Schede/ La galassia meridionalista. Il progetto politico del Movimento per l’Autonomia del Sud

11 10 2010

COMUNICATO STAMPA

Nell’imminenza di una consultazione elettorale ormai alle porte, di fronte ad un quadro politico in netto disfacimento, puntualmente, in maniera rituale, torna l’interrogativo del “che fare” per sollevare le sorti del Mezzogiorno nel contesto di un progetto di unità nazionale storicamente fallito nella sua impostazione originaria.
Le politiche ispirate alla soluzione della questione meridionale nel secondo dopoguerra, hanno consolidato ovunque sacche diffuse di povertà e di degrado sociale, dove, in mancanza di un progetto generale di crescita sociale nella coesione, la scolarizzazione di massa non è riuscita nell’obiettivo di riscattare culturalmente la società meridionale.
Anzi, il fenomeno di una frequenza scolastica più massiccia rispetto al Nord, ha posto al centro un’ulteriore questione strettamente connessa al dato, e cioè l’incapacità di far seguire al livello elevato di studi conseguiti dai giovani meridionali, una presa di coscienza collettiva di massa riferita alla condizione del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.
Non è stata colta in tal senso l’opportunità di far diventare l’intellettualità meridionale una risorsa per la propria terra, risorsa dalla quale derivare una classe dirigente finalmente all’altezza di rappresentare e gestire al meglio gli interessi della società meridionale.
L’incapacità della politica di parlare un linguaggio adeguato, ancor prima dell’incapacità di elaborare un progetto teso allo scopo, hanno ridotto il grande fenomeno della scolarizzazione di massa, ad un mero risultato di riscatto individuale, dove il figlio dell’analfabeta o del cittadino umile, una volta conseguita la laurea, ha inteso riscattare se stesso e la propria famiglia rispetto alla condizione di origine, per poi rincorrere la fortuna, ovunque si presentano le opportunità, ma quasi mai nella propria terra.
Con la scolarizzazione di massa, si è creata una sorta di rottura rispetto alla continuità delle condizioni di vita difficili ed a volte disumane, ma mai, in nessun contesto, le lauree sono state considerate strumento per cambiare quelle condizioni di vita per sostituirle con altre più consone rispetto al livello altrove imposto dalla crescita economica.
Nelle aree più marginali del Mezzogiorno, si è consolidato in questi anni, un modo di vivere “alla giornata”, una sorta modello culturalmente estraneo ai canoni delle genti meridionali, ma finalmente pago in termini di piaceri derivanti dal soddisfacimento dei consumi di massa che sempre più spesso contemplano esigenze tra le più svariate. Un vivere alla giornata inteso quale comportamento acritico degli abitanti, dove le origini, la storia, la tradizione, la cultura e le abitudini della gente,  non sembrano contare nulla.
In un simile contesto di arretratezza ha preso piede inconsapevolmente un modello dove quello che conta, è avere lo stipendio alla fine del mese, per soddisfare bisogni ormai considerati insopprimibili e poco importa se lo stipendio derivi da un posto di lavoro discutibile, non solo da un punto di vista della produttività, ma anche da quello della semplice utilità, già concetto più facile da comprendere. Uno stipendio è tutto, e per uno stipendio si dà tutto al compare, o al politico di turno.
La pubblica amministrazione è stata la prima vittima di tale corso ed il gonfiamento degli organici oltre misura, è stato il primo effetto, il tutto a scapito della qualità. La pressione sulla politica, per procurare posti agli amici, è stata indescrivibile ed a farci le spese per prime, sono state le garanzie, quali il rispetto della legalità nel reclutamento del personale.
Come prima conseguenza sono saltati i concorsi pubblici ormai praticamente soppressi, mentre laddove sporadicamente ancora si tengono, essi vengono affidati sempre più spesso a società esterne che filtrano le esigenze avanzate da politici e burocrati di turno.
Nella storia della Regione Calabria ad esempio, dal 1970 al 2010, sono stati espletati solo due concorsi, uno da parte del Consiglio Regionale affidato ad una società esterna, e l’altro per dirigenti gestito dalla Giunta Regionale e poi niente. Non c’è settore della pubblica amministrazione, o comunque aziende in qualche modo ad essa collegata che non scoppi di personale spesso inadeguato, per cui, la qualità dei servizi erogati, quasi sempre risulta inversamente proporzionale alla entità degli organici, con una sola costante che si ripete un po’ ovunque: nella pubblica amministrazione lo stipendio è facile!
Tale concetto ha ubriacato le giovani generazioni e le famiglie di appartenenza, trasformando ai loro occhi, l’occupazione derivante dai settori produttivi, in una occupazione di tipo B.

Di conseguenza nel Mezzogiorno tutto è diventato sporadico, saltuario, all’interno di un quadro dove coesistono iniziative economiche di grande successo sul piano dell’efficienza e dell’innovazione, con altre di grande arretratezza ed episodicità. Assenti quasi sempre i servizi e le politiche di sistema.
Nel Sud la politica ignora i settori produttivi e non può o non sa intervenire, perché ostaggio dell’idrovora della pubblica amministrazione che drena tutto, per sostenere un sistema di inefficienze imperniato sulle clientele, come nel caso della sanità che assorbe ormai il 73% delle risorse di bilancio della Regione Calabria.

 In questo contesto, l’occupazione è un grande latitante praticamente inafferrabile, se non cambiano i presupposti del sistema, se non si innestano meccanismi virtuosi in grado di rovesciare le logiche nelle politiche di incentivi e di sostengo all’economia. Perfino nell’impiego dei fondi comunitari destinati  esclusivamente agli investimenti, spesso prevalgono le logiche di sostegno al reddito, per cui gli stessi vengono distratti e sperperarti con la compiacenza della burocrazia e della politica, in quanto indirizzati verso forme di intervento che privilegiano la gestione rispetto agli investimenti, aggirando così gli stessi controlli comunitari.
In una parola, si è generato un contesto dove nessuno o quasi è più disponibile a rischiare o mettersi in discussione, dove nessuno è più disponibile a continuare un lavoro iniziato da altri, dove un’attività economica nasce, si sviluppa e muore, nell’arco di una generazione, senza storicizzare nulla in termini di conoscenza, di professionalità, di cultura, di consolidamento di un’etica comportamentale, vero asse portante di ogni sano processo produttivo di sviluppo.
Anche per questo, nessuna intelligenza viva, o quasi nessuna, completati gli studi, cerca collocazione nel tessuto produttivo locale, preferendo le chiamate del soggetto esterno di turno, da valutare esclusivamente in termini di convenienza economica o di carriera, indipendentemente dal tipo di padrone che si va a servire! È una sorta di circolo vizioso, è il comportamento del polipo che costretto dalla necessità, pur di continuare a vivere, finisce col divorare le proprie branche che diventano esse stesse mezzo di sostentamento.
Bisogna bollare come riprovevole in politica la condotta del polipo, così come bisogna spezzare il circolo vizioso liberando risorse da impiegare attraverso politiche orientate da scelte chiare in favore dell’impresa meridionale e dei giovani cervelli che in un rinnovato rapporto di fiducia e solidarietà, mettono finalmente la propria intelligenza al servizio della crescita del Mezzogiorno.
C’è molto da fare!

Parlando della Calabria, un grande meridionalista come Giustino Fortunato, usò la definizione di “sfasciume pendulo sul mare“, per indicare una terra che diventa col passare del tempo sempre più sfasciume, una terra degradata nel paesaggio a causa di un’espansione edilizia selvaggia, soffocata dal cemento lungo le coste, svestita del look del suo proverbiale manto verde a causa degli incendi ormai inarrestabili, privata dell’armonia dettata dai suoni delle campane delle greggi sui monti, ferita a morte nelle sue forme estetiche dai continui sventramenti a causa dell’apertura di piste e movimenti terra che non diventano mai opere compiute, imbrattata da rifiuti che nessuno raccoglie, smaltisce e/o ricicla nella sua parte utilizzabile, impuzzolentita dalle fogne a cielo aperto lungo le coste, nonostante i settecento e passa milioni di euro sperperati dal Commissario per l’Emergenza Ambientale, tutte componenti di un degrado in larga parte ormai irreversibile, che bisogna comunque recuperare per quanto ancora possibile.

Le clientele, le commistioni dettate dagli interessi negli affari, la politica che ha abdicato al suo ruolo, mettendosi a disposizione di ogni forma di commercio e di scambio, diventando essa stessa un terreno di investimento economico per il conseguimento delle postazioni istituzionali, sono la causa di tutto ciò, così come la conseguenza è la mortificazione di ogni sana iniziativa ormai priva di ascolto, nonché la progressiva marginalizzazione di ogni attività nel campo economico, come in quello sociale che non si avvalga della forza della corporazione.
Per spazzare via tutto ciò, non bastano le urla in piazza, specie se sono le urla di chi tanto alza il tono di giorno, quanto lo abbassa di notte, quando si siede al tavolo dei sodali che stanno dall’altra parte della barricata in chiare posizioni di comodo, per dividersi gli affari, dimentico nel tradimento, della sorte dei propri compagni.
Al contrario, per rimuovere tale situazione, bisogna aprire un cantiere, il cantiere di chi, non accetta più questo stato di cose e si mette in discussione, il cantiere di chi, in un sussulto di dignità, chiama a raccolta la gente del Sud e la invita ad uno scatto di orgoglio di fronte ad un’accusa di cialtroneria rivoltaci da settori fondamentali del Governo, nel mentre si portano a termine senza disturbi od ostacoli, questa volta davvero complice la cialtroneria per dirla con Tremonti dei Parlamentari del Sud, le ennesime manovre di spogliazione di un Mezzogiorno privo di rappresentanza e di voce, come nel caso dell’utilizzo dei fondi FAS che, anziché essere impiegati per lo sviluppo delle aree depresse, sono finiti per pareggiare i conti della gestione malata della sanità e per altri ammennicoli da garantire alle regioni amiche del Nord.
Di fronte a questo tipo di federalismo che sta andando in scena, l’intero Mezzogiorno è chiamato a ribellarsi, ricordando a Bossi e sodali, che il Sud è disponibile a fare da se, dismettendo definitivamente i panni del piagnone e quindi accettando anche il federalismo fiscale che sarà un vero e proprio fendente in capo al Mezzogiorno, purché al federalismo fiscale si accompagni un federalismo costituzionale basato sull’autonomia decisionale del Mezzogiorno stesso.
Molte cose gridano vendetta in questo Paese e fra esse certamente vi è il federalismo fiscale, un congegno che evidentemente non disturba nessuna oligarchia politica nazionale, come dimostra il voto in Parlamento, dove la maggiore forza dell’opposizione si astiene, mentre la violenza parolaia del forcaiolo Di Pietro, si spiaccica su un  atteggiamento di condivisione che porta addirittura al voto favorevole, lasciando lo scettro dell’opposizione al solo Casini, che vota contro, sol perché preoccupato  dei contraccolpi sui destini del nascituro Partito della Nazione.

 Eppure questo gioioso congegno che lega l’impiego della ricchezza al territorio di produzione della stessa, lasciando al loro destino le aree depresse del Paese, povere di gettito contributivo, mina quel che resta dell’unità nazionale, nel mentre tutti, in uno atteggiamento farisaico, sono intenti a celebrare il 150° dell’unità d’Italia.
Il popolo del Mezzogiorno deve rispedire al mittente con indignazione il becero tentativo di legittimazione di una nuova politica dei due forni, dove nel forno ricco del Nord, finiscono le ricche produzioni della tecnologia, mentre in quello del Mezzogiorno povero, è destinata la farina tradizionale impastata  con il sudore della fronte, in un quadro di rassegnazione rispetto all’immutabilità degli equilibri nazionali.
Orgoglio ed indignazione, questa la miscela su cui innestare una nuova reazione, la reazione di chi finalmente non si sente più inconsapevole portatore di consenso alle lobbies che determinano le politiche nazionali a scapito del Mezzogiorno, bensì cittadino critico e partecipe nelle scelte che riguardano il proprio futuro.
E questo è il punto della nuova questione: non ci potrà essere nessuna forma di federalismo a prescindere da quella costituzionale che ponga al centro il protagonismo della società meridionale rispetto ai propri destini, imboccando una fase di decisionismo del tutto nuova.
Alla pari, ci accorderemo su tutto, ma basta con le decisioni calate dall’alto! Pieno rispetto nei confronti di tutti, anche della stessa Lega Nord, alla quale ricordiamo che il voto popolare l’ha legittimata a decidere sulle questioni della Padania, dopodiché altre realtà entrano in gioco per dire la loro, quando si tratta di modificare il sistema costituzionale.
Il movimento per l’Autonomia del Sud, appena nato, si muove per offrire un contributo culturale alla formazione di un vasto fronte di cambiamento capace di misurarsi fin dalla prossima consultazione elettorale, dove sarà in campo con  proprie liste, collocate in autonomia rispetto ai poli, dopo aver stigmatizzato ogni sorta di comportamento negativo nella gestione delle Istituzioni pubbliche, nonché nell’agire dei suoi rappresentanti,  la lettura nuda e cruda della realtà, evidenzia l’assoluta mancanza della politica, nel ruolo di governo della società, oggi affidato esclusivamente alle oligarchie politiche, o ai gruppi di potere che esercitano l’azione di governo intesa come puro potere personale, in un esercizio di scambio costante e di compensazione di e fra le oligarchie medesime!

Il popolo, in tale contesto, ha perso ogni sovranità, per assumere il ruolo di puro cedente di un potere che i politici, lautamente ricompensano, dopodiché ne diventano essi stessi titolari, senza dover rendere conto a nessuno circa l’operato, decretando così la morte della democrazia, con buona pace di chi, seppur non l’ ha mai assaporata, adesso rinuncia anche all’idea di poterla un giorno assaporare.

Costituisce tutto ciò, la negazione del concetto di primato della politica, ossia di quel concetto che il movimento vuole mettere al centro per guidare l’azione del cambiamento, all’insegna della partecipazione popolare.
In tale modo, la società meridionale potrà dimostrare di essere autonoma nel decidere i propri destini, amministrando i propri interessi, secondo scelte chiare, rispettose dei bisogni della gente e soprattutto rispondenti alle esigenze poste dalla valorizzazione delle risorse presenti sul territorio.
Solo così la stessa coniugare intelligentemente saperi, ricerca e risorse, saldando il tutto all’interno di un modello di sviluppo davvero innovativo.Ripartendo da un vecchio slogan che recitava: “La nostra novità è la tradizione”, ribadiamo di avere in mente la ricetta giusta per un nuovo riscatto del Mezzogiorno.
Tale ricetta comprende un linguaggio antico che parla di rilancio dei settori tradizionali dell’economia meridionale, mentre la novità ci riconduce, oltre che alle innovazioni nei processi produttivi, alla scoperta dei settori della nuova economia che nel mezzogiorno, scoprono risorse in misura più rilevante rispetto alle altre aree del Paese, con possibilità di successo  ben più consistenti.

(Per lasciare commenti o suggerimenti o anche per aderire al manifesto entra nel sito e partecipa al dibattito sul forum : www.movimentoautonomiadelsud.org – Mail: movimentoautonomiadelsud@gmail.com)

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