La Calabria da strappare alle cosche

29 04 2010

DI ALBERTO CISTERNA* (su “La Stampa”)

L’arresto di Giovanni Tegano chiude in Calabria un ciclo iniziato oltre dieci anni or sono e che ha consentito allo Stato di liberare la provincia reggina dalla minacciosa latitanza di decine di boss, spesso condannati all’ergastolo. E’ stata una battaglia lunga e difficile, ma alla fine Piromalli, Bellocco, Morabito, De Stefano, Barbaro ed altri si trovano detenuti in regime di 41-bis nelle supercarceri del Nord. Fuori sono rimaste le seconde file e la schiera ancora occulta dei nuovi collusi che nuotano nel mare della società civile, nella politica e nelle istituzioni. C’è da essere soddisfatti, tuttavia in Calabria non v’è mai nulla di decisivo. Nessuna vittoria delle forze dell’ordine e della magistratura è in grado di misurare lo scarto tra il vincere e il perdere.

Le cosche della ’ndrangheta costituiscono un acquitrinoso Vietnam, una grande Baghdad da liberare buca per buca o casa per casa. Non esiste in quella terra nessun Bernardo Provenzano, né un Matteo Messina Denaro da additare come l’ultimo epigone di una stagione di sconfitti. Oltre 140 ndrine asfissiano la regione a macchia di leopardo, con una densità criminale e con una pressione sulla popolazione senza eguali nel resto d’Italia. Questo rende difficile la missione calabrese e impone allo Stato di approntare strategie diverse da quelle siciliane o campane. La recente scelta del governo di inserire la ’ndrangheta, accanto a mafia e camorra, tra le organizzazioni punite ai sensi dell’art.416-bis è sostanzialmente ininfluente nella partita in corso.

La ’ndrangheta è processata da alcuni decenni, centinaia di sentenze ne hanno dimostrato l’esistenza e non sarà certo un escamotage normativo a risolvere la questione. Non esiste, né probabilmente esisterà mai in Calabria una vera e propria cupola che organizza e pianifica le attività delittuose in modo sistematico com’è accaduto per Cosa nostra. Colpa della geografia, di un insediamento demografico frantumato, di una storia antica fatta di isolamento, insuperabili diffidenze, gelosie. Una complessa antropologia che può provocare faide primitive e selvagge, ma mai la ricerca di una stabilità garantita gerarchicamente. Certo da decenni i boss si incontrano, cercano di evitare scontri armati e di accordarsi per qualche appalto o partita di droga. A Montalto nel 1969 ne furono sorpresi un centinaio in conclave, ma nessuno può seriamente pensare di colpire la ’ndrangheta calabrese come iniziò a fare Giovanni Falcone a Palermo grazie a Tommaso Buscetta. I maxi processi in terra calabra hanno sempre riguardato più cosche colpite contestualmente, ma non un’unica organizzazione criminale.

Le ’ndrine hanno vocazioni e obiettivi diversi tra loro. Se gli uomini di San Luca e Platì vedono nel traffico internazionale della cocaina un business dagli infiniti profitti, i «corleonesi» della piana di Gioia Tauro hanno da sempre progetti egemoni sulla politica e sull’economia.

Non si possono accomunare fenomeni così diversi attraverso una sorta di matrice etnica o territoriale e ogniqualvolta si è tentato un esperimento del genere i giudici lo hanno sempre sconfessato nelle proprie sentenze. Occorre, piuttosto, costruire risposte flessibili e incisive, aggredendo prioritariamente le famiglie più potenti e ricche e alleviando la pressione mafiosa su porzioni significative della Calabria. Il quadro della normativa antimafia è praticamente completato. Tra scioglimento dei consigli inquinati dalla mafia, confische, carcere duro, inasprimenti di pene, lo Stato dispone degli strumenti per disincagliare la società calabrese dalle secche della ’ndrangheta e consentirle di riprendere una rotta di civiltà e sviluppo. Ma occorre impiegare tutti gli strumenti in modo concentrato e in ambiti circoscritti. Non è più il tempo delle cifre indistinte sugli arresti compiuti o sui sequestri operati, il consuntivo in Calabria deve essere presentato cosca per cosca, talvolta quartiere per quartiere. Poiché in quella terra ogni paese è una trincea e la gente percepisce immediatamente quali sono i veri esiti della battaglia in corso, senza mistificazioni mediatiche.

Quattro sgangherati hanno urlato la loro rabbia per la cattura di Tegano davanti alla questura di Reggio, ma una Calabria silente ancora non mostra di credere alla possibilità di una vittoria. Sottrarre la Calabria alle cosche sarà una partita ancora lunga, aver chiuso con i latitanti storici è una tappa importante. Adesso sono necessarie le nuove condanne e i nuovi ergastoli per fare un passo in avanti e colmare il vuoto di fiducia dei calabresi.

*sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia

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