La legge Pica del 1863, ovvero la “licenza di uccidere i meridionali”

16 04 2011

di Giovanni Pecora            [clicca QUI per leggere l’intero testo della legge Pica]

Nola, 10 settembre 1863, un bersagliere mostra il cadavere del "brigante" Nicola Napolitano dopo la fucilazione e le sevizieSecondo il re sabaudo Vittorio Emanuele II dall’Italia meridionale si “alzava un grido di dolore” che lui, notoriamente di buon cuore e generoso, non poteva non ascoltare. E così mandò avanti Garibaldi con i suoi Mille improbabili liberatori che, a suo avviso, sarebbero bastati per accendere il fuoco della ribellione al tiranno Borbone.
Ed in effetti all’inizio fu così, e molti cittadini di idee liberali accolsero Garibaldi come un angelo liberatore, mentre molti ufficiali dell’esercito borbonico, precedentemente comprati dall’opera di intelligence posta in essere segretamente da Cavour, facevano in modo che i soldati di re Francesco II non ostacolassero in alcun modo l’invasione e gli insorti.
Bastarono poche settimane per far comprendere ai liberali ed al popolo meridionale che Garibaldi non veniva a portare la libertà, ma semplicemente a sostituire un re con un altro re. Ma ormai era troppo tardi, perchè a consolidare la conquista del Regno delle Due Sicilie erano già arrivati i bersaglieri ed i fanti dell’esercito piemontese, che prima sparavano e poi controllavano chi avessero davanti, fossero anche donne, bambini o vecchi inermi.
Per la retorica risorgimentale i “fratelli d’Italia” ci abbracciavano per liberarci dal medioevo borbonico. Francamente già posta in questi termini sembrerebbe più un’amara barzelletta che altro, visto che per mille versi il Regno delle Due Sicilie era almeno vent’anni avanti rispetto al resto d’Italia, Piemonte compreso.
E questo era ed è sotto gli occhi di tutti. Basta guardare le pubblicazioni del tempo ed i documenti originali, e non i libri falsificati dalla retorica risorgimentale.
Ma a volte, proprio per evitare che appaia un racconto di parte, è addirittura sufficiente mostrare I FATTI, oppure ciò che scrivono e dicono testi che non possono certamente essere definiti “filo-meridionalisti”.

I FATTI
Nel 1863, dopo già ben due anni erano passati di presunti “baci ed abbracci” con i meridionali liberati, il clima era talmente “idilliaco” qui al Sud che il governo neo-italiano ha dovuto far promulgare al re sabaudo lo stato d’assedio per le regioni meridionali, autorizzando così la sospensione delle leggi civili ed il passaggio al codice penale di guerra.
Si promulga così la cosiddetta “Legge Pica“, dal nome del deputato abrujzzese che la formulò, che per oltre due anni trasformò le regioni meridionali in un immenso campo di combattimento, o meglio ancora in un enorme lager dentro il quale i soldati del re sabaudo, i “piemontesi”, con la scusa della lotta al brigantaggio uccisero, stuprarono, squartarono, sgozzarono, misero a ferro e fuoco interi paesi causando migliaia e migliaia di morti innocenti.
E ci vollero ben ancora almeno sette anni per piegare definitivamente tutte le sacche di resistenza dei partigiani lealisti al re Borbone sulle montagne abruzzesi, lucane, campane, pugliesi, calabresi, e siciliane.
Basterebbe questo per capire l’enorme montagna di menzogne che ha accompagnato per 150 anni la storia del risorgimento italiano.
Altro che “fratelli d’Italia”…
Poi ci testimonianze – involontarie – che veramente sono al di sopra di ogni sospetto, come ad esempio quelle tratte dal sito dell’Arma dei Carabinieri, “fedelissima” per definizione al re savoia.
Ecco cosa si legge nel sito ufficiale dell’Arma:
La legge Pica permise la repressione senza limiti di qualunque resistenza: si trattava, in pratica, dell’applicazione dello stato d’assedio interno. Senza bisogno di un processo si potevano mettere per un anno agli arresti domiciliari i vagabondi, le persone senza occupazione fissa, i sospetti fiancheggiatori di camorristi e briganti. Nelle province dichiarate infestate da briganti ogni banda armata di più di tre persone, complici inclusi, poteva essere giudicata da una corte marziale. Naturalmente alla sospensione dei diritti costituzionali (il concetto di diritti umani di fatto ancora non esisteva) si accompagnarono misure come la punizione collettiva per i delitti dei singoli e le rappresaglie contro i villaggi“.
(http://www.carabinieri.it/Internet/Arma/Ieri/Storia/Vista+da/
Fascicolo+6/04_fascicolo+6.htm
)

Non c’è bisogno di alcun commento, mi pare.

Vediamo allora cosa invece scrive Wikipedia, l’enciclopedia online, a proposito della legge Pica (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Pica):
“La legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, dal nome del suo promotore, il deputato abruzzese Giuseppe Pica, fu approvata dal parlamento della Destra storica e fu promulgata da Vittorio Emanuele II, il 15 agosto di quell’anno. Presentata come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa”, la legge fu più volte prorogata ed integrata da successive modificazioni, rimanendo in vigore fino al 31 dicembre 1865. Sua finalità primaria era porre rimedio al brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno, attraverso la repressione di qualunque fenomeno di resistenza.

Contesto preesitente
Il provvedimento legislativo seguiva, di circa dodici mesi, la proclamazione, da parte del governo, dello stato d’assedio nelle province meridionali, avvenuta nell’estate del 1862. Con lo stato d’assedio si era voluto concentrare il potere nelle mani dell’autorità militare al fine di reprimere l’attività di resistenza armata: coloro i quali venivano catturati con l’accusa di brigantaggio, fossero essi sospettati di essere ribelli o parenti di ribelli, potevano essere passati per le armi dall’esercito, senza formalità di alcun genere.
Nella seduta parlamentare del 29 aprile 1862, il senatore Giuseppe Ferrari affermava: «Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi».
Per contro, coloro che riuscivano ad evitare il plotone di esecuzione non potevano più essere processati dai tribunali militari e divenivano soggetti alla giustizia ordinaria, che, in base alle variazioni apportate, nel 1859, al codice penale piemontese, non prevedeva più l’applicazione della pena di morte per i reati politici[5]. La legge Pica, dunque, sospendendo, in sostanza, la garanzia dei diritti costituzionali contemplati dallo statuto Albertino, aveva l’obiettivo di colmare questo “vuoto”, sottraendo i sospettati di brigantaggio ai tribunali civili in favore di quelli militari.

Brigantaggio e camorrismo
La legge Pica, il cui titolo era Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette, si attesta come la prima disposizione normativa dello stato unitario in cui viene contemplato il reato di camorrismo[6]. Oltre ad introdurre il reato di brigantaggio, infatti, la legge 1409/1863, disciplinò in tema di ordine pubblico riferendosi anche alle azioni delittuose commesse della nascente criminalità organizzata. Inoltre, la legge Pica introdusse, per la prima volta, la pena del domicilio coatto, ponendosi, per questi due aspetti, come antesignana dell’ampia produzione normativa connessa ai reati di mafia che caratterizzerà il XX secolo. Legiferando, però, su proto-mafie e brigantaggio attraverso un’unica norma, il parlamento italiano accostava impropriamente il mero banditismo all’attività di brigantaggio politico propria della resistenza partigiana antiunitaria e legittimista.

Le disposizioni normative
In applicazione della legge Pica, dunque, venivano istituiti sul territorio delle province definite come “infestate dal brigantaggio” (individuate dal Regio decreto del 20 agosto 1863) i tribunali militari, ai quali passava la competenza in materia di reati di brigantaggio.
Il nuovo corpo normativo stabiliva che poteva essere qualificato come brigante (e, dunque, giudicato dalla corte marziale) chiunque fosse stato trovato armato in un gruppo di almeno tre persone.
Veniva concessa la facoltà di istituire delle milizie volontarie per la caccia ai briganti ed erano stabiliti dei premi in danaro per ogni brigante arrestato o ucciso.
Le pene comminate ai condannati andavano dall’incarcerazione, ai lavori forzati, alla fucilazione.
Veniva punito con la fucilazione (o con i lavori forzati a vita, concorrendo circostanze attenuanti) chiunque avesse opposto resistenza armata all’arresto, mentre coloro che non si opponevano all’arresto potevano essere puniti con i lavori forzati a vita o con i lavori forzati a tempo (concorrendo circostanze attenuanti), salvo, però, maggiori pene, applicabili nel caso in cui costoro fossero stati riconosciuti colpevoli di altri reati. Coloro che prestavano aiuti e sostegno di qualsiasi genere ai briganti potevano essere, invece, puniti con i lavori forzati a tempo o con la detenzione (concorrendo circostanze attenuanti). Veniva punito con la deportazione chiunque si fosse unito, anche momentaneamente, ai gruppi qualificati come bande brigantesche. Erano, invece, previste delle attenuanti per coloro i quali si fossero presentati spontaneamente alle autorità. Veniva, infine, introdotto anche il reato di eccitamento al brigantaggio.

La legge prevedeva, inoltre, la condanna al domicilio coatto per i vagabondi, le persone senza occupazione fissa, i sospetti manutengoli, camorristi e fiancheggiatori, fino ad un anno di reclusione.
Nelle province definite “infette”, venivano istituiti i Consigli inquisitori (i cui componenti erano il Prefetto, il Presidente del Tribunale, il Procuratore del Re e due cittadini della Deputazione Provinciale) che avevano il compito di stendere delle liste con i nominativi dei briganti individuando così i sospetti che potevano essere messi in stato d’arresto o, in caso di resistenza, uccisi: l’iscrizione nella lista, infatti, costituiva di per sé prova d’accusa. In sostanza, veniva introdotto il criterio del sospetto: in base ad esso, però, chiunque avrebbe potuto avanzare accuse, anche senza fondamento, anche per consumare una vendetta privata.
La legge, inoltre, aveva effetto retroattivo: in altre parole, era possibile applicare la legge Pica anche per reati contestati in epoca antecedente la promulgazione della legge stessa.
Attraverso le successive modificazioni, la legge Pica fu estesa anche alla Sicilia, pur essendo assente sull’isola il grande brigantaggio legittimista che caratterizzava le province napoletane. In particolare, l’obiettivo del governo era combattere il fenomeno della renitenza alla leva militare: divennero, infatti, perseguibili i renitenti, i loro parenti e, persino, i loro concittadini (attraverso l’occupazione militare di città e paesi). Alla sospensione dei diritti costituzionali, dunque, si accompagnavano misure come la punizione collettiva per i reati dei singoli e il diritto di rappresaglia contro i villaggi: veniva introdotto il concetto di “responsabilità collettiva”.

Contesto sociale e politico
Già durante la fase di discussione, fu avanzata l’ipotesi che la proposta del Pica avrebbe potuto dare adito ad errori ed arbitri di ogni sorta: il senatore Ubaldino Peruzzi, infatti, notò come il provvedimento fosse «la negazione di ogni libertà politica». Al pugno di ferro prospettato dalla Destra storica, il Senatore Luigi Federico Menabrea rispose, invece, con una proposta totalmente alternativa. Il Menabrea, come soluzione al malcontento popolare e alle insurrezioni che seguirono l’annessione delle Due Sicilie al Regno d’Italia, propose di stanziare 20 milioni di lire per la realizzazione di opere pubbliche al Sud. Il piano del Menabrea, però, non ebbe alcun seguito, poiché il parlamento italiano preferì investire nell’impiego delle forze armate. In generale, infatti, la lotta al Brigantaggio, impegnò un significativo “contingente di pacificazione”: inizialmente esso constava di centoventimila unità, quasi la metà dell’allora esercito unitario, poi scese, negli anni successivi, prima, a novantamila uomini e, poi, a cinquantamila.
Dunque, nonostante le criticità del provvedimento legislativo fossero state apertamente denunciate, la legge fu ugualmente approvata, ma già dai suoi stessi contemporanei furono riconosciuti gli abusi e le iniquità a cui essa diede adito. In sostanza, la legge Pica non faceva alcuna distinzione tra briganti, assassini, contadini, manutengoli, complici veri o presunti. A tal proposito, nel 1864, Vincenzo Padula scriveva:

 «Il brigantaggio è un gran male, ma male più grande è la sua repressione. Il tempo che si dà la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali, civili e militari; e l’immoralità dei mezzi, onde quella caccia deve governarsi per necessità, ha corrotto e imbruttito. Si arrestano le famiglie dei briganti, ed i più lontani congiunti; e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro, servono a saziare la libidine, ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti».

La legge Pica, fra fucilazioni, morti in combattimento ed arresti, eliminò da paesi e campagne circa 14.000 briganti o presunti tali[23]: per effetto della legge 1409/1863 e del complesso normativo ad essa connesso, fino a tutto il dicembre 1865, si ebbero 12.000 tra arrestati e deportati, mentre furono 2.218 i condannati. Nel solo 1865, furono 55 le condanne a morte, 83 ai lavori forzati a vita, 576 quelle ai lavori forzati a tempo e 306 quelle alla reclusione ordinaria. Nonostante tale rigore, la legge Pica non riuscì a portare i risultati che il governo si era prefissi: l’attività insurrezionale e il brigantaggio, infatti, perdurarono negli anni successivi al 1865, protraendosi fino al 1870.

CONCLUSIONE

L’agosto 1863 un proclama di Vittorio Emanuele venne affisso in tutte le città, paesi, borgate del Mezzogiorno. Era la legge Pica contro il “brigantaggio”. Praticamente l’autorità militare assumeva il governo delle province meridionali. La repressione diventava, a questo punto, ancora piu’ acre e feroce di quanto non fosse stata fin allora. La legge Pica rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865. Fu presentata come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” e, dall’opposizione parlamentare di sinistra valutata e combattuta come una violazione dell’art. 71 dello Statuto del Regno poiché il cittadino “veniva distolto dai suoi giudici naturali” per essere sottoposto alla giurisdizione dei Tribunali Militari e alle procedure del Codice Penale Militare. La legge passò comunque a larga maggioranza. La ribellione doveva essere stroncata “col ferro e col fuoco!”. Per effetto della legge Pica, a tutto il 31 dicembre 1865, furono 12.000 gli arrestati e deportati, 2.218 i condannati. Nel solo 1865 le condanne a morte furono 55, ai lavori forzati a vita 83, ai lavori forzati per periodi più o meno lunghi 576, alla reclusione ordinaria 306. Le carceri erano piene, fitte, zeppe fino all’inverosimile“.
(Ludovico Greco,”Piemontisi, Briganti e Maccaroni” – Guida Editore, Napoli, 1975)


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28 responses

17 04 2011
corinina

Mi occupo si storia da tempo e la insegno. Non mi sembra che il documento pervenutomi sia veritiero ed accettabile. Basta dire alcune cose e non dire altre per cambiare completamente il quadro della sua composizione ed articolazione.
Notavo che il giudizio su Garibaldi è di sapore leghista,che la legge Pica appare come una ritorsione nei confronti dei meridionali,quando invece fu varata per stroncare il fenomeno del brigantaggio che infestava le province meridionali e liberare le popolazioni dai loro soprusi (vedi inchieste Franchetti-Sonnino,Lettere meridionali di Pasquale Villari),che la situazione economico-sociale del regno dei Borbone,non era affatto privilegiata,anche se vi era qualche industria,nè poteva mettersi a confronto con l’Italia che non si era organizzata in Stato e così via e tutto questo con i documenti alla mano,giusto per intendere che si tratta di illazioni preoccupanti, ingigantite da una propaganda politica che vorrebbe creare una Lega del Sud a somiglianza di quella del Nord e dividere ulteriormente un popolo che ha subito torti ,ma che non merita d’essere discriminato ancora ed ingannato.
Non prestatevi a questo gioco pericoloso! Guardate avanti!

17 04 2011
Direttore

Gentile Corinina,
lei dice di essere un’insegnante di storia, e quindi conosce bene la differenza tra la ricerca storica e la storiografia.
Se uno scrive: “Ecco il testo della Legge Pica” rende una testimonianza storica inoppugnabile, perchè chiunque può leggere direttamente un documento storico “così com’è”. E’ quella che si dice una “operazione verità”.
Se invece si scrive: “Ecco a che cosa serviva la legge Pica” propone una PROPRIA visione delle cose, che non può avere pretesa di verità oggettiva.
Ebbene, la Legge Pica è lì, in testa al mio commento.
Chiunque può leggerla prima di leggere le mie parole, e farsene un’idea.
Poi dopo il mio commento, che non ha alcuna pretesa storiografica ma è solo la mia opinione sull’argomento, che vale quanto la sua opinione e quella di chiunque altro, propongo però altri due documenti originali provenienti da fonti non propriamente assimilabili alla mia tesi: una è uno scritto riportato nel sito ufficiale dell’Arma dei Carabinieri (i “Regi Carabinieri” dei Savoia, non dimentichiamolo), ed uno proveniente da Wikipedia.
La mia tesi infatti è che proprio leggendo ciò che scrivono “gli altri” ti puoi fare un’idea verosimile della verità.
Così si scrive la Storia, quella con la “S” maiuscola, non quella drogata dalla propaganda dei vincitori.
La saluto cordialmente.

5 10 2016
Michele Eugenio Di Carlo

Ottima risposta Direttore. Sul divario nord-sud nel 1861 mi permetto di consigliare a chi si occupa di storia la lettura dei testi degli economisti Daniele, Malanima, Fenoaltea e Ciccarelli. Allora, chi si occupa di storia, come la Sig.ra Corinina, potrebbe facilmente scoprire che non vi era un divario tra Nord e Sud all’unità d’Italia. Ed era del tutto normale che non ci fosse, in quanto nelle società prettamente agricole e pre-industriali non vi erano grossi divari tra regioni. Il divario ha cominciato ad esserci molto più tardi con l’industrializzazione vera e propria che scelte precise dei governi liberali e borghesi hanno voluto si sviluppasse al nord, anche per consentire agli alleati inglesi i traffici marittimi nel Mediterraneo all’apertura del canale di Suez.

26 04 2011
Mino Errico

Visto che insegna storia mi permetto di consigliarle una lettura tosta:
L’INVENZIONE DEL MEZZOGIORNO una storia finanziaria di Nicola Zitara
La sua risposta somiglia a quella di Nisco quando a Polsinelli
durante il dibattitto parlamentare sull’abolizione delle tariffe doganali
replica che non gli risulta che al sud ci fossero delle industrie!
Infatti lui era stto in esilio e non conosceva l realtà del suo paese natio
lei invece non la conosce perchè ha studiato su libri risorgimentalisti
Cordiali saluti e buona lettura
Mino Errico

26 01 2013
Pippo

CORININA,DA QUELLO CHE DICI DIMOSTRI DI NON AVER CAPITO COSA é STATO IL BRIGANTAGGIO. DAL TUO PUNTO DI VISTA E’ ACCETABILE LA LEGGE PICA,MA I BRIGANTI ERANO I PARTIGIANI DI ALLORA! C’E’ UNA BELLA DIFFERENZA!

4 05 2016
Michele Scrivano

Non mi iteressa nessuna Lega per il Sud, ma solo per ristabilire la verità storicale consiglio di leggere “Terroni” di Pino Aprile dove trova una serie di documenti ufficiali, poi digiti nel web “Gli eurobond che fecero l’Unità d’Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania” troverà un interessante articolo del sole 24 ore.Un altro documento interessante per ristabilire la verità storica lo trova digitando sempre sul web “dopo 150 anni di menzognela Banca D’Italia conferma: L’unità d’Italia ha creato il sottosviluppo del Mezzogiorno. Dopoqueste letture mi piacerebbe sapere la sua opinione.

11 05 2016
Raffaele

Non è sempre come la raccontano i testi scolastici di storia. Non lo è quando la storia parla il linguaggio dell’Unità e dell’Unificazione. Non quando tratta i fatti del 1860.

Non quando semina la convinzione che il sottosviluppo del Sud fosse presente già prima dell’Unificazione e non dice invece che il sottosviluppo parte proprio dal 1860, soprattutto a causa dell’Unificazione, realizzata con metodi non democratici, violenti, teste mozzate, e soprattutto con un grave danno economico dovuto all’unificazione monetaria tutta a vantaggio del Nord ma a svantaggio del Sud. Il quale all’epoca deteneva monete in gran quantità e con un valore superiore quattro volte quello della moneta piemontese.

Per non parlare del debito pubblico, di entità trascurabile fino a quel momento al Sud, e pesantissimo al Nord. E non si parli neppure di arretratezza culturale o scientifica, poiché l’elenco di primati spettanti al Sud sono davvero tanti (si veda la scheda pubblicata sotto) sebbene non vengano ricordati con la dovuta attenzione. Sono queste le tesi che la professoressa Antonella Musitano, docente di lettere presso la Scuola media Istituto Comprensivo “U. Fraccacreta” di Bari Palese, espone nel suo ultimo libro intitolato “Sud, tutta un’altra storia” (Ed Laruffa, 196 pagg.).

Tesi che la professoressa, autrice di precedenti volumi tra i quali “Il Sud prima dell’Unità d’Italia” (coautrice Adele Pulice) e “Il Brigante Gentiluomo”, propone ai propri studenti e anche a quelli più grandi in occasione delle tante conferenze alla quale è invitata in giro per l’Italia. Il libro indaga nelle pieghe della storia, nella polvere degli archivi, nelle vicende del periodo risorgimentale e della difficile Unità, “alla ricerca di quella verità – spiega la professoressa Musitano – che non trova ancora spazio sui testi scolastici e la cui conoscenza e divulgazione non può più essere procrastinata se davvero si vuole costruire, dopo oltre 150 anni, un’Unità che non sia solo politica ma anche, e soprattutto, sociale ed economica”. In un percorso riccamente documentato, l’autrice analizza l’origine del brigantaggio, della protesta contadina e del pregiudizio antimeridionale, e pure il punto d’inizio di un divario economico Nord-Sud che – rimarca Musitano – non ha eguali in nessun Paese moderno e civile e dimostra come tutti questi problemi siano collocabili all’interno della nostra storia unitaria.

Una storia, dice lei, “che va riscritta, senza omissioni ma anche senza retorica, per colmare quei vuoti della memoria responsabili delle grandi lacerazioni oggi presenti nel tessuto sociale di questo Paese”. Una storia “che riconosca il grande contributo, soprattutto economico dato dal Sud non solo all’epoca dell’Unità, ma anche successivamente e nei momenti cruciali della crescita economica del Paese”. La storia è pensiero critico, insiste l’autrice, “è analisi di cause ed effetti, ed in questa ottica vanno affrontate alcune vicende della nostra storia che, seppur lontane nel tempo, allungano i tentacoli delle loro conseguenze fino ai nostri giorni”.

A partire da quel pregiudizio antimeridionale, alimentato all’epoca dell’Unità dal pensiero positivista, che ha avuto derive razziste prese a modello anche in altri momenti della storia. Anche il fenomeno del brigantaggio non può più essere liquidato come un fatto delinquenziale tout court: il ribellismo contadino è un effetto di cui vanno ricercate e capite le cause, anche per restituire dignità a quei contadini che, comunque sono morti per un ideale e sono morti da italiani”.

Ed è nell’ottica causa-effetto che va letto ed affrontato il grave problema dell’attuale divario economico Nord-Sud, “un problema nato all’interno della storia unitaria, come ampiamente dimostrato da autorevoli studi economici e come già documentato dagli studi di Francesco Saverio Nitti confermati da Luigi Einaudi. La soluzione del problema del divario è la chiave per far tornare a crescere l’Italia, oltre ogni pregiudizio e oltre la retorica”.

Professoressa Antonella Musitano, va riscritta la storia del Sud?

“Non è la storia del Sud che va riscritta, va riscritta la Storia d’Italia, perché il Sud è Italia. E forse è utile ricordare il pensiero di Jacques Le Goff, grande storico del novecento da poco scomparso, il quale era un convinto assertore della ‘storia in movimento’ ed era contro i legacci della ‘storia scritta per legge’”.

Lei insegna ai propri studenti che l’Unità italiana rappresentò un disastro per il Sud.

“Non proprio così. L’unità era necessaria. Il fatto è che bisognava fare un’unione politica, ma rispettando le diversità e le diverse economie, e riconoscendo poi il contributo che ciascuno diede all’Unità. Alla luce dei fatti, che sono inconfutabili, è ormai riconosciuto da storici non certo meridionalisti che in effetti il modo in cui fu fatta l’Unità, essa stessa rappresentò per l’economia meridionale il tracollo economico. Che prese avvio al momento dell’Unità e che non è stato ancora risolto. Proprio l’Unità ha inaugurato quel meccanismo di sviluppo ineguale per cui al Nord s’avviò il processo di sviluppo industriale. Il triangolo industriale ebbe inizio alla fine dell’Ottocento, la Fiat stessa nacque nel 1899, mentre il Sud rimane ancora oggi il mercato di consumo del Nord. Il classico meccanismo che si instaura tra sviluppo e sottosviluppo. Sono due facce della stessa medaglia”.

Lei parla di una colonia interna.

“Infatti quando nell’800 ci fu il boom del colonialismo – dall’Africa all’Asia e non solo – usavano questo meccanismo: dicevano di andare a portare la civiltà, e guarda caso con le armi, come fecero quando vennero al Sud. Poi costruivano il pregiudizio secondo cui le popolazioni erano costituite di selvaggi – da qui la missione civilizzatrice – e poi depredavano tutto quel che era possibile. Al Sud nel 1860 accadde proprio la stessa cosa. Poiché non si fece un patto costituente tra i vari Stati, ma ci fu un ampliamento progressivo della sfera di influenza del Piemonte che conquistò tutto con le armi. Per chiedere l’annessione venne mandato l’esercito, non un ambasciatore. In un secondo momento, complice la cultura positivista del momento che aveva elaborato il concetto dell’esistenza di razze superiori e inferiori, i meridionali che si ribellavano contro l’invasione vennero indicati come selvaggi delinquenti. Poi subentra la terza fase del processo colonizzatore”.

Quale?

“Quella della rapina. Non è azzardato parlare di rapina, anche se il termine può sembrare forte, poiché gli studi di economisti e la stessa Banca d’Italia ha riconosciuto che la quantità di monete enorme in oro e argento che il Sud possedeva era altissima ma anche che il Pil delle due aree del paese era sostanzialmente uguale”.

Ma al Nord c’era maggiore sviluppo, sebbene il debito pubblico fosse elevato.

“Nell’800 il decantato sviluppo in realtà non c’era, c’erano solo delle aree isolate, come nel Lombardo Veneto, dove c’erano gli austriaci. Nel Napoletano c’erano industrie più all’avanguardia rispetto a quelle che potevamo trovare in Calabria o in Basilicata. Anche in Sicilia c’erano aree avanzate. Se dobbiamo analizzare casi singoli, va bene, ma se si analizza nell’insieme la situazione cambia. Anche oggi se si guarda il pil si guarda il Sud e il Nord, non le aree specifiche. E comunque, a chi contesta questo dato vorrei chiedere: se al Sud c’era tutta questa arretratezza, perché dopo 150 anni non è stata superata?”

Perché?

“Se le politiche hanno creato e mantenuto questo divario, allora vuol dire che c’è la volontà politica di mantenere questo divario. Se c’era prima, in 150 anni avrebbero dovuto colmarlo. Se invece non c’era…”.

Il suo libro è ben curato e molto documentato, però la tentazione di definirla insegnante neobornonica a qualcuno potrebbe venire ugualmente.

“Sarebbe un alibi. Ed è un alibi che io rifiuto. Io ritengo che ormai l’aggettivo sia anacronistico. Sono dati di fatto. Noi siamo insegnanti e a ogni effetto dobbiamo riconoscere una causa a cui legarlo. Dobbiamo davvero spiegare ai nostri ragazzi che il divario che c’è oggi tra Nord e Sud lo dobbiamo far risalire a prima del 1860? Mi sembra assurdo. E il divario continua a crescere. Si pensi all’emigrazione che non c’era prima del 1860. Al contrario, erano alcune regioni del Nord che conoscevano il fenomeno migratorio, si pensi al Veneto. Ritengo che si sia costruita una verità più ideologica che idealistica. E’ come se io costruissi una verità e poi creassi le condizioni che la sostengano”.

Il volume scava davvero in profondità nei meandri del brigantaggio, allega documenti inediti di portata storica. Ma non è riduttivo lagare il brigantaggio alla protesta contadina?

“Io chiedo: è spiegabile che le annessoni fossero avvenute per volontà popolare? Nel 1860 votò l’1,9 per cento della popolazione che poteva votare, ci furono dei condizionamenti. Oggi si parlerebbe di compravendita di voti, allora si parlava di condizionamenti esterni. Elena Bianchini Braglia, modenese, ha scritto un libro in cui ha definito quel voto un voto plebiscitario, una pagliacciata. Comunque, mi chiedo: le prime ribellioni al Sud scoppiarono nel 1860. Come insegnanti dobbiamo indurre il ragionamento. Anche immaginandoci che ci fosse stato questo afflato per l’unificazione, è pensabile che il giorno dopo ci fosse stata quella reazione violenta che noi conosciamo come brigantaggio e che tenne in scacco un esercito regolare di 120.000 uomini? Vuol dire che c’erano delle motivazioni che andavano ben oltre e che lo Stato unitario non volle cogliere. Anzi diede immediatamente una lettura politica alla reazione trattandola quindi come un problema di ordine pubblico e intervenendo con i primi stati d’assedio della storia d’Italia proclamati in Sicilia e con una legislazione speciale che non solo violava numerosi articoli dello Statuto Albertino che con l’Unità era stata esteso a tutta l’Italia, ma nei fatti divideva l’italia in due sul piano sociale. La legge Pica del 1863 valeva solo per le regioni meridionali e stabiliva che le regioni erano infestate dal brigantaggio. Ma queste erano persone che esprimevano un disagio”.

Da molte parti si chiede la chiusura del Museo “Cesare Lombroso” di Torino. Qui è ospitato il cranio del brigante Giuseppe Villella, esposto alla curiosità degli tanti visitatori.

“Quella del brigantaggio fu una vera e propria guerra civile. Non si vollero comprendere le ragioni del malessere del popolo meridionale subito dopo l’Unità, e si preferì intervenire col ferro e col fuoco, con una feroce ed incostituzionale repressione messa in atto dal nuovo Stato contro i ribelli. E allora, come giustificare sia la protesta sia il comportamento dello Stato, anche di fronte all’opinione europea? La risposta la si trovò, come ho detto prima, con un uso strumentale del pensiero positivista e del determinismo biologico. Bastava dire che quei ribelli erano selvaggi, delinquenti, o meglio ‘delinquenti nati’. A ciò provvide Cesare Lombroso che su un calabrese, Giuseppe Villella, morto nell’ospedale di Pavia nel 1864, elaborò la teoria dell’uomo delinquente o delinquente atavico. In questo modo Lombroso aveva teorizzato l’inferiorità dei meridionali rispetto ai settentrionali fornendo l’alibi alla conquista e alla feroce repressione. In pratica i cosiddetti briganti – tra l’altro si scoprirà che Villella non era nemmeno un brigante – non si ribellavano per le loro peggiorate condizioni di vita ma perchè, essendo delinquenti nati, erano incapaci di adeguarsi al nuovo ordine sociale. E’ l’eterna tecnica del colonialismo: prima la conquista, poi il pregiudizio ed infine la rapina, come ho già ribadito”.

Comunque, le teorie sulla fisiognomica sono state bocciate dalla Comunità scientifica mondiale

“La Comunità scientifica le ha definite ‘pseudoscienza’, ecco perchè appare inquietante e inammissibile il fatto che nel 2009 sia stato riaperto a Torino il Museo Lombroso, dove gli ignari visitatori, compresi i tanti studenti, trovano esposti centinaia di resti umani e, tra questi il cranio del Villella presentato come ‘grande scoperta’. Ecco, io ritengo che, in nome del rispetto della morale e della dignità dell’uomo ed anche in considerazione del fatto che i musei sono agenzie educative dello Stato che devono veicolare sapere, cultura e valori umani e non errori, questo museo andrebbe chiuso e i resti umani restituiti alle famiglie, ove ve ne siano, o ai Comuni di appartenenza affinchè venga data loro degna sepoltura. Ciò anche per evitare di diventare un pericoloso veicolo di ulteriori pregiudizi sociali. Un siffatto museo non esiste in nessun Paese al mondo che osi definirsi civile. E noi insegnanti, come educatori, abbiamo il dovere di eliminare ogni forma di pregiudizio ed insegnare il rispetto dell’uomo”.

Torniamo al brigantaggio. Il fenomeno non ebbe certo solo connotati politici e sociali.

“Il brigantaggio non aveva matrice politica, era una protesta di contadini che avevano partecipato al processo risorgimentale in maniera inconsapevole, avevano visto in Garibaldi uno che prometteva la libertà, il modo per affrancarsi dalla miseria e dalla schiavitu perché sotto la dinastia borbonica i contadini erano stati i piu vessati, producevano i beni per vivere ma erano costretti alla fame, e i Borbone non avevano messo in atto quelle leggi che ad esempio erano state fatte nel Decennio Francese allo scopo di distribuire le terre in modo che alcune andassero ai contadini che la lavoravano. Questo non avvenne, poiché le terre finirono ai ‘galantuomini’. Sotto i Borbone il latifondismo venne rafforzato favorendo l’avvento della nuova borghesia agraria. Da qui l’entusiasmo dei meridionali contro i Borbone. Ma i meridionali non contestavano il Borbone in quanto monarca. Nel ‘48 al Sud chiesero la Costituzione ma la chiesero ai Borbone, non volevano un altro monarca. Putroppo però se da un lato i Borbone non avevano risolto il problema della terra per i contadini, dall’altra ancor meno lo risolse la Dinastia Sabauda. Anzi i problemi per i contadini peggiorarono perché tutte le terre del demanio, che erano enormi al Sud, vennero confiscate e rivendute dopo l’Unità”.

Che cosa significò questo?

“Sul demanio, che possiamo definire un welfare, i contadini esecitavano gli usi civici, dal pascolo alla raccolta della legna e non solo. Erano un mezzo di sostegno per intere famiglie. Quando anche le terre demaniali diventarono private i contadini non poterono portarvi più le bestie. Si parla spesso di privatizzazione? Ecco, loro l’avevavono già vissuta. Questa privatizzazione fu un peggioramento per il Sud ma fu anche un modo per drenare risorse in denaro perché andavano nelle casse del Piemonte. Fu un abile espediente per spostare i capitali dal Sud verso il Nord, e lo provano i documenti. L’asse economico si spostò via via al Nord. Un altro espediente fu l’adozione della lira piemontese, come moneta della nuova nazione unita. Ma l’unificazione, se andò bene ad altre regioni, certo fu un danno per il ducato napoletano che era 4,25 lire per ducato rispetto alla lira ma la conversione venne fatta alla pari, uno a uno. In epoca contemporanea questo è avvenuto dopo l’unificazione della Germania. Se venne fatta la conversione uno a uno per aiutare la Germania dell’Est, ironicamente possiamo dire che il Sud con quel tasso di cambio aiutò il Nord, con un Piemonte che era alla bancarotta, aveva un debito pubblico notevole. In maniera subdola dietro altri pretesti, nei fatti fu il Sud a colmare le dissestate casse del Piemonte. Tutto ciò che ho scritto è decumentato”.

Dove?

“Ad esempio nei documenti della Banca d’Italia. Sulla conversione della moneta non c’è bisogno di essere economisti per capire chi ci rimette se si scambia una moneta di latta con una d’oro. Il Sole 24 ore ha pubblicato nel 2011 una tabella che fa emergere come al momento dell’unificazione il debito pubblico al Sud era insesistente mentre il Piemonte aveva un debito pubblico del 565 per cento suil Pil. Ora, vogliamo continuare a leggere sui libri che il Sud era stato liberato da un sovrano, e lo possiamo anche accettare. Il vero problema del Sud è però verificare che, poiché oggi parliamo di due veloicità, le conseguenze non vengano confuse con le cause. Cosa ci ha insegnato finora la storia? Che il sottosviluppo del Sud è conseguenza del proprio sottosviluppo. Ma la causa deve avere origine in qualcosa? E noi possiamo documentare che non c’era debito pubblico, che anche all’estero la moneta napoletana aveva un enorme credito, che per quanto riguarda le infrastruttrure la prima ferrovia italiana fu la Napoli Portici nel 1839, il Sud aveva la terza flotta navale al mondo”.

Eppure Luigi Settembrini, nemico giurato dei Borbone, nella sua “Protesta” del 1847, non la pensava così. Leggo testualmente: “Gli stranieri che vengono nelle nostre contrade guardando la serena bellezza del nostro cielo e la fertilità dei campi , leggendo il codice delle nostre leggi, e udendo parlar di progresso di civiltà e di religione, crederanno che gl’Italiani delle Due Sicilie godono d’una felicità invidiabile. E pure nessuno Stato d’Europa è in condizione peggiore della nostra, non eccettuati nemmeno i turchi; i quali almeno son barbari…”.

“Beh, è chiaro che Ferdinando II non aveva colto il cambiamento di quella che sarebbe stata definita la Primavera dei popoli nel 1848 e mal sopportava qualsiasi anelito alla libertà. Dopo il 1848 aveva trasformato il regno in uno Stato di polizia, e questo fu un grave errore, ma il suo atteggiamento non era diverso da quello di altri monarchi dell’epoca. Nessun testo, ad esempio, parla del Sacco di Genova del 1849, quando Vittorio Emanuele II mandò i bersaglieri guidati dal generale Lamarmora che mise in atto una feroce repressione contro i genovesi che avevano proclamato la loro indipendenza perchè mal sopportavano l’autorità sabauda. Ma ci sono tantissimi altri….nefasti esempi”.

Comunque, al Nord, in poco tempo il progresso partì.

“Può essere. Al Sud c’era il mare e c’erano le autostrade del mare, al Nord c’erano le ferrovie. La bilancia commerciale era in attivo, come ha scritto in un recente libro Lorenzo del Boca, per quanto riguarda il commercio con l’estero. Il problema è che, dopo 155 anni, al Nord c’è l’alta velocità, mentre al Sud non solo c’è il binario unico ma molte linee ferroviarie vengono addirittura soppresse. Il capitale delle ferrovie è un capitale pubblico e cioè ogni chilometro viene costruito con i soldi anche del Sud, allora io come cittadina italiana mi appello all’art. 3 della Costituzione e voglio che la legge tratti tutti in maniera uguale”.

Nei libri di storia ci sono lacune, magari volute, secondo lei?

“Il processo risorgimentale è raccontato in maniera olografica. I personaggi vengono ammantati di un alone di grandezza che spesso non hanno avuto. Pensiamo agli eccidi perpetrati al Sud. Il brigantaggio ha lacerato il paese e la violenza si condanna sempre. Ma se i briganti furono violenti, l’esercito, con i vari Cialdini e Bixio, fecero al Sud tante di quelle oscenità che oggi quelli dell’Isis ci fanno sorridere”.

Fanno sorridere i tagliateste dell’Isis?

“Noi i tagliateste li abbiamo conosciuti proprio il quel periodo. Ai briganti veniva tagliata la testa dai rappresentanti dello Stato. Ho trovato nell’archivio di Stato di Reggio Calabria un documento scritto come sempre dalle autorità, e vi ho letto che un sergente chiedeva la medaglia d’oro perché ha tagliato la testa a un brigante. Nel Codice sardo non era ammessa la pena di morte, invece per il Sud era possibile non solo la fucilazione ma addirittura era considerata banda armata un’associazione di tre persone, mentre al Nord erano necessarie quattro. E comunque non era possibile per il Codice sardo la pena di morte, invece al Sud venivano conferite le onorificenze militari per chi si distingueva tagliando la testa ai briganti. C’erano altre cose vergognose come le taglie per chi denunciava, dando così la possibilità di vendette personali. Il Risorgimento ha lasciato delle ferite enormi anche per ciò che è venuto dopo. Pur riconoscendo i torti dei briganti, questi ultimi vanno ricordati come morti da italiani. Possiamo dire che combattevano dalla parte sbagliata? Diciamolo. Però vanno ricordati come italiani”.

E cosa emerge invece dai libri di storia adottati nelle nostre classi?

“Che il Sud è causa di se stesso. Se il Rinascimento è stato una cosa positiva e giustamente viene ricordato, perché mai la prima ferrovia Napoli Portici non viene citata? Abbiamo avito il primo osservatorio astronomico. Proprio un anno fa il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha citato davanti alla Bce i tanti primati europei di Napoli, del periodo”.

Ha detto, tra le altre cose, che Napoli fu la prima città in Italia e la terza in Europa, dopo Londra e Parigi, ad introdurre illuminazione stradale a gas.

“Non solo questo, ovviamente. Allora io dico: se Dante ha fatto grande l’Italia quando l’italia non c’era ancora, perché non riportare anche altri primati e innovazioni che sono avvenute a Napoli? L’impostazione dei libri di storia tende a presentare il Sud sempre come il problema dell’Italia. A parte il fatto che se c’è un problema si risolve, io vorrei dire che ormai chi studia economia ed è esperto del settore sa che o si cresce insieme o non si cresce. Il Sud potrebbe essere la rampa di lancio per lo sviluppo. Il Sud sta aspettando da 150 anni di potersi sviluppare. Ma se mancano le infrastrutture non c’è sviluppo. Se si dice che al Nord c’erano le ferrovie allora dateci le ferrovie e le infrastrutture che sono la causa e non la conseguenza dello sviluppo. Il Sud subisce queste condizioni. Prima mettiamo alla pari le varie parti del paese e poi condanniamo il Sud se non ce la fa. Se i libri di storia vogliono raccontare la storia con la esse maiuscola occorre ricordare il contributo economico che diede all’Italia. Il processo migratorio ebbe il suo boom dopo il 1800. I primi anni del 1900 vengono presentati come gli anni del decollo, ma si omette di scrivere che furono le rimesse degli emigranti a far circolare più denaro della ricchezza effettiva. Al momento dell’unità ci fu il grande contributo del Sud, poi ci fu il contributo dei meridionali che andarono all’estero. I capitali vennero investiti soprattutto al Nord e non per miglirare le condizioni della povera gente ma per aiutare le industrie che intanto erano state spostate al Nord. Nel secondo Dopoguerra, quando l’Italia era in ginocchio, a risollevare le sorti del paese furono le braccia dei meridionali che pure si vedevano scritto: Non si affitta ai meridionali”.

Perché è oggi importante sapere questa parte di storia?

“Innanzitutto perché è storia. Ma siccome i confini non li abbiamo decisi noi, i confini non possono essere labili. E’ storia d’Italia perché questi fatti avvennero dopo l’Unità. Ritengo sia ora che si affronti questa parte di storia con serietà anche ricordando i torti del Sud. L’Italia ha una solida coscienza civica e culturale capace di fare i conti con la propria storia. Come fece l’America con i suoi Indiani.

Quando vedo giovani che partono per un lavoro mi indigno. Non è su queste basi che si costruisce un paese moderno. Al di là di quel che si racconta in televisione, sappiamo che l’italia non cresce. Quando economisti dicono che occorre far crescere il sud occorre davvero far partire il Sud, altrimenti, mi scusi, tanto valeva lasciare le cose come stavano”.

Cioè Nord e il Sud divisi. Non è escluso che prima o poi si vada verso questa direzione. Le che cosa ne pensa?

“Non lo so. Come insegnante mi auguro di no. Sarebbe un ulteriore fallimento. Si parla di macroregioni del Sud e del Nord. Io penso che questa potrebbe essere un’organizzazione diversa dello Stato, che affronti determinati problemi e li risolva. Il Sud non ha mai parlato di secessione. Ha parlato semmai di secessione un partito che doveva mantenere fede all’Unità come previsto dalla Costituzione. A parlare di secessione è stata la Lega Nord che ce l’ha avuto scritto nello statuto. Ed è paradossale che quando qualcuno vuole riscrivere la storia alla luce degli studi fatti in tutti questi anni, e per costruire un sentire comune con tutti gli italiani, venga accusato di volere sfasciare l’Italia. Mentre ci si è lasciati scivolare addosso un partito che lo ha dichiarato in maniera aperta e che rappresenta una forza politica che siede in Parlamento e che ha governato per anni questo Paese”.

Come reagiscono i suoi alunni quando propone loro “tutta l’altra storia” del Sud e dell’Unificazione?

“I ragazzi sono prima sorpresi, sebbene io abbia a che fare con ragazzi piccoli, ma quando incontro i ragazzi del liceo, con un procedimento ragionato per induzione e non per deduzione, ragionando cioè sulle cose, loro stessi rimangono sorpresi, poiché sentendosi dire da sempre che il Sud è incapace, essi stessi si sorprendono. Loro non mettono mai in discussione il sentirsi italiani. I nostri ragazzi, mi creda, vogliono vivere nella loro terra, vogliono scegliere se andare via per volontà o per sopravvivenza, vogliono godere delle stesse opportunità dei loro coetanei che vivono al Nord”.

I PIU’ IMPORTANTI PRIMATI E REALIZZAZIONI NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Periodo 1735 – 1860

Tratto dal libro di Antonella Musitano e Adele Pulice, “Il Sud prima dell’Unità d’Italia”

1735 – Prima cattedra di astronomia in Italia (Università di Napoli a Pietro De Martino)

1737 – Primo teatro in Europa (il San Carlo a Napoli realizzato in 270 giorni)

1753 – Carlo Curzio descrisse per primo la sclerodermia nell’ospedale degli Incurabili di Napoli

1754 – Prima cattedra di Economia nel mondo (Università di Napoli ad Antonio Genovesi)

1762 – Fondazione Accademia di Architettura (tra le prime d’Europa)

1774 – Istituzione della motivazione delle sentenze (G. Filangieri)

1781 – Primo codice marittimo del mondo (Michele Iorio)

1782 – Primo intervento in Italia di Profilassi Anti-tubercolare

1783 – Primo cimitero d’Europa ad uso di tutte le classi sociali (Palermo)

1786 – Più grande cantiere navale d’Italia e del Mediterraneo (Castellammare con 2000 operai)

1792 – Primo Atlante Marittimo nel mondo (scuola di cartografia napoletana)

1801 – Primo museo Mineralogico del mondo

1807 – Primo Orto botanico in Italia a Napoli

1813 – Primo Ospedale Psichiatrico italiano (Aversa)

1818 – Prima nave a vapore del mondo (Ferdinando I)

1819 – Primo Osservatorio Astronomico in Italia (Capodimonte)

1820 – Primo codice militare d’Italia

1821 – Prima introduzione in Italia e poi in Inghilterra della medicina omeopatia da parte del dr. Francesco Romano, medico personale di Ferdinando IV di Borbone

1829 – Prima clinica omeopatica in Italia voluta dal Re presso il più grande ospedale della Trinità a Napoli

1832 – Primo ponte sospeso in ferro in Italia (fiume Garigliano)

1832 – Primo Stato italiano a dotarsi di un Ufficio Centrale di Statistica

1833 – Primo editto a salvaguardia del novellame ittico limitazioni alla pesca a strascico e dell’uso di reti fitte.

1839 – Prima ferrovia e prima stazione in Italia, seconda in Europa (Napoli – Portici)

1839 – Prima illuminazione a gas di una città italica e terza in Europa (Napoli)

1840 – Prima fabbrica metalmeccanica d’Italia (Pietrarsa con 1050 operai)

1841 – Primo centro sismologico al mondo (Ercolano, ing. Gaetano Fazzini)

1841 – Primo sistema di fari lenticolari a luce costante in Italia (Nisida)

1843 – Prima nave da guerra a vapore d’Italia (pirofregata Ercole)

1844 – Primo Osservatorio Meteorologico in Italia (falde del Vesuvio dott. Melloni)

1845 – Prima locomotiva a vapore costruita in Italia (stabilimento di Pietrarsa)

1848 – Primo Stato italiano a concedere la Costituzione (29 gennaio)

1852 – Primo Telegrafo elettrico in Italia

1852 – Primo Bacino di Carenaggio in muratura in Italia (porto di Napoli)

1852 – Primo Piroscafo della penisola italiana ad attraversare l’Atlantico (il Sicilia della società di navigazione del palermitano Salvatore De Pace)

1852 – Primo esperimento di Illuminazione Elettrica in Italia (Capodimonte)

1856 – Premio per il terzo paese al mondo in sviluppo industriale (Parigi Esposizione Internazionale)

1856 – Primo Sismografo Elettromagnetico nel mondo (arch. Luigi Palmieri)

1856 – Primo premio internazionale per la produzione di pasta;

1856 – Primo premio internazionale per la produzione di coralli;

1858 – Prima galleria ferroviaria del mondo (traforo Passo dell’Orco presso Nocera Inferiore)

1859 – Primo Stato italiano per produzione di guanti (700.000 dozzine di paia ogni anno)

1860 – Prima flotta mercantile e militare d’Italia

1860 – Prima nave ad elica in Italia (Monarca)

1860 – Più bassa percentuale di mortalità infantile d’Italia

1860 – Più alta percentuale di medici per abitante d’Italia

1860 – Primo piano regolatore in Italia (città di Napoli)

1860 – Minor carico Tributario Erariale in Italia

1860 – Maggior quantità di lire/oro tra tutti i Banchi Nazionali Preunitari (Banco delle Due Sicilie 443 milioni sui 668 milioni del totale: 66.3% del totale)

1860 – Prima borsa merci e seconda borsa valori d’Europa

1860 – Maggior numero di società per azioni in Italia

1860 – Miglior finanza pubblica tra gli stati preunitari

1860 – Rendita dello stato quotata alla Borsa di Parigi al tasso del 12%

1860 – Tasso di sconto più basso della penisola (5%)

1861 – Nell’inventario dei beni conservati nel Palazzo Reale di Napoli al momento della conquista sabauda è annotato: “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”. Trattasi del bidet già in uso presso le corti napoletane dal ‘700.

Inoltre

Primi assegni bancari della storia economica

Primo sistema pensionistico con ritenute del 2% sugli stipendi

Prima cattedra di Psichiatria

Prima cattedra di Ostetricia e osservazioni chirurgiche

Primo corpo di Pompieri in Italia

Primo stato italiano ad istituire il Ministero della Pubblica Istruzione

Prime agenzie turistiche della penisola

1861 – censimento occupati nelle industrie tra le regioni italiche, totale occupati industria: 3.130.796, occupati industria Due Sicilie: 1.595.359, percentuale occupati industria Due Sicilie sul totale italia: 51%

ALTRE REALIZZAZIONI DI INTERESSE SOCIALE

1740 – Inizio attività delle celebri manifatture di Capodimonte (lavorazione ceramica)

1741 – introduzione del catasto onciario (Carlo III)

1748 – Fondazione Università di Altamura (Terra di Bari)

1748 – Costruzione del Real Albergo dei Poveri a Napoli (3000 posti letto)

1757 – Inizio attività della Real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata

1764 – Inaugurazione dell’Acquedotto di Maddaloni detto “Carolino”

1768 – Inaugurazione del complesso siderurgico di Mongiana (V.V.)

1774 – Completamento dei lavori per la costruzione della Reggia di Caserta

1776 – Inizio attività del celebre setificio di San Leucio. La cui comunità godeva di acqua corrente nelle abitazioni.

1784 – Istituzione del Porto Franco a Messina (abolito nel 1879)

1787 – Fondazione della Scuola Militare Nunziatella

1819 – Riforma dei codici napoleonici

1833 – Istituzione in ogni provincia della società economica per il commercio di olio e di vino

1835 – Costruzione del Ponte sospeso in ferro sul Fiume Calore

1837 – Durante l’anno Napoli viene visitata da oltre 7000 stranieri

1838 – Riapertura dell’università di Messina soppressa durante il viceregno

1841 – Istituzione dell’Amministrazione Generale delle Bonificazioni (bonifiche del Volturno 15000 ha, del Sarno, della Piana del Sele, delle paludi Sipontine, del golfo di Policastro, della piana di Bivona e dei dintorni di Brindisi)

1845 – Risanamento del debito pubblico (ministro delle finanze D’Andrea)

1845 – Napoli ospita il settimo congresso degli scienziati italiani

1847 – Fondazione della colonia agricola di S. Ferdinando di Puglia (FG), dopo bonifica

1855 – Collegamento telegrafico tra Napoli e Roma, Parigi, Londra

1855 Forte aumento della popolazione: oltre 9 milioni rispetto ai 5.7 milioni del 1830 (+57,8%) Istituzione dei monti frumentari per il finanziamento ai piccoli coltivatori.

REALIZZAZIONI CULTURALI:

Scavi archeologici condotti a Pompei ed Ercolano

Apertura del Gabinetto di Fisica del Re

Scuola di musica e danza di S. Pietro a Maiella

Scuola pittorica di Posillipo

Apertura della Real Biblioteca

Fondazione dell’Accademia letteraria

Fondazione dell’Accademia di Scienze Mediche

35 teatri attivi tra regno continentale e insulare

SCUOLE PRIVATE PRESENTI IN NAPOLI NEL 1831:

– 392 scuole per leggere e scrivere per maschi

– 126 scuole di leggere e scrivere per femmine

– 32 istituti letterari

– 29 case di educazione

– 48 giurisprudenza

– 38 medicina e chirurgia

– 22 filosofia e belle lettere

– 36 rudimenti grammaticali

– 10 scienze di fisica e matematica

– 3 chimica

– 2 architettura

– 14 lingua francese

ED ANCORA:

– Ammontare riserve auree banche centrali: 443,2 ml di lire oro (66,3 % dell’Italia)

– Monopolio mondiale dello zolfo, 90 % (industria bellica)

– Flotta mercantile (4/5 di tutta Italia)

– Compagnie di navigazione marittima: mediterranee e transoceaniche

– Numero di tipografie (solo a Napoli 113)

– Pressione fiscale basata su soli cinque tributi (soprattutto la fondiaria sulle proprietà immobiliari anche ecclesiastiche) con primato tra le grandi nazioni

– Elevato numero di società per azioni

– Sistema pensionistico pubblico (col 2 % di ritenuta mensile) con primato tra le grandi nazioni

– Bilancio statale in pareggio

– Minor tasso di sconto (mai superiore al 5 %)

– Quotazione Rendita Napoletana alla Borsa di Parigi (120 %)

– Diffusione sportelli bancari

– Piano regolatore città di Napoli (con individuazione centro direzionale e prima strada con funzione di tangenziale)

– Industria dei guanti (pelle di cuoio) con oltre 500mila dozzine esportate (primato mondiale)

– Industria della seta (a S. Leucio e in tutto il regno) con primato mondiale per qualità

– Saline (soprattutto pugliesi e siciliane) con primato tra le grandi nazioni
fonte http://www.orizzontescuola.it/news/dobbiamo-davvero-continuare-raccontare-ai-nostri-studenti-che-divario-che-c-oggi-nord-e-sud-ris

13 04 2012
Nocem

Giusto per rientrare in tema…Così come in quel tempo la legge Pica militarizzò le province meridionali, così oggi una cosa verosimile andrebbe fatta per la Calabria….in Calabria va proclamato lo stato d’assedio e all’esercito va data licenza di sparare su qualsiasi criminale…la ‘Ndrangheta
ha ormai stretto il cappio al collo a questa regione…agisce ormai incontrollata su la quasi totalità di alcuni suoi territori, e per altri è solo questione di tempo..la giustizia ordinaria non riesce ad arginare questa emorragia criminale..i Sindaci e i PM minacciati sono all’ordine del giorno, intimidazioni, avvertimenti e buste minatorie ormai non si contano più…le forze dell’Ordine sono impotenti….la popolazione onesta vive nel timore delle rappresaglie, si conta a macchia d’olio; quella disonesta si propaga come un inquinamento, costruisce un clima silenzioso di assenso e complice sottomissione… persino la ‘ndrangheta fa paura anche dal carcere…i testimoni si rifiutano di collaborare con lo Stato perchè dicono “teniamo famiglia”, lasciati soli senza protezione….la metà dei commercianti in Calabria paga il pizzo alla ‘ndragheta, l’altra metà non lo paga perchè è ‘ndragheta (Cit. Travaglio)…
Qui si muore e voi ne uscite con una denuncia sulla legge Pica…qui di legge Pica ce ne vorrebbe una seconda…
La giustizia ordinaria non può nulla, è inadatta…questa è una guerra e va combattuta con l’esercito in testa…

3 09 2012
Mike

Nocem, grazie per aver avuto il coraggio di denunciare una verità che tutti sanno ma per omertà non raccontano. Le forze dell’ordine, sono impotenti, prima di tutto devono tutelare loro stessi contro la ‘ndrangheta. Ogni poliziotto deve avere una laurea in legge prima di avvicinare un camorrista. Le leggi tutelano i camorristi e penalizzano le forze dell’ordine. Ormai una grande parte dei politici è collusa con camorristi. Sarà inutile qualunque protesta, è una partita persa in partenza. Ci vuole un miracolo, che al momento vedo impossibile. Per fermare i mafiosi ci vuole il pugno dure, ci vuole inflessibilità , ma come si fa visto che parte dei politici sono collusi? Ecco la grande sconfitta dei cittadini onesti come Nocem e tanti altri. Nocem ti auguro che le cose cambiano in bene, ma le vedo difficli.

26 01 2013
Pippo

Nocem: oggi in Calabria c0é solo la ‘ndrangheta e non più il brigantaggio che era altra cosa! Basterebbe mettere in pratica le leggi che già ci sono e che il popolo calabrese fosse meno bue e piû toro!!!!!!!!

30 03 2014
Nocem

Non ho paura ne tantomeno reticenza nell’affermare che qualsiasi Paese serio di buon senso che avesse a cuore la risoluzione del Problema, oggi applicherebbe 2, 10, 100 nuove Leggi Pica con l’imposizione dello Stato d’assedio in questa disgraziata e marcia Regione.. già perché questa Regione è oggi la cloaca maleodorante dei peggiori mali criminali italiani…dove il marciume putrido della moralità che i partiti hanno contribuito ad espandere, si combina con l’ignoranza e la collusivita bastarda di una Popolazione locale che non è vittima del problema…complice e prima responsabile del problema….già perché i Politici condannati e gli Amministratori deviati dal fumo della Criminalità sono coloro che maggiormente sono apprezzati e godono del maggior consenso fra la popolazione….vuol dire che il problema è totale…non esiste qui quella parte di società sana…non esiste qui, la speranza di trovare una parte di società o popolo che si opponga…esiste una parte di società collusa, conseziente che subisce a cui dopotutto sta bene così, esiste quella parte di società famelica che si sparte il bottino spalla spalla con la criminalità e che la fiancheggia nella speranza un domani di sostituirsi per eredità ad essa, e poi esiste l’ultima parte della Società che è essa stessa la Criminalità…..per cui se la colpa prima ancora di ricercarla nelle istituzioni, risiede nel popolo ignorante, consensiente che permette di dar potete a tali istituzioni attraverso il diritto di voto…è in primis il popolo che andrebbe punito…al popolo calabrese va revocato il diritto di voto, la Regione va militarizzata, va imposto lo Stato di Guerra e d’assedio senza se e senza ma…la questione morale va ristabilita con la forza….alla violenza della ndrangheta si deve rispondere con la violenza e la forza dello Stato….le famiglie mafiose vanno sterminate, fucilate, confinate, incarcerate, tutte, padri, madri, figli, dal nonno al nipote…poiché il marcio è ovunque…. fino al quarto grado di parentela, non deve rimanere alcun figura familiare che possa raccogliere le redini del potete mafioso…nessuno….quando si sarà fatta pulizia allora si potrà ricostruire qualcosa….ora come ora…è tutto fumo e chiacchiere, il ricatto dei garantisti che si trincerano dietro alle bugie del politicy correct per negare il problema e ostacolare la soluzione evidente al problema.

3 05 2012
Roberto D'Arrigo

Vorrei spiegare a quanti leggono i libri di Storia, che questi “vengono sempre scritti dai vincitori”. Occorre molta esperienza, conoscenza, ragionevolezza ed intelligenza per capire a fondo come và il mondo. I giornali, le TV,i mass-media in genere, i discorsi dei politici e dei Capi di Governo, NON SONO LA VERITA’, spesso ne sono l’opposto. Dietro una rivolta, una guerra, una invasione, ci sono motivi di egemonia militare ed economica, avidità colonialistiche, velleità espansionistiche, facile sottrazione di ricchezze naturali e minerarie, sempre abilmente ammantate da contingenti nobili cause umanitarie. Dagli ominidi preistorici ad oggi é stato sempre così. E le masse, corrotte dalla propaganda politica, ottusi dall’ignoranza ed accecati da stupidi egoismi, come pecoroni, inconsapevoli ed incoscienti, seguono bendati lo stolto Pastore. Non é facile rendersene conto, non basta avere studiato o insegnare. Occorre soprattutto ragionevolezza, materia rara in via di estinzione.

16 05 2012
PRIVATO

INSEGNANTI DI STORIA CHE CREDONO DI SAPERE TUTTO PERCHE’ HANNO STUDIATO. SI, MA COSA AVETE STUDIATO? E’ L’ENNESIMA DIMOSTRAZIONE DEL FATTO CHE LA CULTURA SPESSO NON E’ INTELLIGENZA PERCHE’ SE SI E’ INTELLIGENTI ALLORA SI ARRIVA A CAPIRE CHE CI HANNO FATTO STUDIARE UN MARE DI CAVOLATE. DIVULGARE LA VERITA’ STORICA E’ DOVERE ! SIA CHE ESSO SIA MERIDIONALE, SETTENTRIONALE, ITALIANO, FRANCESE, AMERICANO ECC ECC… ALTRIMENTI CI SI LAUREA, SI ESERCITA PURE LA MENTE… E SI DIVENTA ANCHE COLTI: MA DI BUGIE.

3 09 2012
Mike

GGentile Corinina,
Non sono nato ieri mattina, Lei mi dovrebbe illustrare quale libro di storia scolastico parla di Fenestrelle. Tanto che ho provato a chiedere ai nostri giovani se conoscevano il nome di Fenestrelle. Mi sembra la sua preparazione storica, non l’abbia come offesa, alquanto di parte ed unidirezionale, ovvero la storia raccontata dal vincitore. Ancora Le posso dire che i nostri briganti, chiamati altrove partigiani, combatterono contro i soprusi sabaudi, i quali continuano ancora dopo 150, altrove vengono decorati , ricordati e premiati. Mio Padre morto da decenni, mi raccontava come due fratelli di suo nonno trovarono la morte impietosa lungo il tragitto Gaeta – Fenestrelle. Per la resa dei soldati Borbonici a Gaeta fu promesso loro il ritorno a casa, così non fu, anzi iniziò il lungo calvario verso i lager Piemontesi, la storia non accenna a questi misfatti. I pochi parenti che si azzardarono a recarsi a chiedere notizie dei loro cari furono fucilati a vista. Mi meraviglia come i nostri storici tacciono su queste crude realtà. Non si mette in discussione l’unità ormai consolidata, ma la verità su come si sono svolti i fatti è un dovere di tutti. L’hanno avuto tutti, gli ebrei, gli eccidi di Marzabotto, gli eccidi delle fosse Ardeatine, etc, perché gli eccidi di Pontelandolfo ed altri perpetrati al sud non devono essere ricordati. Ma con quale animo si può chiamare il popolo del sud : Fratelli d’Italia, se le discriminazioni continuano ancora? Grazie per l’attenzione.

12 01 2013
giuliano capecelatro

Chiedo scusa se mi inserisco per ultimo alla discussione ma, vorrei manifestare un pensiero: certo è che la legge Pica non ha stabilito a chiare lettere di punire i meridionali perchè non sono piemontesi però vorrei capire cosa s’intendeva per briganti, camorristi mi piacerebbe a proposito leggere i dibattiti parlamentari cioè i lavori preparatori della legge in questione, ancora mi piacerebbe leggere gli atti dei processi in applicazione della norma ed infine mi piacerebbe sapere per quale motivo dopo un milione di morti meridionali e trent’anni di governo “italiano” 20 milioni di meridionali sono emigrati all’estero e,chiudo chiedendo ancora ai tecnici della storia come mai il Regno delle Due Sicilie poco prima del 1860 all’Expò di Parigi fu considerata una delle prime potenze europee e mondiali?

19 07 2013
Silvia

L’Italia non ha mai fatto i conti con se stessa perchè è la Bugia la regina del “sapere” storico accademico….Mieli giornalista ha ammesso che è stato il Sud a pagare il prezzo più alto, ma dato che i programmi scolastici ministeriali non prevedono altre letture all’infuori di quella cosiddetta ufficiale, il giornalista consiglia agli educatori di trattare la storia risorgimentale tra i banchi scuola con una certa “intelligenza” …. per non incorrere nella possibile contrapposizione col “sapere” di stato…quest’ultima parte l’aggiunge la sottoscritta

16 09 2013
armando magr'ì

Di tanto in tanto escono spezzoni di verità sulla questione meridionale mai risolta. La storia si sa è scritta dai vincitori e a nulla serve che qualcuno azzarda a rendere palese la verità sulla conquista, non liberazione del popolo meridionale. Furono massacrati centinaia di migliaia di gioveni, una intera generazione spazzata via, ma i giornali di allora hanno sempre taciuto e ancora oggi non se ne vuole parlare ci sono ancora tanti interessi in gioco e poi la collusione con i nostri GRANDI POLITICI con le mafie che siano ndrangheta, camorra, sacra corina ecc. completa il quadro.

28 01 2014
mattera cinzia

La legge Pica è stata la conferma di un’annessione forzata, una guerra civile. Purtroppo i libri di testo usati nelle scuole non ne parlano, come non parlano del carcere Fenestrelle. Tuttavia in Piemonte è un sito da visitare come opera maestosa non come carcere in cui sono morte di stenti e di freddo tante persone innocenti. Per chi vuole approfondire c’è un testo interessante che svela molti retroscena di questa epoca su cui è stato steso un velo di omissioni. Bisognerebbe istituire la giornata della memoria anche su questa parte di storia. Il testo è stato editato dalla casa editrice Pellegrini, l’autore è Massimo Genua “Storia della Calabria e del Meridione d’Italia.
L’Ulisse.

28 01 2014
amministratore

L’ha ribloggato su alle pendici del tifata ed oltree ha commentato:
Pica era abbruzzese..

7 03 2014
trsuisse

leggete tutto quello che volete , ma non dimenticate che la vera storia é nei manuscritti di piccoli scrittori che non potevano publicare che a sua volta distrutti dai potenti , ma …. qualcuno si é salvato ; dov’é ? presso la biblioteca storica di Palermo e di Torino . mi rivolgo agli studiosi , andatele a cercare .

10 04 2014
Emilio C.

Il fatto è che la storia la scrive chi vince, se la seconda guerra mondiale l’avessero vinta i nazisti sui libri di storia i partigiani si sarebbero chiamati briganti o banditi come in questo caso, ne più ne meno. Quando imponi il tuo dominio ad un popolo e il popolo non lo desidera, a mio parere ha sempre ragione il popolo, sei un invasore!

17 06 2014
Carlo De Sora

Cosa dire? Non ci sono parole, si rimane sgomenti di fronte a tutto quanto viene diffuso dalla storia di regime.
L’Unità d’Italia è stata una vera e propria colonizzazione, da parte dei Savoia, del Regno delle due Sicilie.
Le efferratezze compiute nei confronti della gente meridionale sono paragonabili solo a ciò che i Khmer Rossi hanno inflitto alla popolazione cambogiana nei passati anni 90′.
A tali efferratezze ha fatto seguito poi la spietata e sistematica distruzione della memoria storica dei luoghi e della vera realtà meridionale dell’epoca.
Solo dopo un onesto riformismo storico sulla cosiddetta questione meridionale si potrà parlare di Unità compiuta.

17 06 2014
Elena Fabrizio

Consiglio agli appassionati della ricerca storica e critica del mito risorgimentale, “L’invenzione dell’Unità d’Italia. 1855-1864” di Roberto Martucci. Si tratta di un testo molto impegnativo ma lucidissimo e molto documentato (soprattutto sul carteggio di Cavour), sulla storia appunto di un’invenzione, con tutte le forzature, contraddizioni, prassi illegittime e assai poco trasparenti. Due capitoli sono dedicati alla lotta contro il brigantaggio che nasce molto prima della legge Pica, ma che segnò una frattura acutissima inferta dagli ottusi piemontesi all’Italia appena unita; a cui sarebbe stato opportuno rispondere con una riforma agraria e una integrazione politica della popolazione. La legge Pica e in genere tutta la precedente reazione piemontese al fenomeno del brigantaggio fu la più sbagliata, non solo per motivi umani e giuridici, dal momento che sospendeva le garanzie giuridiche e civili espresse dallo Statuto (che quindi erano concesse e valevano solo per coloro che esercitavano anche i diritti politici), ma anche perché fu incapace di cogliere le differenze tra brigantaggio contadino e politico, tra camorra e banditismo, tra reazione borbonica e bisogno di terra. Insomma, un disastro! Foriero di altre fratture e di altre mancate soluzioni.

18 06 2014
Daniela Wollmann

a me basta solo ricordare che il primo re d’Italia si chiamava Vittorio Emanuele II e sottolineo SECONDO !!! penso di aver detto tutto !!! povero sud invaso, depredato e devastato da gente ignorante che ancora oggi lo umilia.

18 06 2014
luigi maganuco

al di là della legge Pica, la professoressa i questione, forse non ha mai letto un libro di N. Zitara e forse non conosce Casalduni, Pontelandolfi, Bronte, Palermo sette e mezzo , Gaeta, avrà solo letto la storia degli storici vincitori che parlano di un meridione povero e incolto. Devotamente , si aggiorni
Luigi Maganuco.
.

28 01 2016
Ezio Miani (@epiemme)

kuella legge fu fatta x combattere il brigantaggio, oggi MAFIA & CAMORRA … i Piemontesi furono gli unici a combattere veramente kuella piaga endemica e ben dentro il sangue, mente e costume della popolazione merdionale italica …

29 01 2016
corrado

Io penso, con il beneficio d’inventario, che l’attuale criminalità organizzata sia l’evoluzione aberrante, ma inesorabile di quel brigantaggio sopra definito “reazione all’ingannevole neo autorità costituitasi”, completamente diversa dai principi garibaldini e mazziniani faro genuino del risorgimento somministrato agli indigeni comprati o meno dai seguaci di Cavour! Ad ogni buon conto ed al di là dell’approfondimento storico che troverebbe, di certo, giustificazioni per tutte le parti in causa, l’attività belligerante dei sabaudi non la scopriamo oggi, ma è frutto di una meditata azione espansiva partorita con l’avvento di quelle idee innovative maturate dai vari “patrioti” all’ombra di Carlo Alberto e sfruttate in maniera, se vogliamo cinica, dai suoi successori: il “regalo di Teano” ne è un esempio! Il mio, sottolineo, resta solo un pensiero, frutto di un coagulo di frammenti di storia didattica vissuta, digerita nel tempo, ma che collima con le vedute del Direttore.

6 02 2016
Giuliano

I Briganti non sono assimilabili ai Partigiani….i primi difendevano la loro terra dall’invasione di un esercito straniero. I Partigiani invece erano italiani che combatterono altri italiani, dopo che un esercito straniero, quello americano, invase l’Italia.

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