Quando l’infame Lombroso venne in Calabria a “studiare” le razze calabre

26 10 2010

Il brano è tratto dal libro che Cesare Lombroso scrisse nel 1863 dopo essere stato per novanta giorni (nel 1862) in Calabria al seguito dell’esercito piemontese durante la campagna di repressione del brigantaggio.

“Ma, venendo alle popolazioni proprie delle Calabrie, mi è sembrato dovervi distinguere due tipi speciali.
Il Semitico dal cranio doligocefalo, dal naso arcuato, a sopracigli ravvicinati ed occhi neri o castani, predomina nella marina, ma non così che spesso non venga sopraffatto dal muso prognato, dai capelli neri e crespi e dal derma bronzino del seme Camitico o dal purissimo ovale dei Greci o meglio dalla maschia e nobile impronta Greco-Romana, che è la prevalente, la sola anzi nell’interno.
È il tipo dal fronte elevato, ampio, brachice falico, dal naso aquilino, dall’occhio vivace e prominente.
La statura è media, il temperamento bilioso; l’animo fiero, iracondo, testardo, impavido, desideroso di dominio, fino alla prepotenza, amante della lotta, dei piaceri, ma pieno d’intelligenza, di vita, e di un senso estetico delicatissimo che si rivela nei proverbi e nelle canzoni degne dell’antica Grecia.
In onta adunque della tanta mescolanza con popoli Berberi e Semitici, il tipo Greco-Romano prevalse nell’interno, forse perché ribadito su quello ancor più antico degli indigeni Osci ed Opisci.
Una prova curiosa ce n’offre il dialetto Calabrese, in cui non solo spesseggiano le forme lessiche, ma fino le grammaticali dei Greci o dei Romani, e spesso anche d’amendue fuse insieme come accadde della razza; così per es.: mala panta e mala pasca (panta) tutti i mali, è bestemmia composta di una parola Greca e di una Latina. Cecrope per brutto è forse il solo vestigio vivente su quelle spiaggie della bizzarra leggenda Ciclopica d’Omero; così cotraro e caruso (karuso, tosato) come il tosato e la tosa lombardi e la tota, ragazzo; ancilla (aggoj) per vaso (e si noti che i vasi dell’acqua serbano la forma etrusca); pirricuni (upporwgoj) per roccie; dede per torcie; nipio per bambino; sono avanzi dell’Ellenismo, ma più ancora quell’antichissimo Zirie, Zilia per semi di cotone, com’è detto a Roccella, ad Ardore, e che rammentando l’arcaico greco xuliou, attesta come fosse preromana in Italia la coltivazione del cotone, così dicasi del nome di pericolo (peruklew) al convolvolus, di struga al solanum nigrum (struknon).
Crapio (concime), Kòproj letame, Capanata (bastonata) Kòptw (batto), Ceramidi (tegole), Keramoj – Catoio (luogo basso) Kato ˆke\w (abito), Vavula (steccato di pecore), Luliou (stalla).
Invece mancupatu per povero e meschino; craj per domani; tandu per allora; trapetu per molino; palmenta, idda, ista, est, sono pretti avanzi latini.
A questa influenza Elleno-Romana essi vanno certamente debitori di quella singolare finitezza di modi che tu trovi anche nel più ineducato colono, e che ti fa credere, direbbe Heine, di parlare a Senatori Romani, vestiti alla villana. A questo io credo dover attribuire quel sale Attico, quella eleganza veramente meravigliosa delle loro canzoni popolari e dei loro proverbi, di cui daremo ora un saggio attinto direttamente alla fonte”. 

(a cura di Romano Pitaro)

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