Si respira aria eterna in quel Palazzo. Riecco le statue di sale

20 02 2010

Sommario: La versione più imbronciata del Pd porta a compimento il secondo tempo dell’imboscata di Capo Suvero. Concesse le deroghe, argomento che ha congelato il dibattito per sei mesi. Ora Loiero si sente tranquillo e parte all’attacco nel mentre il partito è “costretto” ormai a giocarsela a tutto campo la partita. Ma l’attenzione ora si sposta sulle liste. Sarà Guccione il numero uno?

di Domenico Martelli*

C’erano 40 gradi all’ombra fuori e forse pure qualcuno di più dentro l’Holiday Inn di Cosenza quando Valter Veltroni s’è rivolto ai “compagni” in camicia e cravatta del partito “local” chiedendo loro di fare pulizia dai sepolcri imbiancati e dalle statue di sale. Da allora ne sono passate di stagioni e ci sarà pure una ragione se Veltroni, che un paio di quelle “statue” le aveva nella sua cordata calabrese e non se n’era accorto abbastanza, oggi scrive più libri che interventi in aula. Se ne fosse reso conto per tempo probabilmente non avrebbe salvato la sua poltrona ma ne avrebbe liberate almeno un paio per quelli appassionati di Pd dal Pollino allo Stretto. Altri tempi, ovviamente per lui. Da queste parti invece nulla sembra cambiare con l’incedere degli anni e anche i capelli fanno fatica a diventare bianchi. Dev’essere l’aria del consiglio regionale a trasformare in highlander i “nostri”. Quando Peppe Bova finirà con ogni probabilità la sua prossima legislatura (la quinta) anche un quarto di ponte sullo Stretto si riuscirà a vedere dalle stanze del consiglio. Dovrà lasciare quasi certamente la stanza della presidenza, che dicono essere assai suggestiva peraltro. Ma poco male. Chi come lui siede dagli anni Settanta non va tanto per il sottile con il colore degli sgabelli. L’importante è esserci. Nicola Adamo (tendente alla quarta legislatura) e Franco Pacenza (alla terza) la pensano allo stesso modo, del resto. E se qualcuno s’azzarda a mettere su carta regole per cambiare l’aria dalle finestre niente di preoccupante, ci sono le deroghe. E se poi la faccenda si complica e nessuno se la sente di forzare, sulle deroghe, ci pensa Agazio Loiero a garantire per tutti e a ribaltare, con un’imboscata, il “tavolo” in una notte.
Storia, anche assai recente, del Pd alla calabrese. Che ama dilaniarsi in pubblico e trattare la pace in privato. Una “certa” pace che non è per tutti. Scontate una dopo l’altra si consumano con britannica disciplina tutte le liturgie che portano Agazio Loiero alla sfida finale e gli aspiranti “derogati” a poter riscrivere il proprio nome nelle liste. Fatte salve le primarie di plastica ecco la direzione regionale e poi l’assemblea a ratificare la concessione delle deroghe. Per chi non fosse pratico della materia trattasi di un impedimento, come da statuto nazionale, alla ricandidatura per chi siede già da due legislature in aula. Ma gli statuti, si sa, come li fai li disfi e soprattutto li “federalizzi”. Basta una notte, e un quartetto sia pure di rilievo, per staccare la spina da Roma e modificare le regole alla calabrese. Nicodemo Oliverio, Marco Minniti, Nicola Adamo e Mario Pirillo a suo tempo pensano bene di rendere autonomo e brillante di luce propria il regolamento del Pd calabrese tanto poi il resto verrà da sé. E così è andata.
Monopolizzato e stretto a un muro da almeno sei mesi il dibattito poi alla fine di questo è vissuto. Si è fatto di tutto e di più pur di superare l’ostacolo e quando Agazio Loiero s’è accorto che bastava così poco per riabbracciare le intenzioni di Nicola Adamo c’ha messo meno di un attimo a ribaltare il tavolo siglando la “dero(a)gazio”, l’accordo ritrovato. Motivato, organizzato ma dallo sguardo corto “il patto” ora deve voltare pagina e proiettarsi al voto di fine marzo. Che sarà compromesso, difficile, viscido e perché no quasi andato ma il Pd nel suo insieme ora mostra di volersela giocare per davvero la partita, gioco o forza. Ognuno col proprio ruolo e le proprie dignità perché per perdere, e per attribuire in un secondo momento le relative e singole responsabilità della sconfitta, c’è sempre tempo. Si conoscono nomi, cose e circostanze di questa particolare stagione del Pd e non sarà difficile fare promemoria ma ora è un altro tempo. Ora è il tempo di Agazio che serra le fila e mostra di avere un convincimento assai singolare circa il risultato finale. Che debba crederci in primis il candidato è quasi fisiologico ma Loiero trasmette convincimenti che sono fuori dal normale. Conosce bene l’enorme macchia burocratica di cui dispone ancora eppure anche lui sa che il 2005 è assai lontano negli anni. Certe cene in giro per la regione, dalla Locride alla Piana di Gioia, sono irripetibili oggi come oggi perché nel frattempo qualcosa s’è mosso “fisiologicamente” verso lo Stretto. Ma il governatore di Santa Severina non smette un minuto di crederci al punto d’aver relegato il partito in solitudine e contro il muro, senza alleati di peso. Un “rischia tutto” che può trarre origini da due differenti istinti killer. O il governatore è morbosamente convinto di possedere le “chiavi” del consenso come nessuno nel Pd, ora come ora. Oppure, ma qui finiamo nel perverso, preferisce “trattare” da perdente con Scopelliti che rischiare di far vincere un altro.
Per ragioni politiche razionalmente più presentabili non resta che credere al primo dei basic-instint del malacupato di Santa Severina ed è appresso al suo ottimismo che si muove adesso il carro dell’organizzazione del voto. Parte lento, il Pd. Come un diesel. Ma poi s’accende e nessuno ora come ora se la sente di considerare chiusa la faccenda. Hai visto mai. Comunque vada c’è un posizionamento da acchiappare, fatto di numeri in consiglio e facce tirate a lucido. C’è una distribuzione territoriale del consenso da rimarcare, dove ogni contea risponde gioco o forza a determinati cognomi. Loiero del resto questo sapeva e questo sperava di ottenere, una volta tagliato il nastro della campagna elettorale. E non è affatto escluso a questo punto che sarà proprio Carlo Guccione il numero uno in pista, il capolista. Se un segretario regionale si getta nella mischia vuol proprio dire che la partita prende quota per davvero perché c’è la griffe del Pd da salvare. Comunque, indipendentemente dalla conta di fine marzo. Tanto per perdere si fa in tempo a ritrovarsi, in ogni momento. E si fa ancora prima a fare i nomi di chi ha perso più degli altri.

*Direttore responsabile del settimanale regionale Mezzoeuro

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