TRA LEADERISMO E FANATISMO, ECCO UN’OCCASIONE PER CAMBIARE L’ITALIA

23 04 2010

di Giovanni Pecora

Ci sono persone che per seguire il proprio partito sono pronte ad abbandonare i propri ideali, ed altre persone che per seguire i propri ideali non esitano a lasciare il proprio partito” (Winston Churchill)
Chi sceglie di seguire un leader lo deve fare nella certezza che questi – il leader – persegua gli stessi ideali propri, ponendosi in prima fila per acutezza di pensiero, capacità strategica, coraggio e tante altre virtù, non certo per “mandato divino”.
Si cammina insieme, si ragiona insieme e si concede – a volte, ma non sempre – al leader di decidere alcune svolte importanti riconoscendogli appunto il ruolo di guida per le virtù che continua tutti i giorni a dimostrare.
Ma l’orizzonte verso cui si cammina deve essere sempre chiaro, l’obiettivo finale DEVE essere condiviso, i metodi e gli strumenti DEVONO COMUNQUE essere concordati tra il leader ed il popolo che lo segue, dai generali fino all’ultimo soldato di truppa.
E siccome si persegue il bene supremo dei propri ideali di vita, se il nostro intuito o la nostra esperienza ci avvertono che i nostri ideali non si potranno più perseguire seguendo quel leader che abbiamo seguito fino ad oggi, può giungere il momento in cui la nostra strada si separa dalla sua.
E’ tradimento? Tutt’altro.
E’ invece esattamente il contrario: è il momento più sublime della nostra lealtà, la lealtà ai nostri ideali di vita, quegli ideali a cui abbiamo sacrificato il nostro tempo, la nostra famiglia, il nostro stesso interesse personale, il momento supremo in cui una donna o un uomo decidono che il proprio onore e la propria coscienza valgono più del “quieto vivere”, del ‘low profil’ che ci mette al riparo da cattiverie ed amarezze.
Il leader, il cui termine come etimologicamente sappiamo deriva dal verbo inglese ‘to lead’cioè “guidare, condurre”, proprio per questa riconosciuta abilità ha la sua legittimazione dalle stesse persone che guida, non dagli ideali che persegue. Per questo motivo nelle più recenti teorie sulla leadership ci si propone di ritenere la leadership una relazione, anche perché come afferma Peter Drucker “il leader è colui che ha dei seguaci, senza seguaci non ci possono essere leader”.
Ma la leadership deve essere ancella dell’ideale condiviso, anzi, deve essere costantemente e quotidianamente la personificazione più esigente, più totale, più disinteressata del servizio all’ideale condiviso. Il leader è un ‘primus inter pares’ che dimostra attimo per attimo di essere il più virtuoso di tutti i seguaci dello stesso ideale, e che per questo si trova automaticamente alla loro guida.

Tutt’altra cosa è invece per il fanatismo.
Il “fanatico” sceglie, per una serie di motivi infinita che possono andare dalla tradizione familiare alla simpatia epidermica, un feticcio a cui delegare tutte le proprie pulsioni, i propri desideri più reconditi e spesso inesprimibili.
Il ‘fan’ è un bambinello incapace di camminare sulle proprie gambe trasportato in braccio dal proprio papà, non avendo alcuna nozione sul cammino che si sta percorrendo nè alcuna influenza sulla strada da percorrere.
Il “fan” attribuisce all’oggetto del suo fanatismo il concetto di “perfezione”, e quindi non si pone problemi etici e morali ma solo pone massima attenzione a non uscire dal solco tracciato da chi davanti a lui segue lo stesso cammino, avendo come orizzonte massimo i propri piedi e la schiena di chi lo precede.
Ma il “fanatico” è soprattutto naturalmente, oserei dire “per definizione”, poco virtuoso o comunque poco attento alle virtù civili, perchè nell’oggetto del suo fanatismo – sia esso un “Capo”, una religione o una squadra di calcio – egli vede il compimento perfetto dei propri desideri, ne personifica ogni virtù e persino quando si dovesse trovare calpestato e umiliato concede ad esso/essa il beneficio ultimo dell’errore involontario e dell’errore scusabile.
Infine il “fanatico” trova nell’oggetto stesso del suo fanatismo il suo “fine ultimo”, anche se a volte lo maschera con finti ideali. La vera gioia del “fan” non è trarre un utile personale nel proprio agire, ma porre in essere o auspicare le condizioni affinchè rifulga l’oggetto del suo fanatismo.
Il filosofo George Santayana, nel suo libro ‘Life of Reason’del 1905, scrisse che «Il fanatismo ti permette di raddoppiare i tuoi sforzi anche quando hai dimenticato lo scopo ultimo del tuo impegno».
Io completerei dicendo che il fanatismo opera psichicamente un ‘transfert’ nel tuo feticcio, ti svuota dentro e ti spegne l’anima come in uno zombie, permettendoti di credere che mentre il “Capo” o la tua squadra del cuore vince anche tu vinci, e ti senti compartecipe della sua vittoria per il solo fatto di sventolare la stessa bandiera, indossare la stessa casacca, cantare gli stessi inni, anche se fisicamente non hai fatto nulla affinchè si vincesse.
Faresti qualsiasi cosa per esso/essa, e non sai nemmeno perchè.

Ecco, questo è il ragionamento che l’occasione dell’accesissimo dibattito tra Fini e Berlusconi ci consente di fare.
Qui non si tratta di stabilire da che parte stanno i “buoni” o i “cattivi”, ma si tratta piuttosto della ghiotta occasione per tutti coloro che seguono la politica ed operano nel sociale di mettere a fuoco, una volta per tutte, “cosa vogliamo”, “cosa vogliamo fare” e “con chi lo vogliamo fare”, buttando via le casacche, le bandiere, le appartenenze ideologiche retaggio del secolo scorso o addirittura dei secoli scorsi.
Spesso il “fanatismo” ci ha costretti a seguire percorsi personali incongruenti, se non addirittura incompatibili con i nostri ideali civili e persino con la nostra fede religiosa.
In nome dell’appartenenza e dell’obbedienza abbiamo assistito impassibili, o abbiamo voltato ipocritamente la testa dall’altra parte, a incongruenze ideali da far accapponare la pelle: comunisti che diventavano ricchi capitalisti, socialisti che privatizzavano aziende di interesse pubblico, democristiani che sotto la Croce nascondevano ogni più turpe delitto, liberali che soffocavano il libero mercato. E negli ultimi anni di berlusconismo abbiamo subìto impassibili, chi più e chi meno, ad una destra che per la prima volta nella storia non solo italiana ma mondiale abiurava al paradigma “legge ed ordine” inserendo paradossalmente nel diritto elementi di “elusione della legge e disordine etico-morale” quando la legge e l’ordine costituuito stridevano con la condotta personale e morale del proprio “Capo”.
Da un Governo di destra ci si aspetterebbe inasprimento delle pene, intransigenza sull’illegalità, rispetto dei ruoli e delle gerarchie istituzionali, aderenza addirittura quasi acritica ai principi della dottrina sociale cristiana.

Cosa è successo invece nell’Italia di destra, ma soprattutto di Berlusconi?
Alcune “pene” sono state derubricate a semplice sanzione pecuniaria, addirittura sono spariti da codice penale alcuni reati (vedi il falso in bilancio, che negli Stati Uniti può comportare anche l’ergastolo), il Parlamento è paralizzato da anni per gestire i tentativi di creare leggi che facciano eludere la legge al “Capo”, non passa giorno che il Presidente del Consiglio, che ama autodefinirsi non a caso “Capo del Governo”, non attacchi ferocemente tutti gli organi di controllo dello Stato, dalla Magistratura alla Corte Costituzionale fino al Presidene della Repubblica, che la nostra Costituzione ha saggiamente previsto come “check and balance” del potere esecutivo.
E questa è una destra? Possono essere definiti “ideali di destra” queste azioni?
E allora dobbiamo avere il coraggio di dire che Fini è stato un traditore fino a quando ha voltato ipocritamente il capo davanti a questa strage di legalità, non adesso che ha finalmente alzato la testa ed ha detto con coraggio “Basta. Io non ci sto”.
Anche perché il Governo Berlusconi, dovendo comunque dare “risposte di destra” ad un popolo che per questo li aveva votati in contrapposizione alla sinistra, ha pensato bene di dimostrare la propria azione politica assumendo come “destra” i peggiori concetti della destra europea xenofoba e razzista, quella destra che affonda le proprie radici nel fascismo e nel nazismo. E la Lega Nord si è subito impossessata di questa bandiera, diventando di fatto l’omologo italiano di Le Pen in Francia, dei seguaci dei defunti Jörg Haider in Austria e Pim Fortuyn in Olanda, del Partito del popolo danese di Pia Kjærsgaard, del norvegese Partito del progresso di Carl Hagen, del Partito del popolo svizzero di Christoph Blocher, della svedese Nuova democrazia, l’irlandese Eire Now.
Con la differenza sostanziale, però, che queste formazioni sono tutte ben lontane dall’area di Governo nelle rispettive nazioni, ed a volte, come è successo in Francia nelle elezioni presidenziali precedenti alle ultime di Sarkozy, di fronte al pericolo di una vittoria di Le Pen la disastrata sinistra ha fatto fronte unico con il gollista Chirac, l’omologo di ciò che in questo momento è Gianfranco Fini in Italia.

E dopo aver visto l’ultima puntata di Annozero, dove donne che dovevano essere madri ed invece erano arcigne pasdaran leghiste senza cuore e senza anima, fino al punto di gridare vergogna al missionario italiano in Africa che aveva donato il suo stipendio, seicento euro, per i bambini poveri senza mensa scolastica nella roccaforte leghista Adro, credo sia giunto il momento per  tutti noi di dire basta a bandiere ed ideologie morte, e guardare con nuovi occhi ad una nuova Italia liberata dall’infezione leghista e dal berlusconismo.

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3 responses

23 04 2010
Salvatore

Complimenti per l’articolo…
finalmente qualcuno che scrive la verità…

23 04 2010
Valentina

Il discorso di Fini è stato encomiabile,finalmente c’è stata una persona che ha iniziato ad opporsi allo strapotere del Partito dell’Amore(?)e della Lega.Ieri sera le parole di alcune madri di Adro ad Annozero avevano dell’inverosimile……mi riusciva difficile pensare che ci potesse esser un tale razzismo,un tale atteggiamento estremamente avverso e(per i credenti)cosi’ poco cristiano verso i disagiati!Eppure la Lega ha un gran successo…perchè?perchè governi come quello di B&company riscuotono consensi?Manca l’alternativa probabilmente;proprio come Travaglio stamane afferma sul Fatto Quotidiano,ci voleva Fini per “Far uscire dai gangheri Berlusconi e mostrar come si fa al Pd….”.Speriamo solo che non si tiri indietro(lo credo poco)e che tutti gli italiani comincino a porsi delle domande!

24 04 2010
Salvatore

La cosa più brutta è che il razzismo di quelle persone non si ferma solo verso gli extracomunitari… il nemico numero uno, per la lega, rimale il meridione!!!

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