Reggio, processo ”Testamento”: assolto Massimo Labate

4 07 2010

Reggio, processo ”Testamento”: assolto Massimo Labate, cade l’accusa di concorso esterno. Condannati presunti affiliati ai Libri

di Claudio Cordova (su Strill.it)

Sono pesanti le pene inflitte dal Tribunale di Reggio Calabria ai presunti affiliati della cosca Libri di Cannavò. Condannati Giuseppe Libri (che, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto lo scettro del comando dal padre don Mico Libri), Francesco Giuseppe Quattrone e Alessandro Collu alla pena di 12 anni di reclusione, mentre Bruno Crucitti, considerato dall’accusa l’imprenditore della cosca, è stato condannato alla pena di 10 anni di reclusione.  Sono stati assolti, per non aver commesso il fatto, i presunti “concorrenti esterni”, l’ex consigliere comunale Massimo Labate e l’amico-segretario Enzo Pileio (difeso dagli avvocati Morace e Politi): secondo il pm Giuseppe Lombardo, che aveva richiesto rispettivamente nove e otto anni di reclusione, i due avevano favorito il clan Libri, sollecitando il pagamento relativo a due iniziative, una festa patronale nel rione di San Giorgio Extra e una mostra di pittura presso il Castello Aragonese, svolte con alcuni contributi comunali, e riconducibili ad alcuni affari messi in atto da Antonino Caridi, presunto reggente della cosca.  Il Tribunale (Pedone presidente, Ferraro e Vicedomini a latere), però, intorno alle 16.30, a distanza di quasi tre anni dagli arresti, ha letto per entrambi la sentenza di assoluzione. 

Massimo Labate viene coinvolto nell’inchiesta “Testamento”, condotta nel luglio 2007 dalla Polizia di Stato, viene tratto in arresto con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, trascorre nove mesi nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (è un ex poliziotto) e viene rilasciato solo dopo essersi dimesso da consigliere comunale, eletto nelle file di Alleanza Nazionale. A lui l’accusa contestava il rapporto con Antonino Caridi, ritenuto il reggente del clan Libri, già condannato con rito abbreviato. Proprio in virtù dei trascorsi di Labate nella Polizia di Stato (per gran parte del tempo di natura sindacale), il pm Lombardo aveva affermato più volte che Labate “non poteva non conoscere Caridi e la sua famiglia”. Il Tribunale, che avrà novanta giorni di tempo per depositare le motivazioni della sentenza, ha quindi accolto le tesi difensive, ribadite anche stamattina in aula, degli avvocati di Massimo Labate, Domenico e Andrea Alvaro: Labate non favorì con le sue azioni la cosca Libri, nè provocò un rafforzamento del sodalizio criminale. Sentenza contro la quale, quasi sicuramente, la Procura presenterà appello. Pino Libri, difeso dall’avvocato Lorenzo Gatto, si vede invece condannato alla pena di dodici anni di reclusione: l’inchiesta, infatti, viene denominata “Testamento” proprio perché, secondo gli investigatori, renderebbe palese la successione tra il defunto boss don Mico Libri e il figlio Giuseppe, impegnato nel settore edilizio. Quanto a Collu (avvocato Gatto) e Quattrone (avvocato Barillà) e Crucitti (avvocati D’Ascola e Calabrese), il Tribunale ha disposto anche la confisca delle aziende riconducibili (la Collu Costruzioni, il centro benessere Galatea e la Real Cementi). Il pubblico ministero Giuseppe Lombardo, nell’udienza dello scorso 2 febbraio, aveva richiesto una condanna complessiva di 19 anni per Giuseppe Libri; 18 anni per Bruno Crucitti; 13 anni per Francesco Giuseppe Quattrone; 12 per Alessandro Collu; 9 anni per Massimo Labate e 8 per Enzo Pileio.  Richieste ribadite anche nel corso delle repliche che hanno allungato un processo che sembrava in dirittura d’arrivo già diverse settimane fa. Nel corso delle arringhe difensive, infatti, su richiesta dell’accusa fu riaperta l’istruttoria dibattimentale per ascoltare, nuovamente, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Paolo Iannò, relative alla presunta appartenenza di Crucitti alla cosca Libri.

 Un processo lungo che ha visto sfilare, tra gli altri, Bruno De Caria, direttore della Leonia (società che gestisce la raccolta dei rifiuti a Reggio Calabria) e l’allora sindaco della città, Giuseppe Scopelliti. Perfettamente nel proprio diritto, ma, secondo molti inopportuna, la scena muta fatta in aula dalla dirigente del settore finanze di Reggio Calabria, Orsola Fallara. Indagata per reato connesso, ha potuto avvalersi della facoltà di non rispondere.

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