche e civili espresse dallo Statuto (che quindi erano concesse e valevano solo per coloro che esercitavano anche i diritti politici), ma anche perché fu incapace di cogliere le differenze tra brigantaggio contadino e politico, tra camorra e banditismo, tra reazione borbonica e bisogno di terra. Insomma, un disastro! Foriero di altre fratture e di altre mancate soluzioni.

18 06 2014
Daniela Wollmann

a me basta solo ricordare che il primo re d’Italia si chiamava Vittorio Emanuele II e sottolineo SECONDO !!! penso di aver detto tutto !!! povero sud invaso, depredato e devastato da gente ignorante che ancora oggi lo umilia.

18 06 2014
luigi maganuco

al di là della legge Pica, la professoressa i questione, forse non ha mai letto un libro di N. Zitara e forse non conosce Casalduni, Pontelandolfi, Bronte, Palermo sette e mezzo , Gaeta, avrà solo letto la storia degli storici vincitori che parlano di un meridione povero e incolto. Devotamente , si aggiorni
Luigi Maganuco.
.

20 06 2014
salvatorearmandosantoro

EVVIVA GARIBALDI

Evviva Garibaldi il grande seduttore
del mezzogiorno un dì liberatore

con suoi soldati male equipaggiati
che Rubattino a Quarto ha foraggiati

Non penso fosse sponsor naturale
forse qualcuno s’é informato male.

Infatti, anche Vittorio Emanuele
già sapeva del furto delle vele,

visto che Farini già era informato
che Rubattino voleva esser pagato!

Insomma il via da Quarto genovese
era come il segreto del marchese

che aveva scritto anche sulla scala
che i Mille andavano a Marsala.

In gran silenzio insomma son partiti
mentre gli inglesi stampavano gli inviti:

“A giorni spettacolo dei pupi
prendere posto in spiaggia sui dirupi”.

“Per vedere arrivare gli invasori
con Garibaldi e i suoi liberatori”.

Arrivati laggiù, è facile intuire,
che i Borboni dovessero fuggire.

Invero come accade molte volte
è uno scherzo far riuscire le rivolte.

Difatti se i comandanti son pagati
e facile poi dire: “son scappati!”.

A parte qualche finta scaramuccia
a Palermo si trovò soltanto “ciuccia” (*)

per la felicità dei giovani invasori,
accolti dalla mafia e dai signori

al suono della banda e dei tromboni
agitando le drappelle ed i blasoni.

Così poi si concluse l’invasione
finita in sesso e grande libagione.

Ma appena Garibaldi salpò via
riprese la manfrina e cosi sia.

L’arruolamento divenne obbligatorio
e il contadino messo in purgatorio

con quasi trenta tasse da pagare,
le industrie della seta da smontare

e coi soldati fedeli a “Franceschielle”
da farsi massacrare a Fenestrelle.

Davvero un bell’inzio siciliano
e a tanti scassò non solo l’ano.

Della strage del Bronte sorvoliamo
ma a investigare bene vi invitiamo

come sarebbe da guardare a fondo
la lotta dei braccianti al latifondo.

La verità la sa il liberatore:
ma fu un eroe oppure un predatore?

Salvatore Armando Santoro
(Boccheggiano 18.1.2011 – 21.25)

(*) Ciuccia – chiedete agli Abruzzesi cosa sia. Benigni la chiamerebbe la “susina”, ma penso che l’abbiate capito tutti.

http://www.circoloculturaleluzi.net
(collabora con http://www.prolocopatu.it per l’organizzazione del Bando Letterario Internazionale di Poesia e Narrativa Veretum)

24 10 2014
michele

Giustifico e capisco che la storia è scritta dai vincitori subito dopo gli eventi.Ciò è necessario per evitare la continuazioni degli odi trà le parti in causa.Ma dopo oltre un secolo e mezzo dagli eventi,quando i protagonisti vincenti e perdenti e i loro discendenti si sono estinti per naturali eventi di consunzione o altro, reputo ragionevole e necessario raccontare la verità sui fatti,sugli errori commessi e le ragioni che hanno scatenato gli eventi da ambo le parti,senza remore alcune in quanto,presumo, non c’è più il pericolo di azzittare dei nuovi focolai,attriti o astii, in quanto le parti non esistono più,si sono fuse..
La storiografia dovrebbe prendere il posto della storia per evitare di attizzare nuovi risentimenti.

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