Il Crimine, i mastri, le ‘ndrine ecco la Cupola modello Cosa nostra

14 07 2010

Svelati tutti i segreti. Dalla struttura verticale alla gestione degli affiliati. Non è più la setta oscura che aveva salvato il sistema criminale dopo le stragi del ’92. La scoperta in Calabria ricorda molto ciò che Buscetta fece scoprire a Falcone

di ATTILIO BOLZONI (su Repubblica)

Che cosa è il Crimine? È la Cupola calabrese. E di chi è il Crimine? “Non è di nessuno, è di tutti”, sentenzia Domenico Oppedisano, appena nominato capo dei capi nel santuario della Santissima Madonna di Polsi sull’Aspromonte. Tutti che sono dappertutto. A Reggio, a Duisburg, in Australia, a Milano. Sono quasi mille solo a Rosarno. Ma una, una sola è la ‘Ndrangheta. E il suo potere è nascosto nelle fiumare di Calabria.
Quella che ci avevano descritto come una mafia “orizzontale”, una mafia fatta solo di legami di sangue e di comparati, un insieme di cosche slegate fra loro, è in realtà un’associazione segreta e unica che ha un vertice come Cosa Nostra ed è distribuita rigidamente sul territorio, è strutturata su più livelli e ha le sue gerarchie. Il Capo Crimine è il capo di tutti. Al suo fianco ha il Mastro di Giornata che è il suo portavoce e smista tutti i suoi ordini, poi ci sono i colonnelli: il Mastro Generale, il Capo Società, il Contabile. Il governo della ‘Ndrangheta è il Crimine – che chiamano anche Provincia – e rappresenta i tre mandamenti dove la mafia calabrese è padrona: la città di Reggio, la costa tirrenica, il versante jonico. Il Crimine comanda ovunque, ovunque nel mondo ci sia un “locale” o una “‘ndrina”. Per entrare nell’organizzazione è necessaria un’età minima: 14 anni.
Quello che hanno scoperto in questi mesi giù in Calabria carabinieri e poliziotti e procuratori, ricorda molto ciò che Tommaso Buscetta ventisei anni fa fece scoprire al giudice Falcone su Cosa Nostra: organigrammi, cariche, gradi, collegi direttivi, confini territoriali, rituali, codici, punizioni. Oggi la ‘Ndrangheta – dopo almeno mezzo secolo di assoluta impunità e con i verdetti della Corte di Cassazione che sino all’anno 2000 l’avevano raffigurata solo come una “confederazione di cosche” – non è più un segreto profondo, non è più quella setta oscura e impenetrabile che aveva salvato il sistema criminale italiano dopo le stragi siciliane del 1992.

È nuda agli occhi del mondo, scoperta per la prima volta dagli stessi racconti dei protagonisti. Intercettati e filmati mentre eleggevano i loro “dirigenti” in Lombardia e a Polsi, il santuario dove ogni primo settembre, nella solenne festa della Santissima Madonna della Montagna, la ‘Ndrangheta si conta e sceglie il suo re.

Che è re di tutti e non soltanto dei boss calabresi. Anche di quelli che vorrebbero fare da soli come quel Carmelo Novella che nella primavera del 2008 aveva in mente un progetto “indipendentista”, voleva fare la sua ‘Ndrangheta a Milano, la ‘Ndrangheta della Lombardia staccata dal resto dell’organizzazione, autonoma in qualche modo dal Crimine e dai suoi comandamenti. Un illuso, un pazzo. Così commenta quell’idea strampalata e suicida di Novella, il capo calabrese della Società di Singen che è uno dei “locali” che hanno colonizzato la Germania: “Adesso se lo vuole fare lo fa, però ci devono essere pure quelli del Crimine presenti, gli ho detto io.. perché lui dipende di là, come dipendiamo tutti, senza ordini di quelli di li sotto non possono fare niente nessuno”. E un altro capo della compagnia, il 12 luglio del 2008, dice ai suoi a proposito del “secessionista” Carmelo Novella: “Lui è finito ormai…è finito, la Provincia lo ha licenziato”. Neanche un mese dopo Carmelo Novella è stato in effetti “licenziato” per sempre: è stato ucciso.

Tutti devono obbedire. Sul corso Garibaldi di Reggio o quando trattano a Cartagena un carico di cocaina con i colombiani. Il comando strategico resta sempre là, fra le fiumare che attraversano San Luca e Platì, fra gli ulivi della piana di Gioia Tauro, nelle piazze di Archi che guardano di fronte l’Etna e la Sicilia. Il Capo Crimine ha potere di vita e di morte. Ed è idolatrato dal suo popolo. Alla base della ‘Ndrangheta ci sono le “‘ndrine”, è questo il primo nucleo dell’organizzazione, di solito formato da membri della stessa famiglia o allargata con matrimoni combinati. Ogni “‘ndrina” ha il suo territorio di influenza e risponde al “locale”, che è la più importante struttura organizzativa dell’associazione. Il “locale”, che non sempre coincide con una zona geografica (nello stesso paese possono esistere più “locali”), ha almeno 49 affiliati e un responsabile che è il “capo locale”, un contabile che gestisce le finanze – in gergo si dice la bacinella o la valigetta – e un crimine che è l’operativo, quello che sovrintende alle illecite attività. Tutti e tre, capo locale e contabile e crimine, formano una terna chiamata Copiata. Il “locale” però non è un’unica stanza, ma è a doppia compartimentazione: la Società Minore e la Società Maggiore.

Nella Minore ci sono i gradi più bassi, nella Maggiore – che a volte viene indicata anche come Società Santa – accedono solo 7 affiliati di rango. I “gradi” degli uomini della ‘Ndrangheta sono tanti. Nel loro linguaggio il grado è la “dote” o il “fiore”. Al livello più basso c’è il giovane d’onore, che non è però un vero e proprio affiliato ma il rampollo di qualche capo che entra nella ‘Ndrangheta per diritto di sangue. Poi c’è il picciotto d’onore, la manovalanza, la fanteria della ‘Ndrangheta. Poi c’è il camorrista, che ha funzioni più delicate. E poi lo sgarrista o il camorrista di sgarro, che è il grado più alto della Società Minore. Al primo gradino della Società Maggiore c’è il Santista e dopo di lui il Vangelo che ha giurato fedeltà alla ‘Ndrangheta con una mano sul Vangelo. E ancora il Quartino, il Trequartino e il Padrino chiamato anche Quintino. Se ci vogliono almeno 14 anni per far parte della ‘Ndrangheta, i privilegiati non mancano neanche in questo mondo: i figli dei capi vi entrano per diritto ereditario. E, fin da bambini, di loro si dice che sono “mezzo dentro e mezzo fuori”. L’affiliazione dura tutta la vita. Come per Cosa Nostra, dalla ‘Ndrangheta si esce solo da morti. Anche la mafia calabrese ha un suo Tribunale. E deve giudicare le “colpe” degli affiliati.
C’è quella più lieve che è la “trascuranza”, che si può risolvere con un processo che finisce bene. E poi ci sono le colpe più gravi, gli “sbagli”. Di diversa entità: la “tragedia”, quando un affiliato semina falsità dentro l’organizzazione per trarne profitti personali; la “macchia d’onore”, quando un affiliato o un suo parente ha un comportamento tale da essere giudicato indegno per restare nella ‘Ndrangheta; l'”infamità”, quando l’affiliato tradisce. La condanna per uno “sbaglio” è sempre la morte.

E le donne? Le donne d’onore non esistono nella ‘Ndrangheta ma ci sono le “sorelle d’omertà”, che di solito vengono usate per l’assistenza ai latitanti. E chi combatte la ‘Ndrangheta, come è chiamato dai boss calabresi? Chi non fa parte dell’organizzazione viene definito “contrasto”. Ma quelli a metà strada, quelli che un giorno potrebbero tradire – i funzionari infedeli, le talpe, i favoreggiatori – quelli sono tutti “contrasti onorati”. La ‘Ndrangheta ne ha tanti al suo soldo. Nel suo regno e nelle “colonie” di cinque continenti.

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