Riflessioni sparse: (Io) Manifesto per il Sud. Verso i Patti di Flusso

14 04 2010

di Peppe Orefice

In queste settimane in cui il Paese si Lega sempre di più al centrodestra ed alla sua ontologica tendenza al populismo e alla mercificazione della politica, inaspettatamente (o forse non del tutto), inizio a leggere ed ascoltare riflessioni, chiamiamole socio-economiche, sulle quali sovente ho avuto modo di iscrivere ed intervenire.
Spesso alcune proposte “radicali” vengono bollate come provocazioni, non sempre lo sono, o meglio non sono solo quello.
Vorrei ri-proporre alcune questioni in questa nota, speranzoso di un possibile dibattito, almeno qui su internet che ormai è diventato l’unico porto franco per discussioni politiche che prevedano un minimo di approfondimento (mi si dirà che qualche “salotto buono” è ancora rimasto…non lo so perché non li ho mai frequentati, chiaramente per che certo non ci invitano me).
Non pretendo ovviamente di proporre ricette, soluzioni o quant’altro; ma soltanto, per quel che mi è possibile, qualche spunto al dibattito. Fatta la doverosa premessa, andiamo avanti.

La Calabria e il Mezzogiorno.

Partirei, per comodità, da alcune delle cose proposte durante la battaglia per le primarie del Pd a favore della candidatura di Ignazio Marino. Dico questo perché in effetti molti di quegli item entrarono nel manifesto per il Sud del comitato.
Il Mezzogiorno d’Italia, si sa, ha vissuto da sempre la stagione delle misure “eccezionali” ove sovente di eccezionale in realtà vi erano solo le plebende ai clientes di turno.
La prima misura da prendere è un “eccezionale attività di normalizzazione” delle politiche meridionalistiche. Ho sempre ritenuto parossistico pensare di poter cambiare la “semantica” dei territori operando sulla “sintassi”, ritengo piuttosto che per cambiare il “senso” delle cose (lo stato delle cose!) va proprio effettuata un’azione di attribuzione di “senso” e di responsabilità.
Cercherò di essere sintetico, e quindi spero mi si perdonerà, se andrò per rudi esemplificazioni; con chi vorrà avremo tempo, si spera, per approfondire.
Vorrei provare a dirlo chiaro: Basta interventi straordinari, basta incentivi a pioggia, basta agevolazioni general generiche.
Il fallimento di queste politiche e della programmazione straordinaria nazionale e comunitaria è sotto gli occhi di tutti, ritengo non vada poi aggiunto molto a sostegno di questa tesi.
Basti pensare all’eterodossia dei fini nell’uso dei fondi fse, fesr, eccetera nelle regioni Ob.1 ; spendere per rendicontare, rendicontare per poter spendere; processo speculare alle iniziative in base alla legge 488 (qui ci sarebbe da aprire un enorme capitolo sul sistema bancario e sull’affidamento di questo strumento alle banche).
Tutto questo negli anni si è tramutato in capannoni vuoti, in macchinari che, dove non arrugginivano, sono stati “trafugati” e spesso rivenduti, in aziende (spesso Padane) che prendono i soldi e scappano… per stare alla 488; in strade private e piazzette inutili, in alberghi e B&B per il turismo sostenibile (Sic!) che diventano residenze personali, nella creazione di golf club dinnanzi al mare, in sportelli d’orientamento per sistemare un po’ di amici e in “corsifici” inutili sul sesso degli angelie su come diventar Velina… tanto per fare alcuni esempi sulla programmazione negoziata ( negoziata al ribasso e con il malaffare !).
La legislazione italiana e le sovvenzioni nazionali ( quando servono) per il sistema Paese vanno bene in Lombardia come Calabria; è semmai il controllo e l’applicazione che va resa “eccezionale” non la misura.
La partita del Federalismo fiscale, in accordo a quanto sostiene Ricolfi, può essere una grande opportunità o una tragedia totale, la pietra tombale dell’unità nazionale; bisogna puntarci come “risorsa” e presa di responsabilità perché questa “perturbazione dialettica” è ineludibile. La Calabria, il Meridione devono ri-partire dalla propria arretratezza e dalle “tabule rase” di cui dispongono; devono creare le premesse per cui le condizioni di svantaggio si trasformino in opportunità di competizione nei settori più innovativi e premiali della globalizzazione (nuove tecnologie, ricerca, infrastrutture immateriali, turismo sostenibile e di qualità, solo per fare alcuni esempi).
In questi termini, in sostituzione di misure straordinarie ed elemosine fiscali, proprio in tempi di crisi, va fatta un enorme sforzo culturale, una rivoluzione intellettuale che introduca a tutti i livelli politico decisionali i processi di Accountability e Responsibility.
Il principio è banale quanto indispensabile, bisogna “dar conto” delle azioni che si intraprendono, semplicemente si basa sulla concezione che gli individui siano responsabili delle loro azioni all’interno del sistema in cui operano. Va da sé che ciò prevede sistemi di controllo, di premialità e di sanzione, affidate ad autorità terze e competenti; quindi va altrettanto da sé assolutamente lontane dalla politica ( deviata o non che sia). Su questi aspetti magari ci torneremo in seguito. Riferisco tutto questo, perché profondamente convinto che il Sud va responsabilizzato e reso autonomo: ben venga il federalismo, quello vero.
Non ci sono più alibi, né tempo a disposizione la partita sarà cruciale ma va giocata.
Un Sud autonomo ed autonomista non è un pezzo d’Italia che non bisogno di solidarietà e sostegno dal resto del Paese, tutt’altro, è un “organismo” aperto ( autopoietico oserei dire) che sfrutta le proprie potenzialità e riesce a mettere in rete in spirali virtuose le opportunità del “sistema Paese”.
In tal senso la logica di responsabilità di “Patto” fra territori, generazione, strutture eccetera va accompagnata ad una dialettica di Flusso. La stagione dei Patti territoriali ad esempio, al sud come al nord, ha lasciato alcuni spunti di partenza in tal senso. Va ri-presa e coniugata nella globalizzazione, in quella dimensione che spesso ho definito come: “ Transluogo”.
Fra il locale ed il globale, a mio avviso, esiste una dimensione terza, i “transluoghi” appunto da sostituire, se vogliamo, al tanto abusato “glocal”, che sembra al vero suggerire piuttosto una dimensione sintetica o, al più sincretica del sistema in questione.
In questa sede, sarebbe lungo soffermarsi su questi aspetti, darò solo qualche cenno su questa dimensione “olistica”, su questo luogo antropologico che sono “transluoghi”.
Chiamo in soccorso nel tentativo di spiegarmi, il buon vecchio latino: trans, che ci suggerisce proprio il superamento dei limiti (il limes tra globale e locale), l’oltre, è la parola tradurre, con il suo significato di ducere trans, condurre, guidare attraverso che ci sembra descrivere meglio la portata olistica di un sistema complesso dove si intrecciano luoghi e flussi. Il transluogo è uno spazio eteropico, sicuramente non stabile, in continua ri-formulazione, coevolutivo ed autorganizzato. E’ nei transluoghi appunto che inizia ad organizzarsi la dimensione economica della società post-fordista e taylorista. Attraverso questi “pezzi- rete” che congiungono e con-dividono legami deboli e legami forti, locale, globale e flussi, che si descrive il passaggio dal “post” alla contemporaneità, insomma dalla società post-moderna alle “società di flusso”.
La scommessa che si propone al Mezzogiorno è di aprire una nuova stagione che partendo dall’esperienza dei Patti territoriali porti ai Patti di flusso. Se volgiamo una ri-formulazione di quella che nasce come l’esperienza dei Patti territoriali..
In poche parole ritengo si possa coniugare l’azione di concertazione localistica e di accompagnamento allo sviluppo con le dinamiche legate alle economie dei flussi, di delineare cioè un possibile percorso di azione nell’intreccio tra territorio e sviluppo globale, insomma la descrizione di un approccio che tenga conto della questione, pur banale Sic!, che il novecento è finito.
Bisogna finalmente uscire dalle categorie e dalle logiche che hanno condizionato il secolo scorso: il ‘900. Il secolo dell’ homo faber è morto, dichiarava nel suo bellissimo “Oltre il ‘900″ Marco Revelli; intendendo che l’epoca della sociologia del lavoro salariato e della dicotomia “lavoro- capitale” andava finalmente superata (tesi fra l’altro in accordo con le teorie marxiane). Questo è il vero scatto, l’emergenza dell’innovazione, saper coniugare il nuovo secolo con i temi dei lavori e della cittadinanza, dei diritti e dell’etica post-moderna.

Certo tracciare un quadro dell’esperienza dei Patti di territoriali non è questione semplice, è infatti difficoltoso generalizzare qualcosa che in fin dei conti rappresenta l’esperienza di diversi locali, di percorsi e strategie disseminate nei più vari territori del Meridione d’Italia.
“Accompagnare i tanti soggetti semplici dello sviluppo”, è questa in sintesi, o meglio la “mission” dei Patti territoriali. Nati nel Mezzogiorno del nostro Paese come strumento di programmazione e sviluppo dal basso, questi hanno saputo contaminare anche le culture del Nord e spesso dell’Europa. I Pit ( i famigerati Patti integrati territoriali) sono diventati spesso modello, l’ideal tipo dello sviluppo locale nell’ Italia meridionale, hanno influenzato critici, studiosi ed accademici, gli attori della politica e delle amministrazioni, le istituzioni.
I Patti territoriali hanno creato, corroborato, almeno in un primo periodo, le istanze del federalismo, un federalismo “buono” anche per il Sud, un dispositivo per dare gambe proprie alle azioni di sviluppo delle regioni meridionali, un federalismo alternativo a quello rappresentato dal e nel “leghismo padano”, una sorta di federalismo coalizionale. Ma questa spinta, questi intenti, ben presto hanno dovuto fare i conti con la secolarizzazione dell’impianto burocratico del Paese, nonché con i retaggi, altrettanto secolarizzati, di uno sviluppo assistenziale come unica forma di crescita economica nel Meridione. L’impianto centripeto dell’Amministrazione statale e la tradizione delle forme di intervento assistenziale “top-down” hanno presto influenzato e logorato il modello, forse proprio perché ideltipico, che in parte è stato “troppo nuovo” per funzionare al meglio.
Ad ogni modo, moltissimi sono stati i successi dei Pit in molte zone del Paese, moltissimi come spesso però anche gli esiti negativi ed i muri su cui si sono infrante molte delle programmazioni di sviluppo intraprese.
Non è nostro compito, e non è certo questa la sede per entrare nel merito complessivo dell’esperienza dei Patti territoriali, però basti aggiungere che i Patti hanno rafforzato e fatto ri-emergere una classe dirigente locale; hanno mantenuto viva l’attenzione sulla cosiddetta “questione meridionale”; hanno prodotto relazioni e controllo nei e tra territori; hanno saputo rimettere in circolo i saperi e le culture locali; hanno dato input alla capacità di progettazione che al Sud sembrava una chimera; hanno in molti casi prodotto coesione sociale.
I pregi ed i risultati quindi sono stati spesso ed in parecchi luoghi apprezzabili, ma come detto, in molti casi poi piegati e corrotti a logiche clientelari e di basso cabotaggio.
In questa sede non lanceremo, pur volendo non ne avremmo la forza, grandi progetti o prospettive rivoluzionarie. L’invito, lo spunto che si propone, è soltanto quello di lanciare qualche input, qualche pro-posizione al fine di aprire un laboratorio, una riflessione aperta sulle possibilità di istituire quelli che appunto ho chiamato Patti di Flusso. Una proposta per uno strumento da affiancare, da integrare, d’aggiungere per coniugare autonomismo, federalismo e sviluppo economico dal basso. Tutto ciò significa condividere le buone prassi, le terapie e la mobilità di capitali, intellettuali in primis, fra i vari territori del Paese e dell’Europa; non più in una visione Nord-Sud ma in una prospettiva Risorse-Opportunità.
La scommessa è far viaggiare nella comunità di flusso buone prassi, interessi e responsabilità: il principio di responsabilità come etica della società “ipermoderna” (che lascia spazio alla società postmoderna scollata, slegata e “localindividualista”). Queste azioni hanno bisogno di essere animate, hanno bisogno di “sostegno”; altro termine chiave della società ipermoderna, della società della “complessità”.
Il sostegno è più che solidarietà. Il sostegno è il meta-motore dei Patti di flusso; tale termine trascende la solidarietà organica per coniugarsi come emergenza . L’emergentismo in questo senso è “quel qualcosa” (concetto, azione, oggetto se vogliamo) per cui si attesta l’emergenza, la necessaria utilità diremmo, ma è altresì ricorsivamente “emergente” nel senso che sgomita per essere soggetto, affiora, emerge, si impone. In questo senso (mi rendo conto della deriva epistemologia, ma è ritengo necessario contestualizzare), i Patti di Flusso sono l’architettura dell’ipermodernità in quanto nodi della società di flusso o di rete, ma al contempo generatori di senso della stessa attraverso l’azione di meta-motore (economico e sociale) che intraprendono.
In extrema summa i Patti di Flusso non sono semplici “patti”, accordi, politiche se vogliamo: possono essere invece le strategie dinamiche di un economia sostenibile e federale.
Cosciente di averla fatta lunga e soprattutto complicata , esemplifico sottolineando, che se pur sganciati da una azione “organizzata”, germogli di queste buone prassi di flusso esisto in Italia ed in Europa, esissto nei programmi dell’Ue e di alcuni ministeri Italiani; un esempio il Programma sud-nord-sud del ministero del lavoro, ma anche ancor più piccolo nella “comunità artificiale” di Badololato ( Kurdolato anche detta), nello sviluppo di nuove tecnologie che avvicinano imprese, cittadini e pubbliche amministrazioni. Tantissimi esempi si potrebbero fare ma non è certamente il caso qui.

Ritengo di averla fatta anche troppo lunga.
Sono altrettanto conscio di aver tagliato con l’accetta concetti enormi che meriterebbero ben altro spazio e rigorosità.
Rimando quindi gli approfondimenti e il “resto” del discorso alle prossime puntante…magari però, nel frattempo, qualche altro “cervellotico navigatore” avrà voglia di commentare queste stravaganti dissertazioni in tema di questione meridionale.

 (Prima Puntata, bozza de-corretta)

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