Mangiardi, Spadaro e De Masi: il 9 gennaio la Giustizia di Lamezia e Reggio rivoluzionerà il calendario calabrese?

3 01 2009

 Rocco Mangiardi, Pino Spadaro e Nino De Masi: il 9 gennaio la Giustizia a Lamezia e Reggio può rivoluzionare il calendario calabrese

 Altro che Befana! D’ora in poi la prima ricorrenza dell’anno, in Calabria, rischia di essere il 9 gennaio. Dipende tutto da cosa succederà in due aule di Tribunale. Una a Lamezia e l’altra a Reggio Calabria.

Andiamo con ordine. Il 9 gennaio a Lamezia – capitale mancata della Calabria ma tra le capitali della ‘ndrangheta a tutti gli effetti – si terrà l’udienza di un processo storico: per la prima volta un piccolo imprenditore, Rocco Mangiardi, si troverà di fronte agli uomini che accusa di estorsione, tra i quali Pasquale Giampà, volto noto alla Giustizia.

La tensione è alle stelle tanto che Pino Spadaro, il presidente della sezione penale del Tribunale – un uomo che ha preso il posto di Salvatore Murone, trasferito a Catanzaro, un collega che Luigi De Magistris ama come si potrebbe amare un attacco di appendice fulminante nel giorno di Ferragosto – da mesi è oggetto di intimidazioni e minacce.

Da mesi sapevo che questo giudice era nel mirino della ‘ndrangheta. Sia ben chiaro: come ce ne sono tanti. Alcuni per il senso del dovere verso la Giustizia, altri, a mio giudizio, per lo spiccato senso del dovere verso la ‘ndrangheta o verso la massoneria deviata. Che nelle logge calabresi coperte spesso si sposano per fare affari. O veramente credete che in Calabria non ci siano magistrati corrotti o collusi nei confronti dei quali le cosche chiedono sempre di più fino a minacciarli di morte? Veramente credete che dietro alcuni giganti dell’antimafia parolaia della magistratura non si celino i fili invisibili delle cosche? Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò!

Bene di questo giudice – di cui, ripeto, da mesi sapevo i rischi che correva ma di cui non ero mai riuscito ad occuparmi, preso come sono da decine di inchieste sulla criminalità organizzata – ho scritto il 2 e il 3 gennaio sul Sole-24 Ore. Per una strana coincidenza: una telefonata (non posso svelare ovviamente di più) ricevuta ancora al giornale qualche giorno prima, mi aveva fatto saltare sulla sedia. Si parlava di un attentato fallito il 24 dicembre per motivi improvvisi. Appunti ben impressi nella mente e via.

Prendo sempre in considerazione tutto – anche le denunce anonime – e quelle poche volte che non l’ho fatto l’ho rimpianto. Ricordo a esempio una serie di lettere anonime su alcuni strani investimenti in Calabria fatti grazie ai fondi della legge 488. Persi le lettere nel trasferimento dalla vecchia alla nuova sede del giornale e qualche mese dopo lessi sui giornali cose che…avevo già letto! Pazienza.

E allora giù a indagare – come deve fare ogni buon giornalista – chiamando Prefettura, Questura, poliziotti, fonti confidenziali, amici giornalisti oltre ovviamente lo stesso Spadaro.

La notizia andava verificata e contestualizzata e per questo mi sono messo a leggere molto su quel processo che si stava celebrando nel silenzio dei media nazionali, nonostante il Comune si fosse costituito parte civile, al pari delle associazioni antiracket. Su quel processo e su altri che Spadaro ha condotto o condurrà.

Le seconde perché direttamente coinvolte come parti lese: meglio sentirle dopo. Così come era meglio sentire il sindaco dopo aver dato la notizia. E così faccio nel pezzo uscito oggi, 3 dicembre. Il giorno prima le voci erano quelle del Prefetto di Catanzaro, Sandro Calvosa e del capo della squadra mobile di Catanzaro, Francesco Rattà: due gran persone! A loro il mio grazie da cittadino.

E gli avvocati? Perche gli avvocati no? Beh mettiamola così: dei professionisti calabresi in genere mi fido come potrebbe fidarsi di un serpente velenoso un domatore di pulci in un circo. E per chi abbia voglia di leggere qualcosa su questo blog attinente all’argomento che sto trattando, beh si vada a vedere ciò che ho scritto il 27 ottobre.

Per farla breve: ne scrivo in questi due giorni con dovizia di dettagli, rubati a destra e a manca con mestiere da coloro che avevo sentito (del resto sono solo 25 anni che faccio il giornalista) e scoppia il finimondo. Scrivo che probabilmente il magistrato da uccidere era proprio Spadaro. Scrivo anche che Gerardo Dominijanni, pm di quel processo, era ed è a rischio.

Scrivo molto ma non tutto. Non scrivo – a esempio – che due testate giornalistiche, alcune settimane fa avevano ricevuto una lettera anonima dettagliata che preannunciava i rischi che correvano questi magistrati. Al punto che la Procura di Salerno (questo però l’ho scritto cari amici di blog) sta indagando. Una lettera anonima che mi è stata letta per telefono e che è stata depositata da tempo da ambo le testate giornalistiche presso le Autorità giudiziarie: quando l’ho ascoltata sapete che idea mi sono fatto? Che fosse stata scritta da qualche manina interna agli uffici giudiziari o giù di lì. Mi sbaglierò, per carità, ma il fiuto di un giornalista difficilmente sbaglia. Certo non è infallibile, ma due più due fa quasi sempre quattro.

Non scrivo – tanto per citare un altro esempio – che Spadaro ha anche uno strascico dell’inchiesta Poseidone (si quella tolta a De Magistris, incentrata su una serie di truffe legate ai depuratori calabresi, con la solita regia malandrina del comitato di affari che in questa terra mangia tutto). Insomma: di motivi per colpirlo la ‘ndrangheta ne avrebbe o no?

Rimango colpito dal silenzio degli altri media nazionali su questa vicenda (e con loro i politici parolai) ma questa è un’altra vicenda. Così come un’altra impressione mi ronza per la testa: che la stampa locale (apparte pochissime, lodevoli eccezioni) sta quasi sempre alla larga dalle vicende delicate o potenzialmente pericolose. Vi domando amati amici di blog: ma vi pare possibile che quelle cose le conoscessi solo io e dunque ne abbia scritto solo io, che sto a Milano, e chi sta a Catanzaro no? Ma mi faccia il piacere, ridirebbe Totò!

E silenzio per silenzio, veniamo al secondo motivo per cui il 9 gennaio potrebbe essere una data da inserire nel nuovo calendario calabrese. Quel giorno a Reggio Calabria si celebrerà l’appello di un altro processo storico: quello che vede sul banco degli imputati una serie di istituti di credito accusati di aver praticato tassi da usura nei confronti di un imprenditore di Rizziconi, Antonino De Masi. In primo grado, a Palmi, nonostante non siano stati individuati nomi e cognomi colpevoli dei tassi di usura praticati (chissà perché in Italia le responsabilità delle banche sono sempre oggettive e mai soggettive), il reato è stato chiaramente individuato (e potrete leggere degli stralci sotto).

Ora, chi segue le mie inchieste sul Sole e le mie trasmissioni su Radio24, sa perfettamente che ho seguito passo dopo passo la storia di questo imprenditore che, tanti anni fa, “chiuse per mafia” per poi riaprire dopo aver preso metaforicamente a calci nel sedere le cosche.

E’ un omone con un bel volto calabrese: gioviale e sorridente. Ha avuto però il coraggio – negli anni – di fare insieme due cose che nella Piana di Gioia Tauro sono praticamente impossibili: mandare avanti l’azienda tra mille difficoltà (esporta in mezzo mondo macchine agricole) e denunciare la malavita. Non solo: ha avuto il coraggio di denunciare le banche e di aiutare una cooperativa che coltiva sui terreni confiscati alle cosche della Piana: che goduria amici!

Bene, quest’uomo, questo imprenditore che dice no a cosche e denaro caro, il 9 gennaio si ripresenterà in un aula di Tribunale. E – vista l’aria che tira – ha deciso di scrivere una lettera. A chi? Lo potete leggere voi di seguito.

Due battaglie, a Lamezia e Reggio Calabria, che vanno sostenute. Ho promesso agli interlocutori del caso lametino – Prefetto e capo della mobile di Catanzaro, magistrati, associazioni antiracket e amici – che avrei continuato a seguire la vicenda e tenere i riflettori accesi con tutti i mezzi che ho a disposizione: giornale, radio e blog. Lo stesso ho promesso a De Masi. Bene: con questo post continuo a mantenere le promesse. Alle prossime puntate adorati amici di blog!

roberto.galullo@ilsole24ore.com

 

 

 

 

All’Ill.mo Presidente della Repubblica

                On.le Giorgio Napolitano

 

All’Ill.mo Vice Presidente del CSM

                On.le Nicola Mancino

 

All’Ill.mo Presidente della Corte di Appello di Reggio Calabria

                Dott. Luigi Gueli

 

All’Ill.mo Procuratore Generale di Reggio Calabria

Dott. Giovanni Marletta

 

 

 

 

 

Illustrissime Eccellenze

 

Il 9 di Gennaio inizierà presso la Corte di Appello di Reggio Calabria il procedimento nr. 624/2008 Reg. Gen. App.    che vede imputati i vertici di alcuni dei maggiori istituti di credito italiani per il reato di usura.

La sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Palmi il 08.11.07 nr.

1732 ha

  confermato l’esistenza del reato, elemento oggettivo, ma non ha individuato negli imputati i colpevoli, in quanto nel corso del dibattimento i Presidenti hanno affermato che le responsabilità di decisione dei tassi, che sono il mezzo attraverso il quale le banche ottengono i propri enormi introiti, erano in capo ad altri soggetti, i direttori generali.

 

A tale sentenza

la Procura Generale

ha proposto appello, con un provvedimento dai contenuti molto forti; per comprendere la durezza degli stessi basta qui riportane alcuni brevi stralci:

 

 

 

 

<< Il c.d. processo alle banche, che è stato discusso presso il Tribunale Penale di Palmi, non ha una valenza suggestiva, bensì storica e, contestualmente, sicuramente giuridica. Sotto il primo aspetto, non può non ricordarsi che si tratta della prima sentenza in Italia con cui è stata riconosciuta ufficialmente l’usura perpetrata dalle banche nei confronti di propri clienti. Certamente, quanto accertato dai giudici di Palmi è una disfunzione gravissima che, certamente, comporta un distacco pesantissimo tra il sud ed il resto dell’Europa, impedendo, di fatto, la possibilità di svolgere una corretta attività economica…..>>

<< Ebbene, la decisione emessa dal Tribunale di Palmi non lascia spazio ad ulteriori argomentazioni: nel meridione gli Istituti di Credito approfittano dello stato di debolezza del tessuto sociale, di quello economico, della classe politica e della quasi assenza delle istituzioni, per azionare quei meccanismi, a volte illegittimi e spesso illeciti, che gli consentono di ricevere il massimo dei ricavi. …….. omissis………Una situazione, sicuramente, insostenibile che non può oltre essere ignorata sia dalla politica locale, che da quella nazionale ed europea, ma soprattutto dalla magistratura: consentire il depauperamento di tale territorio potrebbe vuol dire rafforzare la mafia e le illegalità diffuse.>>

<<Si comprende, che una valutazione obbiettiva delle funzioni dei vertici e degli esecutori avrebbe portato ad una decisione, certamente, diversa, che con ogni probabilità avrebbe sconvolto l’attuale sistema bancario italiano. Il Tribunale, forse, non ha avuto il coraggio di superare il dato formale ed emettere una sentenza forte dei contenuti e delle responsabilità, che, sicuramente, non possono essere negate per quanto sopra riferito (salvo prova del contrario che allo stato non c’è).>>

Questo procedimento, con i forti e drammatici fatti evidenziati, ha dimostrato concretamente che gli istituti di credito praticano al sistema economico calabrese tassi da usura, e come tali condizioni creditizie hanno ripercussioni drammatiche su tutta l’economia e la società civile della nostra regione.

 

 

E’ difatti impensabile che la nostra economia, resa già fragile dai forti gravami esistenti, dovuti a decenni di arretratezza infrastrutturale ed alla forte aggressione criminale, possa in qualche modo sopravvivere con la presenza di questo sistema di gestione del credito che finisce per dare il colpo di grazia alle nostre imprese, impedendo loro di fatto di poter essere competitive sul mercato.

Nel corso di questi otto lunghi anni di battaglie legali ho sempre denunciato tali sopraffazioni, ho detto e scritto a tutti che le mie imprese hanno resistito alla mafia, ed ora rischiano di morire a causa dei soprusi delle banche.

Ora, dopo aver ottenuto da un Tribunale della Repubblica una sentenza che riconosce l’esistenza dell’usura praticata dalle banche ai danni delle mie aziende e della mia famiglia, mi trovo alle porte di un processo di appello che mi vedrà contrapposto al gotha della finanza.

La mia vita lavorativa, e non da oggi, si è sempre basata sul rispetto di regole e leggi; lo Stato, le Istituzioni ed i principi della legalità sono state la forza e la motivazione per andare avanti, resistendo per decenni alla dura e violenta aggressione della criminalità che ha tentato di distruggere il frutto di oltre cinquanta anni di lavoro.

Per me, la mia famiglia ed i miei dipendenti, che sono 280 e che da decenni con me lavorano, i principi della dignità e del reciproco rispetto sono capisaldi imprescindibili, ed allo stesso modo lo è l’uguaglianza degli uomini di fronte alla legge al di là “della ricchezza e del potere” da essi detenuti.

E’ con tale spirito che alla legge ed alla giustizia mi sono sempre rivolto e confidato, attendendone i lunghissimi tempi, ma nutrendo in esse massima fiducia, da uomo, da cittadino e da cattolico. La mia vita, la mia storia di uomo e di imprenditore, i sacrifici di una vita, sono messi in gioco sul tavolo di questo procedimento, confidando ancora, come sempre fatto, nella nobiltà della Giustizia.

Non posso però fare a meno di pormi delle domande quando apprendo dagli organi di informazione, e ciò accade sempre più spesso, fatti e circostanze nei quali i valori assoluti della giustizia e dell’eguaglianza, sono messi in discussione dai potenti di turno.

Citando quanto riportato sulla stampa un illustre economista (prof. Mario Monti) ha affermato che le banche sono il governo occulto del paese; ciò, oltre ad aver preso atto di quali degenerati comportamenti le banche ed i banchieri si sono resi protagonisti,  francamente mi sconvolge e mi induce a rivolgermi alle Signorie Vostre Ill.me, con lo spirito di un cittadino che chiede giustizia, al fine di invocare la Vostra massima attenzione su tale procedimento, affinché i giudici possano decidere in tutta tranquillità senza essere turbati da sicuri tentativi messi in atto da particolari “lobby” di potere per tentare di condizionare lo svolgimento del processo che ha acquisito notevoli significati non solo per me ma per tutta l’economia del sud Italia (vi è nel processo la costituzione di Parte civile della

Regione Calabria e

dei comuni limitrofi, oltre alle manifestazioni di solidarietà di tutte le organizzazioni Sindacali Regionali; nel procedimento d’Appello vi sarà inoltre la forte e significativa costituzione, quale parte civile, di Confindustria Calabria).

 

Chiedo scusa se mi permetto di chiedere e dire ciò, però non voglio e non posso permettermi di morire di giustizia o di mala giustizia; chiedo solamente che venga garantita l’imparzialità vigilando affinché il procedimento che si aprirà a Reggio Calabria possa essere condotto nel Nome del Popolo Italiano e nella garanzia del principio assoluto che la legge sia uguale per tutti.

Vi ringrazio a nome mio, della mia famiglia, dei miei dipendenti e di quei tanti ed operosi calabresi che vivono una terra difficile e martoriata.

 

Con ossequiosi saluti

 

 

 

 

Antonino De Masi

 

 

 

 

 

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