OPINIONI/ L’Italia è uno Stato, formato da almeno due Nazioni e tanti Popoli

12 10 2010

di Giovanni Pecora

 «Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato […] costituisce un popolo. Ogni popolo ha il diritto di identificarsi in quanto tale. Ogni popolo ha il diritto ad affermarsi come nazione».
(Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli – CONSEU, Barcellona, 27 maggio 1990)

Ho letto un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno dal principe Carlo di Borbone,  attraverso la quale ho potuto con soddisfazione appurare che le mie idee “unitariste” sono condivise anche da lui (o io condivido le sue, il che non cambia le cose).
Dice infatti esplicitamente Carlo di Borbone che “L’unità d’Italia è un fatto indiscutibile“.
Questa intervista, tra l’altro, dimostra che al Sud ci sono persone che possono definirsi, come nel famoso detto, “più realiste del re”.

 La nostra battaglia per la verità storica e la riconquista di una dignità di popolo e di nazione è già così tanto difficile… perchè complicarci la vita con certe romantiche nostalgie o con un separatismo preconcetto e dissennato?
Bisogna andare per gradi, per passaggi successivi.
La prima cosa è riscoprire e condividere in tutto il Sud la nostra identità di “nazione meridionale” costituita da tutti i popoli del Sud, o meglio ancora da tutti i popoli che costituivano il Regno delle Due Sicilie.
Ma vediamo intanto, se possibile, di fare chiarezza almeno sui termini. 

Nell’uso quotidiano erroneamente i termini come “Nazione”, “Stato” e “Paese” (ma anche “Patria”) vengono usati spesso come sinonimi per indicare un territorio controllato da un singolo governo, o gli abitanti di quel territorio o il governo stesso; in altre parole lo Stato.
In senso stretto tuttavia, il termine “Nazione” indica le persone, mentre quello di “Paese” indica il territorio, e “Stato” la legittima istituzione amministrativa (per aumentare la confusione, i termini “nazionale” e “internazionale” si applicano agli Stati).
Una Nazione (dal latino “natio”, in italiano “nascita”) è un complesso di persone che, avendo in comune caratteristiche quali la storia, la lingua, il territorio, la cultura, l’etnia, la politica, si identifica in una comune identità a cui essi sentono di appartenere legati da un sentimento di solidarietà.
È questa coscienza di un’identità condivisa, questo sentimento di appartenenza a tale identità e di solidarietà che li lega, diffusi a livello di massa e non solo tra ristrette cerchie di persone, che rende una comunità etnica, culturale, politica una “Nazione”.

Al fine di autodeterminare la propria esistenza, spesso la Nazione aspira a diventare Stato, cioè a darsi un ordinamento giuridico che ne affermi la sovranità.
Nonostante al giorno d’oggi molte nazioni coincidano con uno Stato, le cose non sono sempre andate così in passato, e ancora oggi esistono “nazioni senza Stato”, come, ad esempio, i baschi, i catalani, i sardi, i curdi, i tibetani, i nativi americani e i “duosiciliani”.
Viceversa ci sono degli “Stati formati da più Nazioni” come il Regno del Belgio, il Regno Unito, il Regno di Spagna e la Svizzera. Vi sono infine anche “Stati senza Nazione” come la Moldavia, la Città del Vaticano e San Marino.
Ernest Renan definisce Nazione “l’anima e il principio spirituale di un popolo, che gode di una ricca eredità di ricordi e del consenso attuale”. Ne consegue che la Nazione esiste finché trova posto nella mente e nel cuore delle persone che la compongono. Tra i principali studiosi del concetto di “Nazione” possiamo sicuramente citare Ernest Gellner, Benedict Anderson, Eric John Hobsbawm, Adrian Hastings, Federico Chabod

La “Patria”, infine (termine latino che significa “la terra dei padri”) è il concetto di Nazione e Paese natio interiorizzato e idealizzato. La Patria è un ‘topos’  prettamente letterario che è possibile ritrovare in tantissimi temi trattati e argomentati nelle scienze umane, con particolare frequenza nell’area umanistica.
Quindi, ricapitolando, per me meridionale, in un futuro Stato Federale d’Italia,
– tutti gli italiani saranno miei concittadini, in quanto appartenenti allo stesso Stato;
– tutti i meridionali saranno miei connazionali, in quanto appartenenti alla stessa nazione del Sud;

Per quanto riguarda il termine “romantico” di Patria, se vogliamo usarlo con proprietà di linguaggio, dobbiamo usare il sostantivo “compatriota” seguito da un aggettivo qualificativo come “italiano” (se riferito alla cittadinanza), “meridionale” (se riferito alla nazionalità), infine “napoletano”, “pugliese”, “lucano”, “calabrese” o “siciliano” se si fa riferimento al popolo, o “etnia”, di appartenenza.

Sembrano vacui problemi linguistici, ma non è così: le parole sono importanti, soprattutto quando servono a chiarirci le idee.

Quindi il nostro impegno primario deve essere l’organizzarci per costituire, all’interno del futuro Stato Federale Italiano, questa benedetta Nazione meridionale che possa essere competitiva e lealmente vincente nei confronti della ormai certa futura nazione del nord detta “Padania”.
Senza strappi o secessioni: per quanto mi riguarda due nazionalità distinte potrebbero benissimo convivere civilmente in un solo Stato Federale. Basti guardare, come dicevo prima, all’esempio svizzero, dove i diversi popoli che formano la nazione elvetica parlano addirittura lingue diverse.
In questo contesto, anzi come presupposto della costituzione dell’Italia Federale, ci deve però essere da parte di tutti gli italiani non meridionali il riconoscimento dei crimini di guerra commessi dalle truppe d’invasione piemontesi nel Regno delle Due Sicilie dal 1860, con relativa compensazione e perequazione economico-finanziaria verso il Sud che PRECEDA la costituzione dell’Italia Federale.
Anzi proprio questo è il momento per porre in essere un vero e proprio “scambio” con chi, come la Lega Nord, punta con spasmodica attesa al federalismo: o ci riconoscete, almeno in parte, i danni di guerra (come ha preteso di recente, ad esempio, la Libia per siglare l’accordo di cooperazione con l’Italia), o non-se- ne-fa-nulla. E se il blocco nordista che fa capo a Bossi ed a Berlusconi dovesse imporci il federalismo per legge, con la “dittatura dell’attuale maggioranza”, noi raccoglieremo immediatamente le firme necessarie per un referendum abrogativo di quella legge, ricordando che su questo tema potrebbe votare compatto sia il Sud che il Centro Italia, cioè oltre due terzi degli italiani.
Se accordo non ci sarà, quindi, saranno LORO a doversene andare dall’Italia, se vorranno l’auto-determinazione.
In quel caso, e solo in quel caso, potremmo accettare di rompere l’unità dello Stato Italiano, con una separazione consensuale come avvenuto dieci anni addietro tra la Repubblica Ceka e la Slovacchia.
Ma l’Italia saremo noi, non loro, e nell’andarsene dovranno lasciarci non solo il nome Italia, ma anche tutta la struttura statale, a partire dal Tesoro con le riserve aurifere in buona parte proveniente da ciò che ci è stato depredato 150 anni addietro. Se vorranno emettere cartamoneta dovranno arrangiarsi con il “loro” oro.
Sarebbe un buon modo per riprenderci una parte di ciò che ci è stato saccheggiato con l’invasione savoiarda. Una sorta di némesi storica, ma con i “piemontesi” che questa volta risalgono sulle loro barchette ormeggiate a Marsala e se ne tornano a Quarto con le tasche vuote, come erano arrivati nel 1860.
Ah, che soddisfazione solo il pensarlo! Altro che secessione…

Poi, risolte le questioni dirimenti e fondamentali, e cioè assestato il problema “Stato” e “Nazioni”, niente vieterà di organizzare un referendum costituzionale sulla forma dello Stato, come fu fatto il 2 giugno 1946.
Ma per far questo si dovrà prima cambiare la Costituzione, cioè abrogarla e promulgarne una nuova che preveda questa possibilità, in quanto come sappiamo tutti l’attuale Costituzione non prevede la possibilità di modificare i primi 12 articoli (i cosiddetti “Principi fondamentali”), nemmeno con legge costituzionale.
E allora ribadisco che si deve partire dalle “priorità”, e la “priorità assoluta” è la democrazia, non la repubblica.
Se il popolo sovrano dovesse decidere di abrogare la Costituzione e promulgarne una nuova che preveda il referendum sulla forma di Stato, ed indetto questo referendum (questa volta senza brogli) l’esito sarà il ritorno alla monarchia, io mi impegno a rispettare serenamente ciò che sarà la scelta della maggioranza dei miei concittadini. Come in tutte le democrazie del mondo, d’altra parte.
Non avrei alcun problema ad avere come Capo dello Stato un Re (o Regina) anzichè un Presidente. Altre grandissime democrazie occidentali ed europee hanno come capo dello Stato un monarca, come la Gran Bretagna, la Spagna, l’Olanda, il Belgio, la Svezia… e non mi pare ci siano sostanziali differenze con le democrazie italiana, francese o tedesca.
Ben venga la monarchia, se i miei compatrioti la preferiranno a maggioranza, ma altrettanto ben rimanga la repubblica se così dovrà essere.
Il problema non è la “forma di Stato”, ma la sua sostanza.
E se proprio dobbiamo impegnarci in un processo difficile, facciamolo per la creazione di una coscienza nazionale del Sud, che è la cosa più importante.

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4 responses

13 11 2010
gianluca

Ad un certo punto leggo più o meno così: Sarà il nord ad andarsene e noi saremo l’Italia con il Tesoro e le riserve auree…..vabbè…e il debito pubblico chi se lo prende? L’Italia? cioè noi? …che bell’affare che facciamo.

L’unica è la divisione…con risarcimento di tutti i danni (morali, economici, con gli interessi ed il mancato guadagno)…e se non pagano altro che scissione in stile Cecoslovacchia…. incominciamo pure a non mandargli più il gas che passa sul nostro territorio. Basterebbe solo questo…ed i nordaioli tornerebbero in ginocchio a chiedere pietà.

13 11 2010
Direttore

Ad essere un po’ banale risponderei che il debito pubblico dovrebbe essere equamente distribuito tra le regioni italiane sulla base di alcuni parametri oggettivi, come ad esempio la parte di PIL nazionale che rappresentano (il nord ha quasi tre volte il PIL del Sud…).
Ma siccome voglio essere perfido, ti dirò che il debito pubblico dovrebbe essere il pedaggio che i secessionisti dovrebbero caricarsi interamente sulle spalle se vogliono “l’indipendenza della Padania”.
Terrificante, vero? 😉

11 01 2012
giordano

mi sembra che l’articolo abbia dato ottimi spunti di approfondimento a chi ha intenzione di approfondire.
il finale invece mi sembra “revanchista” e grossolano, ed è un peccato perché i problemi (chi rimborsa i furti dei garibaldini? chi si accolla il debito pubblico?) sono grossi, soprattutto il secondo.
per quanto riguarda il debito pubblico, non concordo sul suo carico in base al pil; se infatti, come noto, il pil indica la “ricchezza prodotta” da uno stato, non mi sembra giusto caricare del debito chi produce ricchezza. sarò polentone, ma secondo me i debiti deve pagarli chi li fa, ossia chi consuma, e non chi produce. più nel dettaglio, per la parte di debito di competenza inps il debito va a carico di chi ha beneficiato dall’inps di trattamenti di favore (es.: pensione dopo 16 anni, falsi invalidi, ecc.); ormai siamo in possesso di sufficienti dati statistici per poter parametrare questi dati a livello territoriale.
per quanto riguarda invece i furti garibaldini, risulta che essi andarono a beneficio del governo sabaudo, e non vedo come si può pensare di farsi rimborsare da marchigiani, veneti, emiliani, ecc. .
ma naturalmente stiamo arrampicandoci sugli specchi: questo stato senza nazione va troppo bene a tutti quanti così com’è… .

20 05 2013
giordano giordani

ma di quanti soldi stiamo parlando? grossomodo conosco l’ammontare del debito pubblico (e concordo che vada pagato da chi ha consumato e non da chi ha prodotto), ma non ho idea di quanto valga, attualizzato, il furto dei garibaldini-savoiardi. la cosa mi incuriosisce molto: qualcuno ha riferimenti seri da fornirmi?

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