Vi spiego perchè ha perso il centrosinistra a San Giovanni in Fiore

14 04 2010

Calabria: quando destra e sinistra si scambiano le parti, i giovani agiscono e il popolo guarda gli uomini

di Emiliano Morrone

La vittoria di Antonio Barile (Pdl) a San Giovanni in Fiore (Cs) ha entusiasmato il centrodestra; il che è legittimo, ci sta. A riguardo, su “Il Quotidiano” di ieri la parlamentare Jole Santelli ha scritto: «Cade la Stalingrado calabrese». Questa sintesi, però, non rappresenta la realtà del luogo, molto diversa se vista nel tempo.
La città della Sila è sempre stata un «laboratorio politico»: qui è avvenuto in anticipo il «compromesso storico»; poi, nato il centrosinistra nazionale, i big Franco Laratta e Mario Oliverio si sono formalmente avvicinati dopo anni di dura contrapposizione. Ricordo ancora gli articoli polemici di Laratta nei confronti dell’attuale presidente della Provincia di Cosenza. L’uno veniva dall’impegno in parrocchia, l’altro dalla scuola del Pci: due culture, due mondi agli antipodi. Con l’evoluzione del quadro politico italiano, Oliverio è diventato più moderato, iniziando a mediare, a tessere alleanze; anche con gruppi cattolici. È rimasto sulla scena, e da protagonista, perché ha compreso l’opportunità di tendere al centro: nei rapporti col culto religioso, in fatto di estetica e di linguaggio.

Nell’ultima tornata elettorale, a San Giovanni in Fiore è mancato un politico d’indiscutibile esperienza e maturità. Mi riferisco al compianto consigliere regionale Antonio Acri, il quale, di formazione comunista, ha meditato tanto, lontano da riflettori, sulla distinzione tra esperienza di fede e di governo. Lo dico solo perché la storia di questo comune calabrese è fortemente caratterizzata da una spiritualità di matrice religiosa e da una diffusa vocazione per la politica, probabilmente originata dai bisogni della classe operaia, dall’isolamento geografico e da un’antica solidarietà di piazza.

In altri termini, a un certo punto le istanze cristiane e quelle dei lavoratori si sono incontrate a San Giovanni in Fiore: non tanto in un soggetto politico, ma per figure che davano speranza di unità e miglioramento collettivo. Successivamente, il centrosinistra non è riuscito a cogliere questo fenomeno, sociale e assieme politico. Sicché ha perduto il contatto col popolo, preoccupandosi dei numeri e ignorando la sentita partecipazione della gente al farsi della politica.

In effetti, in quanto autonomista, Acri ha avuto metodi completamente diversi dai colleghi di partito; anche se appariva poco popolare per causa del suo rigore e della sua riflessività. Intanto, s’interrogava su come risolvere i problemi della comunità, di cui conosceva risorse e orizzonti.

In questo contesto, l’azione politica di Barile s’è rivolta anzitutto ai meno abbienti, sovente scaricati dall’altra parte oppure considerati meri portatori di voti. Di fatto, egli ha colmato il vuoto lasciato da una sinistra accentratrice e burocratizzata, che ha emarginato periferie umane e urbane, e qualche volta ha inteso sfoggiare una modernità di provincia con la retorica di quote e ricorrenze rosa. In piena crisi, la giunta uscita, guidata dal socialista Antonio Nicoletti, non ha pensato di coinvolgere nell’amministrazione il filosofo italiano Gianni Vattimo, qui già candidato a sindaco. Avrebbe rilanciato l’immagine del comune, purtroppo noto soltanto per la disoccupazione, l’assistenzialismo e l’emigrazione.

Barile, anche con la bandiera del Pdl, è stato interprete dei bisogni del popolo: non ha mai argomentato a favore del liberismo e, può essere, in scala ha preceduto l’orientamento politico-economico di Giulio Tremonti in “La paura e la speranza”.

Nel 2005 Barile non diventò sindaco, dopo il ballottaggio, perché gli elettori vollero concedere l’ennesima possibilità a un centrosinistra pressoché identico, influenzati da un retaggio ideologico sempre più esiguo e dalla posizione di Oliverio; oggi colpevole d’aver creduto ciecamente nella ragioneria elettorale e nella suggestione delle opere pubbliche, del ruolo istituzionale.

La politica è un flusso continuo e, se la Lega Nord insegna qualcosa, si fa in mezzo alle persone, capaci di discernere fra populismo e disponibilità concreta.

Mentre il centrosinistra era impegnato a irrobustire i suoi apparati, San Giovanni in Fiore viveva una stagione florida di aggregazioni indipendenti: si moltiplicavano iniziative culturali e d’opinione, blog e analisi articolate; in continuità con la vocazione spirituale e politica del posto. Senza colori e appartenenze, queste realtà hanno inciso molto nel processo di emancipazione da un’identità collettiva riconducibile ai successi politici di Oliverio. Più della recente visita, in loco, del governatore regionale Giuseppe Scopelliti.

L’affermazione di Barile è il risultato della sua apertura personale alle manifestazioni pubbliche della comunità; il che non ha elementi di destra e, contrariamente a quanto sostenuto da Santelli su “Il Quotidiano” di ieri, non c’entra con le dirigenze di partito.

A San Giovanni in Fiore non ha vinto il centrodestra: ha vinto un uomo tenace e umile che ha fatto per tanti anni ciò che doveva la sinistra, dimostrando capacità d’ascolto e dialogo. Proprio per questo è stato appoggiato da forze di quella parte.

Parafrasando Nietzsche, si può forse concludere che qui l’esito del ballottaggio va al di là di destra e sinistra. Può darsi, inoltre, che fornisca uno spunto alla politica regionale, di ambo le parti, perché rifletta seriamente sulla differenza abissale tra forma e sostanza.

Emiliano Morrone

(pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria” del 14 aprile 2010, a pag. 1 e a pag. 17)

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