Fermiamo, prima che sia troppo tardi, la lebbra che sta infettando la nostra gioventù

7 06 2009

UN COMMENTO SUL FENOMENO “BRANCO” MANIFESTATOSI A POLISTENA (RC) CON SUCCESSIVE CREAZIONI DI GRUPPI DI ODIO SU FACEBOOK DA PARTE DI GIOVANI CONTRO ALTRI GIOVANI CONDIDERATI DAL “BRANCO” COME “DIVERSI” (RAGAZZI IMMIGRATI, RAGAZZI ANTIMAFIA, RAGAZZI PRESUNTI OMOSESSUALI)

di Giovanni Pecora (*)

 

FacebookOsservo con molta preoccupazione, condividendola con le Autorità istituzionali in diverse occasioni, una sorta di arretramento costante e chiaramente percettibile del livello di accettazione condivisa dei valori morali, etici e civili di un sempre più consistente segmento di fasce giovanili nel nostro territorio. Ho l’impressione che, a causa di una serie di fenomeni che potremmo analizzare in specifici contesti che mi auguro si possano attivare, si sia spezzato quella sorta di canale educativo attraverso il quale storicamente si sono trasmessi, di generazione in generazione, i princìpi fondamentali che hanno fatto delle nostre popolazioni esempi e culla di civiltà nei secoli. E’ come avviene nelle malattie degenerative genetiche, laddove, ad esempio,  una piccola parte del Dna che da sempre presiedeva alla sintesi di un enzima improvvisamente smette di produrlo, causando così lo scatenarsi di fenomeni patologici. Bisogna comprendere bene, innanzi tutto, che non è fingendo di non vedere la malattia che questa può essere curata, anzi la bugia pietosa che tende a negare anche l’evidenza causa disgraziatamente che il soggetto ammalato, credendo di non esserlo, non cerca di curarsi e probabilmente va incontro a conseguenze molto più drammatiche della condizione iniziale, per cui chi nega la malattia non vuole il bene del malato, anzi diventa complice – consapevolmente o inconsapevolmente – della progressione della malattia fino alle sue estreme  e tragiche conseguenze.

Premesso ciò, non posso rimanere in silenzio davanti al degrado etico e morale che sta avviluppando sempre più numerosi giovani della nostra terra, e quindi anche della nostra città, laddove non si tratta più di indovinare i sintomi di una malattia latente ma iniziare a porre in essere cure efficaci ed immediate per fermare alcune manifestazioni sociali già estreme, che inducono a temere per prossime devastanti accelerazioni del fenomeno fino a trasformarsi in veri e propri episodi di criminalità.

Parlo di Polistena perché è la realtà cittadina che conosco direttamente, ma probabilmente la stessa analisi potrebbe valere per molte altre realtà urbane del nostro territorio: da tempo operano in città ben individuati gruppuscoli di giovani senza alcuna parvenza di civiltà umana, che evidentemente per loro sfortuna non hanno avuto né in ambito familiare, né scolastico, né in altri contesti sociali, alcun tipo di educazione alla legalità, alla civile convivenza, al rispetto umano e delle Istituzioni pubbliche.

Se così non fosse, cioè se non si fosse verificata questa terribile coincidenza di assenze educative, evidentemente dovremmo ammettere di trovarci di fronte a realtà personali sub-umane, e questo francamente mi lascerebbe ancor più disorientato.

In tempi normali questi individui sarebbero stati oggetto delle attenzioni preventive delle agenzie educative del territorio, e repressive degli organi dello Stato addetti a questo compito. Ma evidentemente non è più tempo di attenzione verso i giovani, presi tutti come siamo dalla frenetica attività quotidiana e dall’ipocrita speranza che ci sia sempre “qualcun altro” che pensa all’educazione dei nostri figli. Il problema è forse proprio questo, la deresponsabilizzazione collettiva verso quella che dovrebbe essere la più importante responsabilità umana, cioè educare le generazioni future. Così i genitori pensano di delegare la scuola, salvo poi attaccare ferocemente l’insegnante che ha “osato” porre dei freni inibitori al giovane abbandonato a se stesso, con il bel risultato che da un lato il ragazzo impara benissimo questa lezione, e cioè che nessuno deve osare porgli dei limiti educativi ed etici, e dall’altra che l’insegnante, già frustrato da un sistema scolastico che tutto è meno che premiante, spesso decide di chiudere uno e magari tutti e due gli occhi nella prossima occasione, visto l’andazzo.

Adesso ci accorgiamo che una lebbra sta infettando la nostra gioventù, e ce ne accorgiamo solo perché uno strumento pubblico, i social network come Facebook, ad esempio, fanno da cassa di risonanza e da amplificatore di fenomeni che avevano bussato già da anni alle nostre porte: infatti, proporzionalmente e rappresentativamente, gli stessi giovani che ieri sfogavano la loro asocialità magari deturpando i muri, o usandoli per i loro truci messaggi di morte, o si associavano per compiere “spedizioni punitive” ai danni di incolpevoli vetture da incendiare o pneumatici da tagliare, o approfittando delle campagne elettorali per devastare l’arredo urbano con l’affissione selvaggia di manifesti dei propri beniamini e la contestuale distruzione di quelli dei loro “nemici”adesso hanno trovato questo nuovo strumento chiamato Facebook per sfogare i loro più bassi istinti selvaggi, usando uno dei fenomeni socialmente più beceri e pericolosi: la creazione del branco. E come ieri ha scritto benissimo Gianluca Iovine su “Il Quotidiano della Calabria”, “sfogando quella voglia un po’ carogna di vincere in gruppo contro una persona sola … non conta chi o come sia il bersaglio, basta che un ragazzo da colpire esista”. E ce ne accorgiamo solo adesso? Possibile che siamo diventati talmente ipocriti da non ammettere, in realtà non incontrollabili socialmente come quelle di una piccola cittadina, che un ben individuato branco di para-malviventi, senza educazione e senza rispetto per niente e per nessuno, con un livello culturale inferiore allo zero, si è organizzato e con i suoi modelli negativi, mai finora seriamente contrastati, sta infettando settori sempre più estesi della nostra gioventù? E che tra le loro fila possono ormai trovarsi giovani che invece avevano avuto la fortuna di un’educazione familiare non assenteista e con genitori che avrebbero dovuto rappresentare ben più che un modello positivo per loro? Bene, se non ce ne eravamo accorti, ora non possiamo più fare come le tradizionali tre scimmiette “non vedo – non sento – non parlo”, perché il fenomeno ci è esploso sotto gli occhi, e sta assumendo livelli sempre più preoccupanti proprio per questo, e cioè perché Facebook ci permette di leggere i nomi ed i cognomi del branco, e non c’è bisogno di sociologi o di pedagoghi per comprendere chi sia l’untore e chi l’infettato, ammesso che abbia un senso ancora distinguere tra loro.

Tempo addietro si sono scatenati contro gli immigrati, creando un “gruppo” su Facebook che vomitava quantità industriali di odio razziale e luridi slogan xenofobi scopiazzati da naziskin e leghisti, con concetti che fino ad ieri erano assolutamente estranei alla nostra cultura ed alla nostra civiltà.

Poi è stata la volta di un giovane polistenese fondatore di un’associazione antimafia, che essendo ormai diventata una delle più importanti e conosciute realtà nazionali in questo ambito ha evidentemente scatenato una sorta di reazione anticorpale, e si è visto così “gratificato” non di uno, ma addirittura di quattro o cinque gruppi di odio su Facebook, probabilmente innescati da alcune sconsiderate e false dichiarazioni giornalistiche di un pubblico amministratore locale (i cattivi maestri, purtroppo, non mancano mai): basterebbe andare a leggere i nomi e cognomi dei giovani iscritti a quei gruppi di odio personale per vedere con orrore quanto si sia esteso come una lebbra questo contagio nella nostra città, con decine di giovani insospettabili che per quanto ne sapevamo frequentano ed animano addirittura da protagonisti l’attività parrocchiale. E quest’ultimo dato è indicativo sulla gravità del fenomeno “branco”, che quando parte, se non adeguatamente contrastato con fermezza, permette promiscuità che lasciano a bocca aperta per quanto siano moralmente inaccettabili.

Ed infine si è arrivati al caso della gogna elettronica per il giovane, a detta del branco, “diverso” perché omosessuale. E qui il cerchio si chiude. Con ferocia inaudita, addirittura con una bestemmia scritta in un “post” firmato con il proprio nome e cognome (“quando 1 è gay è gay!! e nn mi venite a dire k ho torto mannaia a d..!!” – il nome del Padreterno era proprio scritto per esteso, ma ho i brividi a persino a copiarlo, n.d.r.), il malcapitato viene circondato dal branco che sbava la sua animalesca entità. Chi sono? Nel momento in cui scrivo sono 44 ragazzi, alcuni dei quali presenti anche tra gli iscritti agli altri gruppi di odio di cui ho detto prima. Ho detto 44 ragazzi, ma avrei dovuto dire 44 esseri senza anima, come le bestie, e che dalle bestie feroci hanno mutuato la tecnica del branco. Mi dicono che la maggior parte di loro è minorenne. Forse che questa è una scusante? Per chi fosse di memoria appannata ricordo che esistono i carceri minorili, quindi anche il codice penale prevede forme di punizione per i minori. Arrivati a questo punto non sono più ammesse né ipocrisie né giustificazionismi di sorta. Se veramente i genitori di quei ragazzi si sono accorti della gravità della situazione, allora che intervengano immediatamente e con tutta la durezza necessaria, se non vogliono che i loro figli si trasformino, giorno dopo giorno, in veri e propri criminali: la linea di confine tra ciò che hanno fatto ed i reati veri e propri è ormai ridotta ad un filo invisibile, perché se una volta il branco colpiva vigliaccamente e nell’anonimato, permettendo all’aggregato di mantenere un’apparenza di pubblica educazione, adesso con Facebook questi ragazzi ci mettono i loro nomi e cognomi (e le loro foto). Ormai per loro, quindi, il Rubicone dell’illegalità è varcato, ed avendo già commesso pubblicamente una schifezza di questo livello nulla vieta, se non immediatamente stoppati da chi ne ha la responsabilità, che passino ad atti concreti.

Ed a quel punto spero che anche i giudici italiani comincino ad applicare la norma giuridica del diritto anglosassone che riversa interamente sui genitori dei minori la responsabilità oggettiva di quanto essi commettono contro la legge, obbligandoli a risarcimenti in sede civile e persino detenzione in sede penale. Perché questo merita chi lascia crescere i propri figli allo stato brado, come bestie.

Laddove invece le realtà familiari siano più complesse e problematiche, che le Istituzioni pubbliche si facciano carico di ogni più drastica determinazione, fino alla revoca della patria potestà sui minori.

E per i giovani maggiorenni, invece, si cominci ad applicare quel deterrente che in tutte le società civili si chiama “reato perseguibile d’ufficio”, con tutte le conseguenze penali che ciò comporta.

E non ci si sogni di maledire internet o Facebook o quant’altro: questi sono solo strumenti tecnologici, e come tutti gli strumenti non sono di per sé né buoni né cattivi, essendo buono o cattivo solo l’uso che ne facciamo. La stessa pistola, tanto per fare un esempio concreto, può essere strumento di difesa della legge in mano ad un Carabiniere o Poliziotto, o di offesa della legge in mano ad un delinquente.

Per concludere desidero non solo esprimere la solidarietà di prammatica alle vittime di questi episodi delinquenziali, ma offrire anche concretamente l’assistenza legale e tecnologica gratuita per porre in essere tutte le procedure per far chiudere questi gruppi di odio, come già abbiamo fatto con successo in passato. Gli interessati si rivolgano all’Amministrazione Comunale che certamente ci inoltrerà le eventuali richieste. Se non cominciamo tutti a rimboccarci concretamente le maniche per fare pulizia, senza ammiccamenti ed indulgenze da appartenenza, da questa sporca palude non ne usciremo fuori, anzi, rischiamo di annegare nel suo putridume.

  

(*) Presidente Consulta per la Cultura del Comune di Polistena, docente d’informatica ed esperto in web communication

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