Regionali 2010/ «Di Pietro strumentalizza un galantuomo e ci ricatta»

9 09 2009

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Intervista ad Antonio Borrello, vicepresidente del consiglio regionale

Antonio BorrelloREGGIO CALABRIA – Messo sul banco degli imputati il consiglio regionale prima sulla legge delle primarie e ora per le legge elettorale, il vicepresidente del consiglio regionale ed esponente del Pd Antonio Borrello chiarisce la finalità della legge e indica gli obiettivi del centrosinistra. E interpellato sulla sanità non lesina critiche agli ex assessori e al presidente della giunta regionale per le occasioni mancate e il tempo perso.

Onorevole Borrello, ha sentito Di Pietro? Dice che è immorale uno sbarramento al 15 per cento.
«E’ noto che Di Pietro esaspera le posizioni, magari per tornaconto elettorale, col risultato di fare il gioco della destra. Pur essendo il bipolarismo attuale tutt’altro che perfetto, tuttavia sono convinto che rimanga l’approdo democratico più utile al Paese e ormai le forze in campo sono ben delineate. In questo quadro, piaccia o no, non c’è spazio per soluzioni terze che frammentano il consenso e favoriscono la peggiore destra; se poi subentra anche il sospetto che il terzo polo è agitato per ricattare la coalizione, magari strumentalizzando qualche galantuomo in buona fede, si capisce bene il rischio che si corre.
L’antidoto, in questo senso, non può che essere uno sbarramento coerente con l’impostazione bipolare».

Lei è stato il primo a volere le primarie e a presentare un progetto di legge. Ora che le primarie sono legge ci sono molte resistenze. Tra le critiche c’è anche quella che sono state costruite su misura per Loiero.
«Chi afferma questo o è in malafede, o non sa evidentemente che le avevo già proposte nella precedente legislatura quando Loiero non c’era, convinto che solo esse rappresentano la logica conseguenza del sistema di elezione diretta del presidente, rispetto al quale mi ero già espresso con voto contrario in aula. Non ho dubbi che in questo quadro le primarie siano l’unico strumento di democrazia e di garanzia per la partecipazione».

Perché?
«L’orrore democratico più pericoloso che spesso è stato denunciato è lo stacco tra rappresentanti e rappresentati; il cittadino si sente preso per i fondelli se deve votare deputati e senatori scelti da poche persone.  Stesso discorso per la presidenza della Regione. Se elezione diretta deve essere, è ineludibile che l’indicazione avvenga attraverso una vera partecipazione popolare. D’ora in avanti il calabrese non dovrà votare un candidato deciso a Roma. Potrà scegliere di votare un presidente che apertamente si sarà misurato con una platea di elettori e che quindi non potrà più essere il risultato di accordi le cui entità e finalità sfuggono al controllo democratico. Questo è il messaggio delle primarie, primarie vere, però, non quelle artefatte o manipolate ad usum delphini».

Passando alle vicende della sanità, cinque anni passati inutilmente?
«Potrei cavarmela con una battuta affermando che laddove serviva conficcare un grosso chiodo si è optato per l’innesto di una vite, con tutte le conseguenze che ne sono scaturite. Il centrosinistra, che ha ereditato una situazione scandalosa soprattutto nella sanità, avrebbe dovuto, subito, scovare e certificare il deficit, parlare onestamente ai calabresi, e organizzare un rientro dal debito strettamente legato ad una sistematica e rigorosa riorganizzazione di un sistema al collasso. Invece non c´è stata azione di chiarezza sui conti, anzi si professava ottimismo, e si disapplicavano norme che perseguivano quegli obiettivi. Questi sono fatti incontrovertibili. Demagogia e improvvisazione nella conduzione della sanità, ecco cosa si è avuto, cui si sono aggiunti i vizi di sempre della politica calabrese. Ormai si impone la sterzata secondo le scelte legislative già decise dal Consiglio regionale, per una riorganizzazione rivoluzionaria dentro regole certe ed inderogabili che investono tutti gli attori. Metterle in atto è l’imperativo categorico per poter affermare che tempo ce n’è voluto, ma non è mai troppo tardi».

Per riformare la sanità calabrese il governo si gioca la carta del commissariamento. Un fallimento per il
consiglio regionale e la politica calabrese?

Il Governo Berlusconi-Bossi non ha, in generale, le carte in regola quando si parla di Mezzogiorno, e ogni volta che ha affrontato l´argomento sanità l´ha fatto per fini elettoralistici e di parte. Da un Governo che fin dall´insediamento ha sottratto risorse ingenti al Sud ed è posizionato strategicamente nel Lombardo-Veneto, non c´è da attendersi granché. Il Consiglio regionale la sua parte , e non solo in sanità, l´ha fatta tutta, è augurabile che anche sul piano di rientro ci sia il suo coinvolgimento avendo dimostrato che quando è chiamato in causa è capace di esprimersi con intensità e perspicacia. E’ paradossale che, a Roma, si sia federalisti a spada tratta, poi, quando si tratta di assumere scelte, come nella sanità, che salvaguardino il diritto alla salute e l´autonomismo regionalista costituzionalmente previsto, si opti per un neocentralismo che, in questo caso, è sgangherato, sloganistico e privo della benché minima base di serietà e cognizione. Noi dobbiamo finalmente convincerci che con la politica emotiva e spesso schizofrenica non si va da nessuna parte e che non da Roma arriveranno le soluzioni che noi, invece, dobbiamo avere la responsabilità di individuare e percorrere fino alla fine, a costo di sacrifici e impegno. Ma se qualcuno immagina di strumentalizzare le difficoltà della sanità per fini politici sbaglia, perché non si può scherzare con la salute delle persone».

In quasi cinque anni, due assessori, tre o quattro direttori generali del dipartimento. Per non parlare di cosa è accaduto nelle Aziende sanitarie. Possibile che la sanità sia davvero ingovernabile?
«La sanità rappresenta una fetta cospicua del bilancio, sarebbe perciò limitante pensare che solo lì si registri inadeguatezza di governo. Il problema è che un certo tipo di regionalismo, per come si è venuto profilando nei decenni, è al capolinea, e che l’utilizzazione della sanità pubblica, da parte di tutti, persino da parte di chi opera nella sanità privata, per fini diversi dalle risposte da fornire all’utenza, è in coma irreversibile. Improvvisamente i nodi, accumulati in oltre 30 anni, sono venuti al pettine e la politica oggi è alle prese con quei nodi cui nessuno può sfuggire. Dobbiamo cambiare metodologia nell’approccio al governo della sanità pubblica, premiare il merito, evitare che i responsabili della salute dei cittadini debbano pagare pedaggi politici, sapere che l’organizzazione di ogni Azienda sanitaria è frutto di una programmazione regionale meticolosa che guarda alla qualità dei servizi erogati, a costi e benefici, al rigore nella disamina dei bilanci, a controlli capillari e inflessibili. Tutto questo il Consiglio lo ha già indicato nei dettagli, si tratta ora di trasferirlo in sede attuativa e ad oggi l’unica occasione che resta è proprio il piano di rientro che per poter essere ritenuto credibile deve contenere strategie capaci sia di impedire ulteriori sforamenti, che di assicurare qualità e appropriatezza delle prestazioni».

L’ex assessore Lo Moro si chiede perché non è stato approvato dal consiglio il piano sanitario approvato
dalla giunta a metà 2007.

«Per tre anni Lo Moro è stata autorevole assessore della giunta Loiero, non io. Certe volte persino i fatti più evidenti si vorrebbe cancellare. Nei tre anni di Lo Moro, e a seguire di Spaziante le chiedo: cos´è cambiato? Nulla. Neanche la percezione dell’immenso debito nascosto é stata possibile. In realtà si è perso tempo in chiacchiere e in un nullismo amministrativo che ha badato esclusivamente al  alleggiamento senza assumere decisioni, scelte; anzi diverse scelte di direttori generali, aziende e dipartimento, si sono rivelate fallimentari, innescate in un turbinio di tourn-over inquietante, sui quali è stata sempre rivendicata la paternità della scelta».

Le ripeto la domanda: perché non è stato approvato il Piano presentato nel 2007?
«E’stato superato da invalicabili provvedimenti nazionali e non si è mai capito perché è arrivato in Consiglio dopo due anni e mezzo, ma come si fa a considerare riforma della sanità un documento astratto e privo di cifre? I numeri erano forniti da uno staff dirigenziale che se non ricordo male è finito sotto inchiesta e che non teneva conto del disastro finanziario, che non dava certezze, che non modificava un modello organizzativo inefficiente, che non badava all’abbattimento dei tempi di attesa, dove l’istituto  dell’accreditamento continuava a navigare nel mare magnum della discrezionalità, che non interveniva sui meccanismi di controllo e verifica, che, insomma, al di là della Casa della salute, peraltro vagamente delineata, non portava a riforme strutturali e durature. Insomma ho la presunzione di affermare che quanti hanno diretto il dipartimento della Salute, si chiamino Lo Moro o Spaziante, dovrebbero evitare di parlare senza avere l’umiltà dell’autocritica e, soprattutto, senza scaricare su altri le responsabilità».

Onorevole, lei che di scontri se ne intende, che idea si è fatto di quanto sta accadendo nel Pd?
«Troverei tutto in parte molto naturale perché quando si è sotto congresso è logico che il contrasto sia incandescente, resto deluso quando registro che il dibattito, invece che sulle cose da fare si sviluppa, ahimé, su una contrapposizione tra persone che in qualche caso sembra dettata più da insoddisfazioni per obiettivi non corroborati che da vere valutazioni di merito. Io penso però che il Pd, o parte di esso, non possa diventare altro rispetto all’esperienza di governo guidata da Loiero; e lo dice uno che non è stato assessore e che nella maggioranza si è sempre posto criticamente non verso la persona, ma più responsabilmente verso i metodi ed indicando strumenti, a mio giudizio, più idonei per aggredire le questioni. Oggi, se non vogliamo che vinca una destra priva di una leadership amministrativa affidabile per rimettere in carreggiata la Calabria con tutti i suoi problemi, dobbiamo fare squadra e non regalare alla destra populistica e parolaia carte vantaggiose. Mi fa accapponare la pelle pensare che la Calabria possa essere governata da una destra che non ha idee, non ha competenze, ha già dimostrato ampiamente di non essere all’altezza del compito, e gli uomini che ha a disposizione sono per gran parte quelli del 1995 e del 2000. Col massimo rispetto per tutti penso proprio che, mi scusi il dialetto, “ ‘da petra pumice sucu non ‘ndi nesci”».

Da settimane si sta utilizzando il congresso per un referendum su Loiero. Lei nel 2005 è stato uno di quelli che aveva opposto resistenze, mi pare che all’epoca era segretario regionale dell’Udeur e nemmeno ha partecipato all’assemblea dei grandi elettori. Oggi, invece, con chi si schiera?
«Io mi schiero, scusi la presunzione, con la Calabria e con chi vuole cambiarla seriamente e non attraverso slogan ripetitivi. Il dibattito è positivo solo se non continua a ricercare la rissa, come purtroppo sta avvenendo e senza essere sfiorati dal pensiero se questo tipo di esternazione possa interessare cittadini diversi dagli addetti ai lavori, che sono la grandissima parte del popolo calabrese, e che guardano al PD non come ad una federazione di micropotentati , ma come ad una forza aperta anzitutto alla gente, ad un partito insomma, in grado di restituire pathos alla politica. Ecco perché la fase del congresso serve a legittimare la guida del partito sempre che il dibattito si sposti finalmente su programmi, idee, analisi di ciò che è stato fatto e non fatto in questi 5 anni, perché e dove si è sbagliato».

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