Il Tappo, la Calafrika ed i tre stati

2 04 2010

di Beppe Orefice

Qualcuno lo aveva detto a chiare lettere prima del voto, da Antonello Caporale ad Angela Napoli, “ci sarà comunque vada un solo grande vincitore alle elezioni regionali calabresi: la ‘Ndrangheta”. Probabilmente così è stato e così è.
Personalmente mi ero imposto di parlare della tornata calabrese solo a risultato acquisito, non che non concordassi sul facile pronostico di cui sopra, ma perché ritenevo interessante capire se alcuni fenomeni, se pur marginali, di rinnovamento ( o di protesta) avessero potuto in qualche modo influenzare il voto e l’andamento pluridecennale di “malavogliesca” alternanza. Cambiano i presidenti, e nelle ultime tornate sempre a maggioranza bulgara, ma i consiglieri, molti assessori e i burocrati regionali sono sempre più o meno gli stessi.
Basti guardare la composizione del nuovissimo consiglio regionale, più o meno gli stessi, nemmeno una donna; roba che nemmeno in Iraq.
In Calafrika il trend astenzionistico e minore che nel resto del Paese, questo perché a votare da sempre sono clientes e le truppe cammellate dei capi bastone; un calo c’è perché ai tempi della crisi anche le plebende pubbliche scarseggiano.
Autocitarsi non va bene, poi farlo più volte forse è diabolico; ma vorrei riproporre in questa nota quanto in parte scritto in un articolo che forse ho richiamato in causa troppe volte. Un paio di anni addietro, incorrendo per la prima volta negli strali della censura, scrissi un fondo per CalabriaOra dal titolo : Il Tappo.
Il riferimento non era per Berlusconi tantomeno per Brunetta; l’articolo poi l’ho riproposto sul mio blog (www.peppeorefice.it) con il titolo Il censurato . Il tappo era quello, almeno negli intenti descrittivi, che impediva alla Calabria ed ai calabresi di emergere. Tutti fermi; tutti sull’orlo del lastrico; tutti bloccati da un grosso, enorme, immobile tappo: la politica.

All’epoca fra l’altro scrissi:

Vorrei invece a provare a concentrarmi sul valore antropologico di questo tappo che tutto opprime.
La creatività, vera molla del progresso e dell’innovazione, in Calabria come detto è latente, ma esiste; esiste perché la creatività non è un fattore genetico ma scaturisce dall’esperienza, dallo studio, dalla sapienza dei popoli che abitano un territorio. E’ frutto del tormento e dell’ingegno, e come si dice la fame aguzza l’ingegno … o no?
La politica in Calabria uccide la creatività; funziona come un filtro al contrario, sovente trattiene il buono e lascia passare lo sporco.
Far passare tutto per la politica, per i partiti, per gli amici influenti uccide l’idea stessa di imprenditorialità, l’idea di saper fare e di competere, l’idea e gli ideali per giunta.
Tempo fa in Consiglio regionale si decise che molto probabilmente le esperienze dei tecnici, dei competenti, degli “accompagnatori” non servivano a nulla. Si decise che anche in Calabria, come se non fosse sempre stato così, si dovesse tornare alla “centralità della politica”, dei partiti e delle segreterie; così si decise che gli amministratori e gli assessori regionali dovevano essere “espressione della politica”, dovevano scendere in campo e misurarsi con gli elettori.
Quindi niente tecnici o tecnocrati…basta: solo politici.
Tempo fa si decise, o per meglio dire per essere onesti si ribadì, che era necessario dar il giusto spazio a tutti quelli che candidamente hanno ammesso nel programma di Iacona ” Io ho scelto di fare politica e quindi è giusto che venga pagato per questo”; pagato ovviamente con i soldi dei contribuenti attraverso un becero concorsone. Con buona pace di chi, come il sottoscritto, immaginava che fossero i cittadini a doversi scegliersi i politici che debbano rappresentarli. […]

Mi si perdonerà la presunzione, trovo così attuali ancora quelle brevi considerazioni.

Sono sempre più convinto che la calabria non abbia bisogno di leggi eccezionali e misure sensazionali e senzazionalistiche, ma di una enorme eccezionale stagione di “normalizzazione” economica e sociale. In breve, che si applichino le regole e le opportunità del sistema Paese: tutto qui. In Calabria non ci sono due stati: quello italiano e l’antistato della ‘ndrangheta, c’è né un terzo quello grigio della politica e della clientela che sostanzi gli equilibri fra gli altri due.

Proverò a lanciare qui sulla rete e su facebook, più che medium ormai organizzatore sociale, un dibattito in merito a queste strampalate considerazioni. Spero che i taggati e i lettori se ci saranno possano contribuirvi.

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One response

6 04 2010
Valentina

Solo tre stati?ok,facciam i conti per bene:quello italiano,l’antistato della ‘ndrangheta,il grigio della politica e “clienti” vari,ma ce n’è un altro,quello che cerca di opporsi al malcostume calabrese(e quindi italiano…),ma ne manca ancora uno………………quello che non reagisce perchè assuefatto ed è quello che fa più paura…

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