DOSSIER TRUFFA ALL’UE IN CALABRIA/2 I soldi “distratti” dai Vecchio: i finanziamenti pubblici in prestito agli imprenditori del “Porto degli Ulivi”

23 11 2008

La Calabria delle frodi

Conti correnti bancari, il giro di assegni e i versamenti alle aziende del gruppo. Un milione di euro a testa restituito due anni dopo, fu elargito a De Marte, Inzitari e Vasta

di GIUSEPPE BALDESSARRO per il Quoridiano della Calabria

REGGIO CALABRIA – I soldi pubblici finivano in mille rivoli. Giravano di banca in banca, sui conti delle diverse società riconducibili alla famiglia Vecchio. E, un paio di volte, sono stati prestati ad altri imprenditori. In ogni caso, per la Guardia di Finanza che indaga sulla truffa da 30 milioni di euro, sono stati «distratti», dalla loro finalità. Dovevano servire alla produzione delle piastrelle e invece finivano nel mare magnum di interessi economici e imprenditoriali dei Vecchio. Tra questi anche quelli che ruotavano attorno alla realizzazione del “Porto degli Ulivi”, il centro commerciale di cui era socio Pasquale Inzitari, l’esponente dell’Udc, in galera dalla scorsa primavera per una storia di ‘ndragheta.
Per gli inquirenti che hanno condotto l’operazione “Symposium”, «le somme di denaro derivanti dall’accredito della prima quota di contributo pubblico concesso alla “Vecchio prodotti in ceramica” per il
programma di industrializzazione, sono state utilizzate per fini diversi da quelli per i quali sono state concesse».
Più di 4 milioni e 300 mila euro sarebbero stati utilizzati in maniera ingiustificata.
Tanto per iniziare la società ha concesso “un prestito” di 2 milioni e 300 mila euro a Giuseppe Vecchio,
che se è vero che è stato restituito, secondo gli investigatori, «non ha fruttato alcun interesse». Altri soldi
(700 mila euro) sono andati, «a fronte di nessuna operazione commerciale sottostante », alla Tourist Residence (sempre dei Vecchio).
E, analogamente, 608 mila euro sono stati incassati dalla Conglomerati cementizi e bitumi srl, riconducibile
agli stessi imprenditori di Rosarno.
Nella carte, tuttavia, appare un prestito di oltre 511mila euro, prelevati da Giuseppe e Domenico Vecchio
attraverso l’iniziale corresponsione di un finanziamento personale in favore di Fortunato Ferdinando De
Marte. Un imprenditore socio per un terzo della “Devil Spa”, società proprietaria del “Porto degli Ulivi”.
Interrogato dagli investigatori, De Marte ha fornito spiegazioni che svelano alcuni retroscena sulla costruzione del centro commerciale.
Nel 2004 la “Vecchio costruzioni generali”, riceve incarico dalla Devil per la costruzione del complesso
di Rizziconi. Opere per quasi 30 milioni di euro.
Nel 2005, De Marte deve partecipare per la sua parte all’aumento di capitale della Devil, ma le banche rispondono picche. Per questo l’imprenditore si rivolge ai Vecchio e da essi riceve il prestito.
Racconta De Marte: «Nei primi mesi del 2005, insieme a Pasquale Inzitari e a Rosario Vasta, mi recai
presso gli uffici di Rosarno dell’impresa Vecchio, nei quali incontrai Giuseppe e Domenico Vecchio. In quella
sede concordammo un prestito di circa un milione di euro cadauno, a fronte dei quali i soci della Devil si impegnavano con una sottoscrizione di cambiali di pari importo. Il tasso di interesse per il prestito fu stabilito nella misura del 3-4% annuo ».
Pochi giorni dopo, sui conti dei tre imprenditori della piana di Gioia Tauro arrivarono i soldi, denaro che fu girato alla Devil a titolo di finanziamento da parte dei soci. Nel 2007 il prestito fu naturalmente restituito.
«Appare evidente – si legge nelle carte dell’inchiesta sulla truffa – che i responsabili della “Vecchio prodotti
in ceramica”, abbiano utilizzato in maniera impropria il denaro ricevuto quale contributo pubblico». Circostanze che fanno il paio con le vicende legate all’impiego di decine di professionisti chiamati a titolo di esperti, consulenti e studiosi del settore.
Gente che sottoscriveva contratti senza svolgere alcun lavoro oppure ricevendo compensi di gran lunga inferiori a quelli dichiarati.
Da questo punto di vista l’inchiesta ha evidenziato come, in molti casi, i corrispettivi venivano consegnati
in minima parte attraverso assegni e in larga misura in contanti. Il denaro contante non lascia tracce, o almeno non ne lascia di facilmente rintracciabili. Ed è per questo che l’imperativo era quello di far girare pochi soldi, ma un sacco di carta.
Il contante arriva nelle banche, ma è difficile dimostrare da dove provenga. Un caso emblematico è quello
scoperto dai finanzieri relativamente al conto corrente del professore Alfonso Nastro, indicato come uno dei
protagonisti della truffa. Bene, sui conti del docente dell’Unical si sono registrati numeri depositi di
contante, ma da dove arrivavano quei soldi?
Ci sono però pochi eccezionali episodi in cui sono stati versati assegni che arrivavano da alcuni ricercatori
e in 4 casi “girati” al coordinatore della ricerca da altri docenti stranieri.
“Girate” che, secondo gli investigatori, potrebbero essere state falsificate.
Complessivamente sui conti dei Vecchio, sia quelli privati che quelli delle aziende, di denaro ne girava
tantissimo, anche in ragione delle molte attività imprenditoriali di cui sono titolari.
Non bisogna dimenticare che i Vecchio sono considerati imprenditori di primissimo piano della Piana di Gioia Tauro e non solo.
Assolutamente legittima quindi anche la mole di interessi economici.

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Imbrogliavano anche gli “incapaci”

REGGIO CALABRIA – Alle truffe comunitarie, agli imbrogli, ai raggiri, la Calabria era abituata.
Le cronache dell’ultimo decennio sono piene di storie di imprenditori professionisti senza scrupoli, disposti a tutto pur di realizzare guadagni illeciti.
Tuttavia uno dei capi d’imputazione contenuto nell’ordinanza “Symposium” lascia senza parole.
Alcuni degli ideatori della truffa, tra l’altro, sono infatti indagati con l’accusa di “Circonvenzione di persona incapace”.
Si tratta di un giovane che «non ha eseguito alcuna prestazione professionale nei confronti della “Vecchi prodotti in ceramica” », anche perché «non era in grado di svolgere l’incarico commissionato dalla società nel contratto di lavoro a progetto».
Un’invalidità riconosciuta al 75%, il ragazzo risulta però tra le persone chiamate a prestare la propria opera e sarebbe stato sui cantieri di Candidoni, in provincia di Reggio Calabria, per 266 ore. Il coinvolgimento del
ragazzo è stato raccontato ai finanzieri dal padre e si trova nelle pagine dell’ordinanza disposta dal gip su richiesta del pm reggino, Maria Luisa Miranda.
«Nei primi mesi del 2006 mi recai con mio figlio, il professore Alfonso Nastro e ad altre persone che non conoscevo, presso lo stabilimento della “Vecchio prodotti in ceramica”, ove mi fu presentato l’ingegnere Vecchio, responsabile della stessa. Mi fu spiegato per grandi linee che sia io che mio figlio avremmo partecipato ad un programma di ricerca, nonché mi fu detto che sarei stato contattato dal professore
Nastro, che mi avrebbe detto cosa avrei dovuto fare in concreto.
Mi fecero firmare un contratto di lavoro a progetto e mi dissero di rimanere in attesa di successiva
chiamata».
Insomma la solita storia, più volte riscontrata nei racconti dei tanti ragazzi coinvolti nell’operazione. E come accaduto in altre circostanze anche in questo caso il compenso percepito è risultato essere inferiore a quello
pattuito: 6 mila e 600 euro invece dei 13 mila e 368 spettanti.
Ma questa volta c’è di mezzo una persona con grossi problemi psichici e fisici.
Tra le testimonianze raccolte dagli investigatori vi sono molte di persone che hanno ammesso in qualche misura le proprie responsabilità.
Altre che hanno denunciato i raggiri a cui sono stati sottoposti. Ma c’è pure chi ha negato l’evidenza, nel tentativo di salvare se stesso e, forse, anche i propri datori di lavoro.
Così ora si è beccato una denuncia per “favoreggiamento personale”.
È il caso di Giuseppe Meligrana, «l’unico dei dipendenti ascoltati per sommarie informazioni che non ha ammesso di non avere lavorato per conto del progetto».
Il signor Meligrana doveva fare una ricerca su internet su alcuni componenti per la progettazione delle piastrelle. Bene, ecco come ha spiegato la sua ricerca agli uomini delle forze dell’ordine: «Circa le ricerche che facevo mi limitavo ad inserire sul motore di ricerca Google, le parole “ceramica”, “argilla” o altre
prodotti di cui mi chiedevano l’ingegnere Vecchio o le persone dell’università di Cosenza». Alla faccia della ricerca.
Inutile dire che gli esperti del nucleo antifrode non hanno creduto all’uomo anche perché lo stesso ha dichiarato di lavorare presso lo stabilimento di Candidoni, mentre in realtà era si al lavoro, ma presso il villaggio turistico “La Pace”.
Come testimoniato dalla corposa documentazione sequestrata nella struttura turistica, compreso i fogli di presenza del personale. Dai quali si è scoperto che Meligrana era un dipendente, puntuale e presente.
g. b.

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