Dalla Calabria dei Don Abbondio alla Calabria dei don Tommaso

1 04 2010

di Emiliano Morrone

Su un quotidiano di ieri si legge del coraggio di don Tommaso Scicchitano, un prete di 34 anni, non un boss. Un noto politico gli aveva chiesto di muovere 50 voti, in cambio d’un finanziamento di 150.000 euro per sistemare la chiesa di San Michele Arcangelo, a Donnici (Cs), di cui è parroco. Don Tommaso non s’è piegato: durante l’omelia delle Palme, ha detto: «Non sono tipo da assoggettarmi a giochi di potere che non devono fare parte della vita parrocchiale». Di seguito ha raccontato tutto agli agenti della Digos di Cosenza.

Non sappiamo chi sia stato il “proponente”; l’episodio, avvenuto in piena campagna elettorale, è l’ennesima conferma di come si fabbrica il consenso in Calabria, in modo mafioso. Ecco la regola: i voti si fanno barattando ogni cosa, seminando immoralità ovunque, mancando di rispetto a chicchessia, disintegrando l’altrui dignità, penetrando in ogni ambito della vita civile e pressando, ricattando, corrompendo, minacciando, barando, incutendo paura e terrore. Il popolo non è sovrano per le lobby dominanti, ma è uno strumento inanimato che serve a raggiungere i palazzi, i posti di comando. Poi, come sembra dimostrare la vicenda di Domenico Crea, padrone di Villa Anya che subentrò all’assassinato Francesco Fortugno nel precedente Consiglio regionale calabrese, il campo è libero per delinquere, rubare, godere di ricchezze acquisite tra morte e sofferenze procurate ai più deboli, magari con l’ombra nera della ‘ndrangheta.

 

In Calabria ci sono personaggi che hanno amicizie nelle più svariate sedi istituzionali: agiscono sicuri della loro impunità, compiono razzie d’ogni genere e sopravvivono politicamente al tempo e agli eventi. Ritornano, recitano, si proclamano portatori d’esperienza e garanzie. Che stiano in maggioranza o all’opposizione gl’importa poco: il potere è trasversale, cresce con patti, accordi, mutua cooperazione. In logge.

Siamo ancora lontani dal ricambio della classe dirigente, annunciato ipocritamente. In Consiglio regionale sono finiti anche arrestati, che hanno cambiato casacca e polo e che adesso, con la bandiera del loro partito, professano i nobili valori cattolici, pressoché muta parte della Chiesa. Nell’assemblea legislativa sono andati pure sospetti, politici salvati dalla prescrizione, voltagabbana, profittatori e artefici d’un clientelismo spregiudicato.

Ora dobbiamo chiederci che ne sarà del futuro di questa terra, che perde ogni giorno menti, braccia e speranze; in cui soprattutto i giovani non hanno prospettive, e spesso si trovano a optare tra l’onorata società e l’emigrazione.

Molti mi stanno domandando come mi comporterò, che strada percorrerò dopo il voto regionale. È giusto che risponda subito e pubblicamente, pur avendolo anticipato ai tanti ragazzi incontrati nell’ultimo periodo.

1) È fondamentale costituire un movimento culturale che sappia incidere nelle coscienze, alimentare il coraggio, la lotta civile, l’identità di popolo altro dalla criminalità sanguinaria o dei colletti bianchi;

2) m’impegno come semplice tramite e voce, riconoscendo l’urgenza e l’importanza di un’azione collettiva, per iniziative di aggregazione e coinvolgimento, ai di là di confini geografici;

3) occorre sposare progetti di formazione – e sono pronto a farlo, per quanto poco sia, con la massima disponibilità – che vadano dal teatro alla poesia, dalla letteratura al giornalismo libero, dal dibattito aperto alla musica, dall’arte in generale all’intervento solidale, per fronteggiare la cultura del vuoto e della prevaricazione veicolata dalla tv;

4) è indispensabile condividere una visione politica globale che consideri il bisogno di giustizia e verità, il contrasto di mafie e malaffare, la mancanza di lavoro, la precarietà, la redistribuzione della ricchezza, l’autonomia delle nazioni, la sovranità popolare, il rispetto delle diversità, l’eliminazione di oppressione e sfruttamento dei paesi ricchi, l’integrazione culturale, la necessità di assicurare scuola e sanità pubblica efficienti, l’assistenza sociale, la laicità dello Stato, la tutela dell’ambiente, la riduzione dell’inquinamento, il ripudio della guerra, la libertà di cura, i diritti civili, la decrescita serena, lo sviluppo della ricerca, il ritorno all’umanesimo nell’istruzione;

5) è indispensabile, inoltre, condividere una visione politica che consideri l’arte, la memoria, la bellezza del mondo e l’utopia gioachimita della «Terza Età» come valori pubblici.

Qual è il nesso fra problema calabrese, movimento culturale che ravvivi le coscienze e sogno d’un pianeta e una nazione migliori?

Forse lo spicciolo pragmatismo contemporaneo ci ha abituato a isolare le questioni secondo la loro portata, il loro stretto ambito di riferimento. Le iniziative della campagna elettorale appena scorsa, organizzate con giovani utopisti della mia terra, si sono basate sul desiderio di un mondo altro (possibile), per il quale la cultura ha un ruolo decisivo.

La ‘ndrangheta ha i suoi centri operativi in Calabria, con ramificazioni al Nord, in Europa, negli altri continenti. Sappiamo che è una holding: traffica droga, armi, rifiuti; quindi ricicla capitali. È in grado di condizionare scelte politiche, perfino di governi. Continuare a concepirla unicamente come forza militare serve soltanto a consentirne l’espansione internazionale.

Il caso delle navi dei veleni, del villaggio turistico “Europaradiso” a Crotone, dell’acquisto da parte di boss di azioni del colosso energetico Gazprom, dei morti di Ferragosto a Duisburg; lo studio sul “fatturato” annuo dell’organizzazione condotto da Donato Masciandaro, le inchieste di Nello Trocchia sulla presenza di ‘ndrine nel Settentrione, le mappe della loro invasione planetaria fornite da Antonio Nicaso e Nicola Gratteri e, ancora, l’articolata analisi di Loretta Napoleoni sui flussi economici del crimine sono meri esempi di quanto la ‘ndrangheta sia determinante nella vita d’ogni giorno. Non solo in Calabria.

Noi dobbiamo convincerci che contiamo, che possiamo condividere saperi, esperienze, proposte, idee, utopie, speranze, sogni, passione civile, progetti, linguaggi; che non è perduto l’universo dei giovani, non è vinto dall’addormentamento e dai disvalori indotti meccanicamente dal piccolo schermo; che la parola e l’azione hanno effetti nel tempo; che la vita, una soltanto, va vissuta con pienezza, per costruire con fatica un mondo più libero e giusto, una democrazia rispettosa della parità di condizioni, senza violenze e abusi istituzionalizzati. Dobbiamo capire che la ‘ndrangheta e le mafie sono in primo luogo un fatto culturale e mentale, e che s’irrobustiscono grazie ai nostri timori e alla nostra rassegnazione.
Ci hanno consegnato un presente malato; specie in Italia, soprattutto in Calabria. In particolare, ci hanno levato la parola e la voglia di lottare. Il futuro che ci attende è nebuloso: siamo quotidianamente in bilico, dipendiamo da eventi e vassalli, da combinazioni elettorali; a volte da umori.

Spesso non riusciamo neppure a dare respiro ai sentimenti, alle proiezioni dello spirito, ai desideri più naturali d’ogni essere umano: amore, realizzazione di sé, felicità.
Oggi non siamo in grado di sopportare i costi dell’esistenza: né per gli aspetti materiali né per l’interiorità. Ciascuno ha diritto al lavoro, agli affetti, alla salute, all’istruzione, alla casa, alla giustizia, alla libertà d’opinione, alla partecipazione politica. Ciascuno deve essere nelle condizioni per contribuire, poco o tanto, al miglioramento dell’umanità e del mondo. Anche partendo dal piccolo, dai territori.

Se conveniamo con queste semplici riflessioni, diamoci da fare e partiamo con una rete effettiva, senza protagonismi, gelosie, spintoni, giochi sporchi.

La mia proposta è, perciò, di creare un movimento culturale con questi contenuti, al quale possano aderire tutti: singoli, gruppi spontanei, associazioni, realtà d’impegno su Internet, comitati, studenti interessati, adulti delusi, pensionati attivi, esponenti dell’antimafia civile, cittadini, extracomunitari. Dobbiamo allargarci e non commettere l’errore di rimanere rintanati nei social network, nei forum dedicati, negli spazi ancora angusti del virtuale.
Dobbiamo riscoprire il senso e il significato della piazza urbana e dell’incontro reale. Solo riposizionandoci, usando la rete come strumento d’informazione e promozione, interessandoci dei problemi di città e paesi, andando nei parchi, nei boschi, in riva e all’aperto, possiamo riassaporare il piacere dell’integrazione col pubblico e la natura, recuperare motivazioni sentite e radicate per difendere l’acqua, primo bene, e la bellezza e salubrità dell’intorno.

In sintesi, possiamo partire dal denominatore comune della legalità e trasparenza, per dedicarci, anche con ambizione positiva e corale, al tema intramontabile del rapporto dell’uomo con se stesso, con l’altro uomo, con l’ambiente e il futuro.

Vi prego d’intendere questo mio umile scritto come spunto per un manifesto programmatico, al quale vorrei lavorassimo assieme, in orizzontale, senza gerarchie.

Il futuro dei giovani calabresi e della mia terra è per me una grande preoccupazione, una priorità. Solo, però, se sappiamo uscire dalle narrazioni localistiche e consideriamo la lotta alla ‘ndrangheta in connessione e in prospettiva globale, possiamo amplificare la nostra denuncia e la nostra proposta, guadagnare terreno lungo il percorso di emancipazione per cui evochiamo, divulgandone l’eredità, figure come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Antonino Scopelliti, Peppino Impastato, Beppe Alfano, Attilio Manca, Pier Paolo Pasolini.

(Prima parte, continua domani)

Emiliano Morrone

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One response

2 04 2010
Valentina

Per cominciare volevo fare gli auguri all’autore dell’articolo per i consensi ottenuti a queste elezioni:836 voti(se non sbaglio!)in una città “strana” come Cosenza non è male!Quindi complimenti!Per quanto riguarda ciò che hai scritto(e attendo la seconda parte!)mi trovi concorde:giorni fa su questo sito si parlava di rendere il più partecipativo possibile la Rete,per utilizzarla come “mezzo” di scambio di idee,proposte,”movimento culturale che ravvivi le coscienze” usando impropriamente le tue parole.E penso che sia dai blog che si possa partire,senza però rischiare che i commenti,le discussioni(che sono comunque già una grande cosa!)diventino sterili e privi di riscontro pratico.Già giorni avevo sentito la notizia riguardo le pressioni su Don Scicchitano….beh,se la politica(nel senso più negativo dellla parola)arriva a dar fastidio anche ad un prete di un piccolo borgo(anche se Donnici è un bel bacino di voti),a parte che il confine tra il politico e la delinquenza si fa sempre più labile,ma oltre a questo dico:siete disperati se vi rivolgete ad una persona non particolarmente influente!poveracci!O forse sanno bene che tra uomini di chiesa e uomini di politica e credenti si può creare una…Rete efficiente…?Devastante.Armiamoci e partiamo!

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