Il mito delle riforme, lo spettro delle elezioni

4 05 2010

di Giuseppe Romeo

Il gioco a rimpiattino tra il presidente Berlusconi e il Presidente della Camera si sta man mano consumando su una pirandelliana rappresentazione di se divisa tra dichiarazioni di non belligeranza, scambi di lealismo per diradare, difficilmente, sospetti, dubbi e incomprensioni che maturano all’interno del Popolo delle Libertà. Ora la sopravvivenza di una maggioranza costruita su una prospettiva verticale della dialettica politica – contro ogni ragionevole orizzontalità del dibattito interno e delle sintesi di idee e di modi di pensare alla nazione – sembra essere affidata a due possibili scenari. Scenari, entrambi, ben presenti nella strategia del premier più di quanto non si possa immaginare.
Il primo, quello della possibilità che le riforme siano una strada ancora percorribile e sulla quale investire per definire un quadro di condivisione di tutte le anime che sostengono l’esecutivo, e in particolare della Lega, e dare un’immagine al cittadino di una maggioranza politicamente vitale. Il secondo, l’ancora delle elezioni anticipate a cui affidare una riconferma della leadership. Due scenari possibili ma concatenati nelle dinamiche conseguenti.
Vediamo il primo.
Se è il federalismo la partita da giocare la strada percorribile si presenta estremamente difficile dal momento che non solo il federalismo sembra essersi ridotto ad una farsesca rappresentazione di una lotta per il potere locale, ma perché, in realtà, è ambigua la concezione stessa che si ha in Italia del federalismo quale modello di governo.
Un modello, quello proposto, che dimentica, al di là dell’aspetto fiscale, che l’Italia è già una Repubblica che costituzionalmente riconosce le autonomie locali attribuendo loro potestà legislativa e amministrativa.
Ovvero che l’Italia è, di fatto e costituzionalmente, uno Stato dove il decentramento è una caratteristica di un modello di governance che potrebbe essere riformato, ma certamente non sovvertito. Considerati i costi e i vantaggi derivanti nell’immediato dall’approcciarsi alle riforme istituzionali e guardando alla meta del Colle, il Presidente del Consiglio sa bene che subordinare l’avvio di una stagione di riforme condivise significa pagare un certo pedaggio a parte della sua maggioranza e all’opposizione. Un prezzo che si chiama legge elettorale.

Il secondo scenario è rappresentato dall’ipotesi chiusa nel cassetto di elezioni anticipate. Una soluzione che completa la strategia se il problema più imminente e immanente, dopo l’ultima direzione del partito, è l’ulteriore consolidamento di una leadership in difficoltà ma non priva di un appeal ancora oggi difeso con non comune energia dal carisma del premier.
Un obiettivo che non può non considerare la Lega un fardello necessario, per quanto imbarazzante, per un esecutivo sospeso tra riforme, elezioni, federalismo e riqualificazione della coalizione magari senza Fini. In entrambi i casi la vera preoccupazione per il premier, ancorché interessato ad un presidenzialismo è che le riforme condivise possano davvero trascinare l’esecutivo verso un gentlement agreement che in politica nasconde non poche insidie.
E’ vero che l’obiettivo di una Repubblica presidenziale magari costruita su un turno unico, magari rinnovando contestualmente le camere con la legge elettorale in vigore completerebbe il cerchio di una democrazia governata, se non proprio amministrata. Ma ciò richiederebbe una maggioranza coesa, fedele alle linee del premier e qualificata da una quantità di seggi che garantiscano almeno i due terzi dei voti disponibili alla Camera dei deputati.
Un possibilità, nonostante tutto, ad oggi impossibile da realizzarsi. In questo senso il Presidente del Consiglio potrebbe, di fronte a più stop in aula dei disegni di legge di iniziativa governativa, ricorrere, ad esecutivo sfiduciato su un provvedimento qualsiasi, allo scioglimento anticipato delle Camere.
E’ vero che una simile probabilità non troverebbe al momento la disponibilità del Presidente della Repubblica. Però un affondo, ovviamente interno, alla maggioranza su un provvedimento di interesse per il premier per il quale, una volta posta, non si dovesse ottenere la fiducia potrebbe sortire l’effetto desiderato.
Cioè, far si che il Presidente della Repubblica dia corso allo scioglimento delle Camere. In questo modo, e solo con un voto che si possa interpretare come una sfiducia personale al premier, si configurerebbe la possibilità di tornare alle urne a breve con l’attuale legge elettorale.
Un ritorno alle urne per ottenere un obiettivo definitivo, depotenziare Fini, e un risultato immediato, consolidare il consenso popolare del premier… e della Lega unico alleato su cui può contare.
Certo l’unico dubbio resterebbe l’ulteriore prezzo da pagare all’appoggio offerto dal partito di Bossi. Ma valutando il successo delle regionali come una rendita da cui partire prima della perdita degli interessi, e di interesse per il Carroccio, e la possibilità di attuare un federalismo d’occasione come contropartita, l’opzione di tentare il colpo tornando alle urne per dirigere il Paese verso un presidenzialismo tutto all’italiana sarebbe di per sé una buona merce di scambio.
Con questo consolidando la propria leadership e esautorando dissensi di stagione. Ma se ciò fosse vero dovremmo fare anche un’altra considerazione.
Rileggendo Paul Ginsborg, attento osservatore di cose italiane, e riprendendo quanto detto in una intervista rilasciata ad un quotidiano nazionale di qualche mese fa tutto questo dimostrerebbe l’effettiva deriva a cui va incontro il Paese. E cioè, “…un (ulteriore) processo di svuotamento (progressivo) delle istituzioni con un continuo attacco al sistema di bilanciamento dei poteri…”.
La via popolare è certamente un modo per affermare una leadership e consolidare un consenso in politica.
Tuttavia ciò non dovrebbe realizzarsi attraverso una visione verticistica e dirigista della politica, ma scegliendo una prospettiva orizzontale di una politica che non può continuare a trasformarsi da popolare in populista, da inclusiva in esclusiva.
Come affermato da Ginsborg in Italia si delineano sempre di più due destre. Quella di Fini che “…è più rispettosa delle strutture democratiche e più aperta su alcuni temi come l’immigrazione…”.
Una visione di destra che viene ritenuta “Un tentativo interessante perché considerato più importante in Italia avere una destra decente che non una sinistra decente”.
Ma Fini non viene rappresentato come leader di una possibile destra maggioritaria. L’altra destra che emerge è quella di Bossi, Tremonti, Formigoni ritenuta maggioritaria per quanto possa avere senso definire destra una simile diversità di idee, di modi di interpretare il significato e il senso della politica. Ed è sul ruolo di questa destra maggioritaria e individualista e dei suoi leader che il Paese dovrebbe fermarsi a riflettere.

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