Calabria, dove lo Stato non esiste più

12 01 2010

Duemila persone in strada per dire “non siamo razzisti” , in un paese dominato dalla criminalità organizzata

Rosarno in piazza: “abbandonati da tutti, non siamo razzisti”. Ma viene tolto l’unico striscione contro la mafia.
Ci sono anche buone notizie: Napolitano il 21 a Reggio per una giornata della legalità, e oggi in un blitz delle Forze dell’Ordine sono stati arrestati a Rosarno 17 presunti appartenenti al clan Bellocco

di Enrico Fierro (su Il Fatto Quotidiano)

La Calabria è una bomba pronta ad esplodere e la miccia è a Rosarno. Bisogna venire qui per toccare con mano le piaghe provocate dall’abbandono: disperazione, bisogni veri, impotenza, rabbia antica. Una miscela pericolosissima che qualcuno sta  maneggiando con estrema raffinatezza. Bastava vedere la manifestazione di ieri. Duemila persone. I negozi del paese sbarrati. Un corteo silenzioso e rabbioso. Contro “lo Stato che ci ha abbandonato”, “i mass media che ci criminalizzano”.
Noi che “non siamo razzisti ”. Questo diceva l’unico striscione che gli organizzatori
del “comitato spontaneo” hanno consentito di esporre.
Severamente vietati gli altri. Lo si è capito a metà corteo quando tre-ragazze-tre del locale liceo srotolano il loro.
Speriamo di poter dire c’era una volta la mafia”. Un oltraggio nel paese dei Pesce e dei Bellocco, capi di quella ’Ndrangheta che qui è padrona di tutto. Della vita dei rosarnesi e del loro futuro, delle arance che marciscono sugli alberi e del destino dei “negri”.
“Chiudetelo”, impone uno degli organizzatori, “abbiamo dato direttive precise”.

Le ragazze capiscono e lo arrotolano mestamente. Non c’è libertà nel paese dei signori della ‘ndrangheta, dove il ricordo di Peppino Valarioti, consigliere comunale del Pci, ucciso la sera dell’11 giugno 1980 dalla mafia delle arance a trent ’anni, è ormai sbiadito.
Scoloriscono i murales che raffigurano un “Quarto stato” calabrese. Il monumento alle vittime della mafia arruginisce offeso dall’incuria e dalle deiezioni dei cani. Tante facce nel corteo. Di onesti e malacarne. Tanti interessi, tantissimi bisogni. “Il lavoro nero colpisce anche noi giovani calabresi ”, dice una ragazza ai cronisti.
Bersaglio degli insulti quando finisce la manifestazione.
In prima fila nel corteo ci sono anche uomini e donne di colore, sono gli integrati, quelli che qui vivono da anni nelle case disastrate del centro storico. Gli altri, le braccia a poco prezzo, sono tutti andati via dall’inferno della “Rognetta” e della “Ex Opera Sila”.
Spontaneamente cacciati.
Non servivano più e quei lager erano monumenti alla vergogna.
Sulla protesta una regia accorta. Opera di Mimmo Ventre, ex assessore della giunta comunale sciolta per infiltrazioni mafiose. Trascina in prima fila un uomo di colore.
“Vieni Mustafà”.
Un ragazzo lo rimprovera: “Si chiama Hussein, chiamiamoli almeno con il loro nome”. L’ex assessore fa spallucce e se ne fotte. “Ma questi si chiamano tutti Mustafà”.
Già gli organizzatori, le menti politiche che hanno cavalcato la protesta e che fanno a gara per conquistare microfoni e telecamere. Soprattutto per dire che “a Rosarno lo Stato non c’è, qui c’è un commissario della Prefettura”. Nominato dall’Antimafia perché i Pesce e i Bellocco erano ormai diventati i padroni del comune.
“Nel sistema politico e dell’informazione, il subdolo esercito degli strumentalizzatori asserviti è il cancro della nostra società”. Tre cartelle, linguaggio da Ventennio. Firmate Sante Pisani, che ha mobilitato il suo “Partito dell’Alleanza”, per difendere i rosarnesi.
Pisani di arance se ne intende. Troppo, per i magistrati della Procura di Palmi che hanno scoperto una truffa di 45 milioni di euro ai danni dell’Unione europea proprio sui contributi alla coltivazione degli agrumi. Per l’accusa lo sdegnato rosarnese onesto sarebbe stato una delle menti che gestirono il business.
Ma dietro la protesta dei cittadini di Rosarno non c’è solo questo. Dietro la violenza esplosa nei giorni scorsi non c’è solo la ‘Ndrangheta, con i rampolli delle “famiglie ” mandati a fare le barricate e il tirassegno contro i neri.
“Lo Stato non c’è”.
Ed è vero, ma quando lo Stato si presenta con il volto umile e la determinazione di un suo funzionario donna scoppia la rivolta.
Maria Giovanna Cassiano, di professione funzionaria dell’Inps, vive sotto scorta.
Un anno fa denunciò lo scandalo dei falsi braccianti (mille solo a Rosarno) e delle cooperative fasulle che assumevano mogli, figli e fratelli di mafiosi.
Una sola cooperativa arrivò a produrre un monte salari di 1 milione e 800 mila euro senza lo straccio di un documento contabile. C’era posto per tutti, per i “braccianti da bar” e per qualche “l avo ra t o re ” in galera che percepiva regolarmente tutte le indennità (disoccupazione, malattia, pensione) previste dall’Inps. Uno scandalo da 15 milioni di euro.
Quando l’inchiesta passò nella mani del procuratore Leonardo Leone de Castris, e dall’Inps arrivò l’ordine perentorio di sospendere i pagamenti sospetti, scoppiò la rivolta.
“Così si è messa in ginocchio l’economia della zona”, tuonò un assessore del comune. Antonio Caravetta, politico di spicco dell’Udc, denunciò “l’arroganza e l’insensibilità nei confronti di tanti lavoratori agricoli”. E furono scontri, blocchi della Statale Jonica. Proteste. Maria Giovanna Cassiano, volto gentile dello Stato onesto, finì sotto scorta.
Esplode Rosarno, esplode la Calabria. La terra che brucia, come racconta in un suo bel
libro l’antropologo Francesco Minervino. Bruciano i suoi boschi d’estate e le speranze dei calabresi onesti divorate da “famelici stomaci” politici.

Già la politica. Assente a Rosarno.
Nei lager di “Rognetta” e dell’Opera Sila, c’erano tre cessi chimici per centinaia di
disperati. Dei soldi promessi per l’accoglienza degli schiavi neppure un euro. Convegni e consulenze sull’immigrazione, alla regione e alla provincia.

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DOSSIER/ I Pesce e i Bellocco: ecco chi comanda nella Piana di Rosarno

SONO DUE FAMIGLIE CRIMINALI ASSOCIATE CON GLI ALTRI GRANDI GRUPPI DI GIOIA TAURO
I Pesce ed i Bellocco, sono i padroni di Rosarno. Cosche di ‘ndrangheta, famiglie estese, affari miliardari.
I due clan, da tempo alleati delle famiglie Piromalli-Molé, gestiscono tutti i traffici dell’area di Gioia Tauro. Dal porto alla droga, dalle estorsioni al controllo dei mercati agricoli.
Ma è il business dei centri commerciali, fiorentissimi nella zona, ad aver incrinato i rapporti tra i vari “casati” della ‘ndrangheta.
I Bellocco, si legge nell’ultima relazione della Commissione antimafia, “hanno una forte proiezione internazionale”, come emerge in varie indagini sui traffico di droga in Olanda e Belgio. Nulla sfugge al controllo delle cosche, consociate in un unico cartello, della Piana di Gioia Tauro.
Il Porto della città, uno dei più importanti scali  commerciali del Mediterraneo, fin dalla sua costruzione è sotto il loro dominio.
“L’accordo tra le cosche – scrive l’Antimafia – prevedeva anche il controllo della movimentazione merci. Con il pagamento di una sorta di tassa fissa di un dollaro e mezzo su ogni container trattato, in cambio della sicurezza”. Un affare da capogiro: a Gioia Tauro si movimentano ogni anno 3 milioni di container.
La procura di Palmi, nell’inchiesta battezzata “Porto”, scoprì che “il progetto non riguardava solo il pagamento della tassa sulla sicurezza, ma anche quello di ottenere il controllo delle attività legate al porto, dell’assunzione della manodopera e i rapporti con i rappresentanti dei sindacati e delle istituzioni locali”. Insomma, la ‘ndrangheta della Piana “coglieva l’occasione che le consentiva di uscire dalla sua condizione di arretratezza per diventare protagonista dinamica della modernizzazione della Calabria”. L’inchiesta è di qualche anno fa.
Ma oggi cosa accade?
E’ sempre l’Antimafia a dirci come stanno le cose.
“Il progetto è stato in parte realizzato ed ha portato al sostanziale dissolvimento di qualunque legittima concorrenza da parte di imprese non mafiose o non soggette alla mafia, estromesse dai lavori e ha introdotto elementi di scarsa trasparenza nei comportamenti di entie istituzioni locali”.
Tanti i Comuni sciolti per mafia, da Rosarno a Gioia Tauro. Tante le vittime della violenza mafiosa.
L’ultima aveva 18 anni.
Francesco Maria Inzitari è stato ucciso la sera del 6 dicembre scorso a Taurianova, suo padre Pasquale, era un esponente dell’Udc ed è stato condannato a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

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3 responses

13 01 2010
Anonimo

[…] […]

13 01 2010
13 01 2010

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