Calabria, in corsia con la pistola e per le visite precedenza al boss

19 10 2009

Viaggio nella sanità al collasso tra record negativi e burocrazia. La paura dei medici: “Siamo come a Forte Apache”. A Rosarno un ospedale è in costruzione da 43 anni

di ALBERTO CUSTODERO per Repubblica

L'ospedale di Polistena (RC)“Da noi arrivano i poveri, gli immigrati, le urgenze, gli amici che ancora si fidano. E i vecchi. Gli altri scappano”. I chirurghi dell’ospedale di Polistena sono rassegnati, si definiscono “eroi” a lavorare in quel nosocomio che qui, nella Piana di Gioia Tauro contesa dalle ‘ndrine Piromalli, Alvaro e Pesce-Bellocco, chiamano Forte Apache. “Se qualche intervento non riesce – dicono i chirurghi – è una fortuna se ti arriva una querela. Quando va male, ti sparano”. La sala operatoria è nuovissima, inaugurata appena tre anni fa. Ma il condizionatore è già fuori uso. Forte Apache Hospital ha i muri scrostati, nel parcheggio sono ammucchiate attrezzature sanitarie dismesse, i cartelli che indicano il nuovo pronto soccorso li hanno collocati gli infermieri che pure hanno acquistato, di tasca loro, un condizionatore.

All’interno, ascensori rotti e cantieri aperti. Ma è la morgue a offrire uno spettacolo cui non si pensava più di assistere in un ospedale del Duemila: un frigo fuori uso, un lenzuolo abbandonato con le tracce dell’ultimo morto, un tavolo di metallo sporco di sangue. Un cartello della direzione sanitaria s’impegna (ma non dice come), a rendere quel locale “il più dignitoso possibile”.

Al pronto soccorso, 22mila accessi e 90mila prestazioni in 8 mesi, non si visita il paziente a seconda della sua gravità, come avviene nel resto d’Italia. “Qui non c’è il triage – spiega un medico – perché sennò ti arriva una “pistolata”. Passa chi arriva prima”. L’archivio storico della precedente amministrazione (la Usl 25), che contiene dati riservati e coperti da privacy, è abbandonato in un magazzino impolverato, chiunque lo può consultare.

In caso di emergenza, le ambulanze impiegano un’ora e mezza sull’autostrada A3 in eterna costruzione per raggiungere l’ospedale di riferimento più vicino, quello di Reggio Calabria. Nel frattempo, si può morire di attesa, come successo due anni fa, il 25 ottobre del 2007, a Flavio Scutellà, ragazzino caduto da una giostra e “ucciso” da chi ha impiegato 6 ore e mezza per trasferirlo dall’ospedale di Polistena a quello più attrezzato di Reggio Calabria, a soli 40 chilometri di distanza.

Sull’onda emotiva scatenata da quella morte ingiusta, il presidente della Regione Agazio Loiero promise entro 24 mesi la costruzione di un nuovo ospedale nella Piana, con decreto di Protezione Civile, e appalti controllati dalla Prefettura per evitare infiltrazioni mafiose. Due anni dopo, tuttavia, quell’ospedale per cui sono stati stanziati già 60 milioni di euro non c’è neppure sulla carta: la Regione lo vorrebbe (ma ufficiosamente), a Palmi. Venti sindaci su 29 hanno scelto invece un altro sito, a Cannavà, contrada Rizziconi.

Mentre sindaci, Provincia, e Regione continuano a discutere per farne uno nuovo, la Piana di Gioia Tauro, deve fare i conti con i suoi ospedali farsa. Oltre a quello rimasto una promessa non mantenuta, ce ne sono, infatti, altri sette per un totale di soli 120 posti letto, a fronte degli 800 che le statistiche ministeriali prevedono per una popolazione di 200 mila persone.

Quello di Polistena, unico funzionante, è preso d’assalto. Ce n’è uno, ma chiuso da anni, a Cittanova, un altro a Taurianova tenuto in piedi da una decina di posti letto, Palmi ha appena due reparti (con la camera iperbarica in funzione d’estate), a Gioia Tauro 150 dipendenti per 10 letti. A Oppido Mamertina c’è un ospedale di montagna che i comuni rivendicano, ma che la Regione vuole chiudere.

Ma l’emblema della Sanità impazzita della Piana è a Rosarno, dove si trova l’ospedale fantasma: in costruzione da 43 anni, non è mai stato aperto: avrebbe ospitato 100 posti letto. Di proprietà oggi della Asp 5 di Reggio Calabria, è una cattedrale nel deserto abbandonata a se stessa, mai oggetto di un’inchiesta giudiziaria o di un’indagine della Corte dei Conti.

Porte e infissi divelti, chiazze di rovi che aggrediscono qua e là il giallo ocra ormai sbiadito dei muri, il piazzale antistante l’ingresso interamente ricoperto di erbacce e sterpaglie e lasciato al libero pascolo di pecore e capre che dicono essere di famiglie della ‘ndrangheta. All’interno, devastato dal degrado, hanno rubato tutto, perfino gli ascensori.

Lo scandalo sanitario della Piana di Gioia Tauro avviene sullo sfondo di una Sanità calabrese che detiene vari record negativi. Secondo l’ultimo studio del Censis presentato qualche giorno fa alla Commissione Antimafia dedicato al condizionamento della criminalità organizzata sull’economia e le istituzioni del Mezzogiorno, la Calabria è la Regione che ha il maggior numero di medici per 10 mila abitanti: 21,58 contro 17,96 della media nazionale.

Le postazioni di guardia medica (335 per 1340 medici, una ogni 1500 persone), sono il triplo del Piemonte (una postazione di guardia medica ogni 10 mila persone), che ha il doppio della popolazione. Stesso discorso per quanto riguarda il personale negli ospedali pubblici: 338,75 addetti ogni cento posti letto a fronte dei 306 della media nazionale (71 medici ogni cento posti letto contro 57,24 nel resto d’Italia).

Nonostante questo eccesso di personale, i calabresi, però, fuggono in massa dal loro servizio sanitario regionale cercando cure in altre regioni soprattutto del Nord: la Calabria è infatti seconda, dopo la Campania, nella classifica della “migrazione sanitaria”.

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