Intervista a Emiliano Morrone/ Calabria, politica contro arte, cultura e libertà

30 04 2010

di Giuseppe Pipita

Aver divulgato un pensiero contro le mafie è valso al giornalista e scrittore Emiliano Morrone il riconoscimento speciale nell’ambito del Premio nazionale di Filosofia, a Certaldo (Firenze). La motivazione della giuria riporta che Morrone ha dimostrato che con la filosofia si possono difendere i diritti delle persone. “Sono contento per questo riconoscimento – dice il giornalista, originario di San Giovanni in Fiore e Agrigento – che non considero personale. Lo dedico, infatti, alla mia amica Antonella, la quale purtroppo non c’è più. Da lei ho imparato che, grazie alla filosofia e alla forza dello spirito, si può vivere anche con un cuore in affanno, oltre i limiti della condizione umana. Ancora, dedico il premio ai cari cardiotrapiantati, al lombardo Guerriero, al toscano Spada, alla mamma e a Renato, ancora in attesa d’un cuore nuovo. Dedico il premio, poi, ai giovani della mia terra e di altre regioni; giovani che sognano, che s’impegnano, che organizzano una resistenza civile per la democrazia in Italia; giovani che con la loro creatività e ricerca artistica alimentano la speranza d’un mondo diverso, più giusto e umano”. Quali sono le difficoltà che si incontrano per la diffusione della filosofia in Calabria? “La nostra regione era votata alla speculazione filosofica, specie per la morfologia del suo territorio. Oggi, dominata da lobby mafiose e della politica, subisce purtroppo la mera speculazione affaristica. Mario Guarna, presidente del Premio a Certaldo, mi ha detto che lì vogliono che organizzi il Festival internazionale della Filosofia in Sila. Un paradosso a tutti gli effetti, visto che la Sila è in Calabria. Nel 2007, dopo averlo creato, venni estromesso dalla direzione dell’evento silano, poiché ritenuto il mandante di Marco Travaglio, il quale fece un legittimo intervento di cronaca sul tema dell’amore per la cosa pubblica, chiamando in causa protagonisti della politica regionale. Non sono nessuno, mi ritengo solo un giovane che crede fermamente nel ruolo della filosofia e della cultura per l’emancipazione sociale. Il punto è che da noi c’è una visione totalizzante della politica, come se le parti avessero il diritto di entrare in ogni attività d’interesse pubblico, così impedendo l’attivazione delle coscienze, a salvaguardia di posizioni di potere. Per dirla con Karl Popper, in Calabria permane, purtroppo, una visione chiusa dello sviluppo sociale, ancora subordinato a noti meccanismi di controllo della collettività e di formazione del consenso.” Emigrazione, giovani, ’ndrangheta: lei si è occupato di questi argomenti per cercare di creare uno spirito critico tra i suoi conterranei. La Calabria ha una possibilità di svegliarsi? “Dipende da quanto il popolo saprà difendere la sua sovranità. Nei miei piccoli scritti e iniziative, ho sempre insistito sull’emigrazione, oggi molto legata all’espansione della ’ndrangheta e al malaffare di pezzi della politica. Non vedo cambiamenti in Calabria: le risorse intellettuali si lasciano andare, come fossero iattura. Troppi sono i giovani che partono e non ritornano; principalmente perché qui non c’è la volontà politica d’investire sui loro saperi e sulle loro competenze. Passata l’esperienza di candidato indipendente al Consiglio regionale, vedo con chiarezza quanto la politica si preoccupi, non di rado, d’allontanare le voci critiche. È un fatto diffuso, senza distinzione di colori. A riguardo, esiste un sistema preciso, di cui tanti, ai vertici, sono partecipi. In generale, non c’è troppa considerazione di progetti e discorsi culturali basati sulle potenzialità del territorio. Dunque, la nostra regione pare condannata alla marginalità, all’assistenzialismo e al progressivo spopolamento, funzionali alla sopravvivenza di gruppi di potere”. In Calabria c’è dunque paura del pensiero libero? “Sì. Il pensiero libero e la parola con cui lo si esprime sono destabilizzanti per il sistema dominante, di ruberie, abusi, collusioni, oppressione. La Calabria è una miniera di tesori culturali, a cominciare dal pensiero. Per esempio, Pitagora, il mondo greco, Gioacchino da Fiore, le grandi utopie del nostro passato, le narrazioni di Corrado Alvaro. Il problema vero è che la politica teme spesso il recupero vero di questo patrimonio e la sua attualizzazione, come teme lo sviluppo di ricerche d’avanguardia. Per esempio, ci sono giovani artisti calabresi che stanno lavorando sull’attualità politica di Pasolini, ma altrove. La classe dirigente predilige, dunque, l’ignoranza, il clientelismo e l’assistenza a fondo perduto. In Sila venne il massmediologo Derrick de Kerckhove, nel 2007. Discusse con i filosofi Gianni Vattimo e Luigi Lombardi Vallauri della Terza Età profetizzata da Gioacchino da Fiore, domandandosi se per caso non fosse quella della tecnologia digitale. Fu un dibattito molto fecondo, la questione andava ripresa e riverberata. Ma passò inosservata, salvo che per i mille spettatori presenti all’appuntamento. La politica ignorò, come sempre. La filosofia, la poesia, l’arte e la cultura fanno vibrare le coscienze, tutte. La bellezza è un valore rivoluzionario, percepito soprattutto dai più umili. Per questo gli apparati di potere vogliono il brutto, anzi l’orrendo”. Prima abbiamo parlato di un festival della filosofia, ci sono iniziative che le piacerebbe realizzare? “Certo, ma in Calabria, che è la mia terra. Tuttavia, non vedo le condizioni, visto che il potere ostacola anzitutto la lotta culturale alle mafie. Ho avuto modo di parlarne con importanti teologi della Liberazione, da noi si potrebbe lanciare un festival dell’utopia, in grado di richiamare migliaia di visitatori. Penso anche a un evento sulla musica del Mediterraneo, a un appuntamento annuale sull’informazione impegnata, a un ‘contenitore’ per le opere dei nostri giovani, cui vanno dati, mezzi, spazi, opportunità. La cultura e l’arte possono incidere molto in profondità. I ragazzi dei movimenti e delle associazioni, anche quelle che lavorano fuori, ne hanno dato ampia prova, e a loro si debbono significativi cambiamenti della mentalità. Spero che sia anzitutto la società civile a convincersene e a invertire la tendenza”. Le ultime sue esperienze anche in politica cosa le hanno lasciato? “La politica in Calabria è indietro di decenni. Ancora vive di numeri, pressioni dei partiti per poltrone, attaccamento viscerale al potere, incapacità progettuale, centralismo, burocrazia, nessuna lungimiranza. In realtà, è meglio far politica fuori dei palazzi, visto che i partiti si riempiono di portatori di voti clientelari e non hanno alcun senso del bene comune. Sto lavorando a un secondo libro sulla Calabria, la ’ndrangheta e l’emigrazione. Forse lo chiamerò “A dio”, un congedo da ogni forma d’accademia, retorica, professionismo dell’antimafia. Voglio lasciare l’Italia. Magari farò un esperimento come operaio all’estero; un po’ come il filosofo Wittgenstein, se la salute, provata, mi aiuta. Sono felice d’aver seminato in questi ultimi anni, d’aver conosciuto ragazzi molto più bravi di me, attenti, tenaci, coraggiosi, autonomi. Spero che continuino nel loro impegno di emancipazione culturale, che non si facciano sedurre dal potere, che mostrino ovunque la bellezza e il profumo della libertà; altro dalla cappa opprimente del crimine organizzato e d’una politica cieca, irresponsabile e autoreferenziale”.

Intervista di Giuseppe Pipita, pubblicata su “il Crotonese” del 29 aprile 2010, a pag. 29

Advertisements

Azioni

Information

3 responses

30 04 2010
Direttore

Bella intervista, l’ho ri-pubblicata sul nostro blog della Rete per la Calabria (http://www.perlacalabria.it).
Se posso permettermi d’interloquire, essendo assolutamente in linea con quanto affermi nelle linee generali dell’intervista (e come non essere d’accordo?), ti lancio solo questa piccola “breccola” di riflessione.
Ovviamente non a filosofo, che non sono, ma da libero pensatore.

Tu dici: “La bellezza è un valore rivoluzionario, percepito soprattutto dai più umili. Per questo gli apparati di potere vogliono il brutto, anzi l’orrendo”.
Questa affermazione mi ha un po’ lasciato perplesso, e mi ha indotto a pensare al valore che noi diamo alla percezione di bello o di brutto, che comunque appartiene squisitamente alla sfera della soggettività.
In un mondo pervaso da canoni di bellezza fatui e vacui, forse non è “la bellezza che salva il mondo”, secondo la celeberrima affermazione di Dostoievskij, ma ciò che si distacca dal retroscena, dalle quinte sbiadite o pacchiane della nostra società che guarda solo in superficie, come gli alligatori quando sguazzano nella palude.
Non la “bellezza”, quindi, può essere rivoluzionaria, ma ciò che si distingue dal piattume.
E non sarà quindi la “bruttezza” il contrario della “bellezza” (ricordiamo Parmenide, ed il suo concetto “A non è non A”), ma tutto ciò che non è abbastanza bello per essere notato come “diversità” dal Bello. Ed il reciproco, ovviamente, vale per la bruttezza.
Altra cosa è la “bruttura”, ciò che è spalmato come fanghiglia sulle brutture sottostanti, sulla nullità piatta dei cervelli spenti o bruciati dai “grandi fratelli” o dalle telemerde di Maria De Filippi.
Quelli che tu giustamente definisci vagamente “gli apparati di potere”, quindi, secondo me non “vogliono il brutto, anzi l’orrendo”, ma il vuoto pneumatico, l’assenza di stimolo cerebrale e, di converso, ciò che stimola le viscere della gente/telespettatore/elettore.
Anche la “bruttezza”, quindi, al pari della “bellezza”, può salvare il mondo, a mio avviso. Ma deve essere una bruttezza che faccia pensare, che riesca ad elevare l’animo, a scuoterlo fin nel suo itimo al pari della visione del bello.

Un solo esempio mi viene subito in mente: penso alle immagini di Gesù che circolavano nella Chiesa primitiva, intorno al II-III secolo, laddove probabilmente si optava per un’immagine scioccante proprio per far rifulgere la vera “bellezza rivoluzionaria” di Cristo, che era la Buona Novella.
Proprio in questo esempio io vedo una “bruttezza rivoluzionaria”, che prende spunto da Isaia (“Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere…”), o ancora dove un ecclesiastico e scrittore del tempo, Origene, scrive: “Gesù era piccolo, sgraziato, simile ad un uomo da nulla”.
Forse qui sta il segreto della bellezza del Crocifisso che solo noi cristiani riusciamo a percepire: nella sua cruda “bruttezza” che però risalta, emerge nobile dal piatto legno della Croce, nei suoi lividi e nei suoi fiotti di sangue che mi impaurivano da bambino, quando vedevo passare la statua del Cristo morto il venerdì santo, e che invece mi affascinano magneticamente ora perchè portano immediatamente ad “altro e meravigliosamente bello” il mio pensiero.
E la classe politica calabrese, almeno negli ultimi anni, non è contro la bellezza: è contro ciò che rischia di accendere il pensiero libero.
Ci vogliono incapaci di distinguere, di saper percepire le differenze, di poter sognare un “qualcosa di diverso e possibile”, come amo dire della Calabria che vorrei…

Pensaci, Emiliano, pensiamoci tutti.

1 05 2010
Intervista a Emiliano Morrone/ Calabria, politica contro arte …

[…] Prosegue Articolo Originale: Intervista a Emiliano Morrone/ Calabria, politica contro arte … […]

3 05 2010
Valentina

E’ da quando ho letto l’intervista ad Emiliano Morrone e il commento del direttore della Rete che penso e ripenso a quanto detto…..non so spiegarmi il perchè,ma dopo aver letto le parole di Emiliano Morrone,oltre ad esser d’accordo(ovviamente!),mi son sentita un pò….giù.Se da una parte c’è l’impeto,la voglia di “fare”(da non confondere con il “fare” del “governo del fare”,scusate il gioco di parole!),dall’altra trasuda un pò di sconforto,quasi rassegnazione.E’ pur vero che coprire gli occhi col prosciutto non serve,anzi,è devastante(come dimostra la situazione calabrese),ma cercare di reagire è d’obbligo per noi cittadini/elettori.Mi è capitato di parlar con miei coetanei e sentirli parlar di quello che definirei “il brutto” della televisione(anche quello devastante!),ma se si parlava di attualità,politica regnava il vuoto o la solita frase “La politica non mi interessa,non ho visto il tg(come se solo dal tg ci si informa!)”…..I nostri politici ringraziano!E credo che se solo fossero capaci di distinguere il bello dal brutto,beh,sarebbe già un segno positivo…è il libero pensiero che voglion bloccare,è l’informazione che fa paura e forse ciò che per la “casta” può esser brutto è sapere che il popolo sa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: