Lo scrittore Mauro Minervino attaccato da Pasquino Crupi. Sotto accusa il libro “La Calabria brucia”

20 08 2009

di Emiliano Morrone (su “La Voce di Fiore”)

La Calabria bruciaCari amici,
vi segnalo una vicenda che mi preoccupa non poco. Sul quotidiano “Calabria Ora” di ieri, è uscito un pezzo (in basso in formato jpg) a firma di Pasquino Crupi, definito “intellettuale in trincea” in una biografia reperibile al seguente link. Nel suo scritto, l’autore replica a una recensione di Caterina Provenzano del libro “La Calabria brucia”, di Mauro Minervino, antropologo e letterato che vive e lavora in Calabria.

Crupi rimprovera a Provenzano l’”elogio goffo e sperticato del saggio di Minervino”; dice di non averlo letto ma si pronuncia riprendendone delle righe su San Luca, in Aspromonte. Sostiene che l’architettura del piccolo comune calabrese è quella di tutti i paesi degli emigrati, i quali “costruiscono dove possono e come possono le loro case, necessariamente arrampicate in collina e dirupi come le capre”. Implicitamente deresponsabilizzando l’astratta Pubblica Amministrazione e negando che la stessa abbia avuto in edilizia, nella storia di questa regione ambigua, una condotta scientifica a doppio fine: distruzione della memoria e perpetuazione del brutto da un lato, consolidamento di dipendenze dall’altro.

Per l’intellettuale Crupi, insomma, il problema non è San Luca, purtroppo sede di molti pericolosi ’ndranghetisti – lo dimostrano i recenti dati dell’Ufficio federale anticrimine della Germania, le storie dei Pelle, degli Strangio e le risultanze delle indagini del sostituto Nicola Gratteri. Il problema è Minervino, che ha scritto un libro, secondo Crupi, con linea da “intellettuali impellicciati, che non cercano la verità, ma la novità. Presunta.”

Minervino avrebbe inventato, fantasticato, secondo Crupi, e magari avrebbe danneggiato anche il turismo in quella zona. Crupi rammenta poi che San Luca è il paese di Corrado Alvaro, con cui in realtà Minervino apre la sua bellissima opera, di cui potrei parlare con cognizione, per averla quasi imparata a memoria. San Luca è poi, rimembra Crupi, il paese di padre Stefano Fiores, che definisce “il più grande mariologo, sul piano europeo e internazionale, dei lavoratori del braccio, dei lavoratori della mente”. Sarebbe da aggiungere che a Crotone c’era la scuola pitagorica; che Pitagora forse inventò la musica; che aveva ragione a considerare la supremazia del numero e che questo lì non ha impedito il triste primato nazionale di morti ammazzati dalla ’ndrangheta né le speculazioni sul chimico e sul lavoro, con cancri diffusi a macchia d’olio. Fonte l’Organizzazione mondiale della sanità e non il “visionario” Minervino.

Personalmente, so abbastanza di questa “novella” della “novità presunta” e dei frequenti richiami, a difesa dello stato delle cose in Calabria, a personaggi che vi nacquero ma che, se non fossero emigrati, avrebbero patito la stessa malasorte di Minervino. Escluso, emarginato, isolato.

Minervino era da attaccare, a mio avviso, perché calabrese che vive in Calabria. Chi sta fuori, come il sottoscritto, è compromesso in quanto non conosce “la realtà quotidiana”, come mi si ripete da tempo, e non respira “il fresco profumo di libertà” di luoghi rimasti fedeli alla tradizione.

Mi sembra da non trascurare il fatto che quando Giorgio Bocca uscì col suo “Inferno” dipingendo l’”Aspra Calabria”, Crupi non replicò a livello nazionale, europeo od internazionale.

Bocca ha bocca, cioè voce. Minervino, che non è mai stato di bocca buona, cioè non ha voluto allinearsi, paga amaramente la sua autonomia: porte sbattute all’università, minacce, intimidazioni, confino. Poiché parla, anzi, scrive, va aggredito sul piano intellettuale.

Guai a chi racconta ciò che vediamo tutti e accettiamo per opportunismo, prima che per paura.

Con espressioni sboccate, l’importante è che, per le masse, parole, fatti e drammi impressi in pochi libri di denuncia diventino “cazzate”, “minchiate”, “puttanate”; “robette”, “cosucce”, “pettegolezzi”, per essere fini. Solo, però, se gli autori sono calabresi.

Attenzione, questo è un fenomeno interessante, da sondare. In superficie, potrebbe leggersi come derivante da un’invidia classica in Calabria. Tu hai il coraggio, io no. Quindi, sei un arrivista, cerchi luci, danaro o, come usa oggi sintetizzare, vuoi fare alpinismo politico. Magari nel partito, in crescita, dei giustizialisti.

Tante volte, non c’è solo questa invidia, questa sorta di orrore di se stessi che si trasforma in violenza sull’altro, leggendo tutto un testo sulla Calabria, o solo qualche riga, scritto da un calabrese.

Sono convinto che i libri sono come uno specchio, e per questo sono più potenti, alla lunga, del web e dei giornali. Le parole arrivano in fondo alla psiche e possono restituire al lettore, come all’autore, l’immagine della propria, anche inconsapevole, complicità rispetto al sistema. Per questo i libri sono temuti e i loro autori subiscono ritorsioni perpetue a vari livelli: dalla denigrazione volgare alla violenza psicologica, dalla querela all’allontanamento dai giornali, dall’avvertimento agli effetti quotidiani della “solidarietà meccanica” praticata in Calabria, la mia terra.

Demolire il lavoro e l’animo di uno scrittore del luogo serve alla ’ndrangheta. L’operazione può essere intenzionale o meno. Il risultato è che la ’ndrangheta – sarebbe meglio scrivere la ’Ndrangheta (con la maiuscola indica, in “La società sparente”, scritto con Francesco Saverio Alessio, un modo di essere di tanti calabresi e il sodalizio di criminalità, politica e affari) – si espande e che l’emigrazione cresce vertiginosamente. Chi non vuole sporcarsi, chi cerca libertà va via, chiude la valigia e parte.

Bisogna che lo capiamo e che non facciamo gli ipocriti. Abbassare la vigilanza è un male quanto minimizzare.

A conclusione, segnalo, senza alcuna dietrologia, che il pezzo di Crupi è intitolato “Condoglianze da San Luca”.

Se credete, divulgate e intervenite.

Emiliano Morrone

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4 responses

6 12 2010
Diego Verdegiglio

Conosco e apprezzo Minervino e la sua onestà intellettuale. Crupi, purtroppo, senza volerlo fa il gioco dei mafiosi e dei loro amici che in più di un’occasione se ne escono con queste parole, sempre identiche, sempre le stesse, marchio inconfondibile della loro appartenenza o acquiescenza al crimine: “Lei denigra la nostra terra! Lei fa un’operazione scellerata che criminalizza un’intera regione di antichissima civiltà magnogreca! Lei – se ha prove e nomi – faccia denunce, non getti fango su una terra povera, nobile e fiera, altrimenti taccia!”.

21 03 2011
Salvatore Ruggiero

“Vivo in un paese brutto. Brutto, perché maltenuto; brutto, perché cresciuto disordinatamente – senza armonia; brutto, perché disseminato di case senza facciata; brutto, perché zeppo di stabili fatiscenti coi muri crepati.
E’ un vero peccato! Perché di sicuro non è stato sempre così. Un difetto di senso estetico, poco meno che generale, l’ha reso brutto; il disinteresse, l’egoismo e la sciatteria, di chi ha “comandato” per anni e della sua gente, hanno fatto il resto.
Io penso che alla sua nascita – mille anni fa – fosse molto diverso da com’è adesso. Anzi, sicuramente era diverso. Sicuramente era migliore. E, a suo modo, doveva pure essere bello. Posso immaginare com’era – senza sforzo. Se chiudo gli occhi le vedo ancora le sue case basse: paiono reggersi lungo il pendio scosceso, puntellate nella terra e nei sassi. Sembrano gatti che si reggono sul sofà con gli artigli ficcati nello schienale. Sono addossate, appiccicate una sull’altra, a modellare i minuscoli, caratteristici borghi, stipati di portici archi e loggiati, che conservano ancora il nome degli edificatori primordiali. Tutte di pietra viva e malta impastata a colpi di badile; tutte coi serramenti di quercia laccati al naturale. Li vedo ancora i suoi tetti coperti di coppi fatti a mano: tutti uguali nella forma, tutti diversi nei colori, estratti a caso dall’impasto di terracotta. Le vedo ancora le sue macere di pietra a segnare i confini delle proprietà – fuori del centro abitato e anche dentro. Appena spaccate, le pietre sono di un bianco abbagliante, quasi lunare; poi, col tempo e per le intemperie, diventano grigie – per accompagnarsi meglio alla tristezza del paesaggio circostante.”
Quello che avete appena letto è il brano iniziale della presentazione dell’autore – in pratica un’invettiva – de “Le stagioni della lattaia”. Il mio primo libro, che si pone a metà strada tra l’impegno antropologico di Minervino e la paesologia di Franco Arminio. Paesi diversi; regioni diverse: problematiche comuni. Purtroppo.

24 05 2012
Vincenzo Tedesco

Sto leggendo il libro di Minervino, molto aspro, a volte poetico, assolutamente onesto. Gli riconosco il coraggio di dire cose che di solito i calabresi non tollerano di udire. Ben vengano le sue descrizioni, le sue analisi, le sue denunce. Minervino è bravo e lo appoggio senza riserve.
Vincenzo Tedesco
classe 1971 Chieri (TO)
figlio di due calabresi della Locride

31 01 2013
Diego Verdegiglio

E’ per colpa di certi pseudo-letterati che la Calabria E’ LA CALABRIA….

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