Processo “Onorata sanità – caso Crea”: cala la scure della Giustizia su politici e funzionari coinvolti

18 01 2010

Caso Crea, condannati l’ex assessore regionale Luzzo. Pene per mafia ai Marcianò e a Pansera. E adesso questo macigno enorme rimane sulla coscienza della vedova di Franco Fortugno, Maria Grazia Laganà, alleata proprio con Crea alle Provinciali 2006, a meno di un anno dall’omicidio del marito.

Caso Crea, nel processo Onorata Sanità, condannati l’ex assessore regionale Luzzo ed ex dirigenti delle Asp. Ieri sera il Gup di Reggio Calabria, Paolo Ramondino, ha inflitto 15 condanne a presunti mafiosi, politici e burocrati. Ha tenuto l’impianto accusatorio sostenuto dai pm della Dda Mario Andrigo e Marco Colamonaci. I due magistrati, infatti, avevano ipotizzato che attorno agli interessi della sanità si erano concretizzati gli appetiti di clan a cui, nella migliore delle ipotesi, la burocrazia e la politica regionali e locali, non sono stati capaci di dire di no.
Al centro dell’inchiesta la storia di Villa Anya, la clinica privata di proprietà dell’ex consigliere regionale Mimmo Crea, accreditata irregolarmente dal servizio sanitario regionale. Sulla vicenda della struttura, e senza dimenticare il ruolo politico di Crea, si sarebbero dunque saldati intenti criminali inquietanti.
La sentenza è di primo grado, dunque non definitiva. Il dispositivo dimostra, ancora una volta, come i clan abbiano tentato di mettere le mani sulla sanità utilizzando pezzi di politica regionale.
Per mafia vengono condannati per associazione mafiosa tra gli altri Giuseppe Pansera (genero di Peppe Morabito detto “Tiraddritto”), Leonardo Gangemi e Giuseppe Errante. E con loro, sempre per il reato del 416 bis, Alessandro e Giiuseppe Marcianò. I due, padre e figlio, erano stati già condannati all’ergastolo per l’assassinio di Francesco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria, ucciso a Locri ad ottobre del 2005. In quel caso arrivò il carcere a vita, ma la Corte D’assise di Locri escluse l’aggravante mafiosa. Se la condanna di ieri venisse confermata in tutti i gradi di giudizio, si avrebbe per la prima volta, la dimostrazione che gli organizzatori dell’omicidio erano esponenti delle ‘ndrine. E non c’è dubbio che l’accusa deciderà di giocarsi la sentenza di ieri anche nel processo d’appello per il caso Fortugno, che inizierà a Reggio nei prossimi mesi. Senza dimenticare che la sentenza dell’abbreviato avrà ripercussioni anche nella parte del processo che si sta svolgendo con il rito ordinario. Uno stralcio che riguarda proprio Mimmo Crea, oltre che il figlio ed alcuni altri suoi familiari. Si tratta insomma di una sentenza pesante da molti punti di vista. Non ultimo quello politico e manageriale. Condanne sono arrivate infatti anche per Giovanni Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità, mentre sul fronte dirigenziale pene di due anni sono state inflitte a Peppino Biamonte direttore generale dell’assessorato e al manager Pietro Morabito.
Il Gup Ramondino ha infatti anche assolto molti imputati a cui è stata riconosciuta l’estraneità ai fatti. Figure di secondo piano rispetto a molti dei reati contestati, che hanno visto sancire da una sentenza la propria innocenza. Non si è trattato insomma di una “retata”, ma di un dispositivo ragionato, nel quale hanno giocato un ruolo importante le valutazioni delle prove che, evidentemente, in molti caso hanno retto.
La Procura della Repubblica d’altra parte aveva descritto per intero l’impianto accusatorio, durante le requisitorie di Andrigo e Colmonaci.
In questo senso era stato spiegato che Crea era il referente politico di un sistema nel quale i clan della ‘ndrangheta, funzionari e dirigenti dell’Asp di Reggio Calabria, e i vertici dell’assessorato regionale alla Sanità, approfittavano di fatto della cosa pubblica. Naturalmente le condanne (le richieste arrivano fino 10 anni di reclusione), sono commisurate ai diversi capi d’imputazione e alle singole responsabilità dei vari soggetti. Si trattava infatti di accuse che andavano dall’associazione mafiosa, al semplice falso. Che, tuttavia, per i pm, dimostravano quanto permeabile fosse stato il sistema politico-burocratico calabrese. La vicenda prese spunto dalla storia dell’accreditamento di Villa Anya.
Mimmo Crea e le persone a lui vicine, infatti, erano state messe sotto la lente degli investigatori all’indomani dell’omicidio Fortugno. Da lì partirono le indagini.

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