DOSSIER TRUFFA ALL’UE IN CALABRIA/1 L’incredibile prof. Nastro , le industrie Vecchio e uno dei tanti modi per distruggere l’immagine della Calabria e la speranza dei nostri giovani

23 11 2008

La Calabria delle frodi

Tutto in famiglia per Nastro: I tre figli del docente dell’Unical coinvolti nell’inchiesta della Finanza sulla truffa alla 488. Nell’inchiesta affiorano i nomi di Anna, Valentina e Francesco coinvolti nell’operazione dal padre. Gli inquirenti stanno valutando le singole posizioni, avviso di garanzia al ragazzo

di GIUSEPPE BALDESSARRO per il Quotidiano della Calabria

manetteREGGIO CALABRIA – Alfonso Nastro amava la propria famiglia, al punto da coinvolgere i tre figli nella truffa ai danni dell’Unione Europea, scoperta dalla Guardia di Finanza di Catanzaro.
Il docente di Arcavacata, ritenuto dalla procura di Reggio Calabria, «uno dei protagonisti principali» dell’imbroglio da oltre 30 milioni di euro, aveva chiamato attorno a se la prole. Così, nelle indagini condotte dal pm Maria Luisa Miranda, i nomi di Valentina,  Anna e Francesco, appaiono a più riprese.
Tanto che gli inquirenti stanno cercando di stabilire le singole responsabilità.
Per capire cioé se vadano considerati, eventualmente, vittime anch’essi del padre, oppure complici, più o meno consapevoli. Allo stato, tra gli indagati  risulterebbe esserci il solo Francesco Nastro, studente che all’epoca dei fatti (si parla del 2006), poco più che un liceale, fu chiamato tra i consulenti esperti.

Il meccanismo della truffa, che ha portato all’arresto di Giuseppe Vecchio, Luigi Vecchio e Domenico
Vecchio) era abbastanza semplice.
Il progetto prevedeva un finanziamento da 26 milioni di euro, di cui oltre sei milioni per la ricerca e gli
studi relativi ai materiali edili per realizzare delle piastrelle. Il resto doveva servire per attivare i meccanismi
di produzione. Insomma, una fabbrica in piena regola.
Un Pia (Pacchetto integrato agevolazioni innovazione) ideato da ricercatori, dottorandi e studenti
dell’Unical, guidati dal professor Nastro. Un’operazione che in realtà avrebbe fruttato milioni soltanto
per gli imprenditori ed i loro complici, visto che la produzione, prevista in uno stabilimento di Candidoni,
in provincia di Reggio Calabria, non è mai partita.
Nelle carte dell’inchiesta si legge di «un sofisticato meccanismo di frode, ideato dai responsabili della società beneficiaria del contributo e dal docente del dipartimento di Pianificazione». I soci della Vecchio srl
fornivano documenti falsi riguardo alla fattibilità del progetto proposto, gonfiavano i costi sostenuti per
avviarlo, e manomettevano le date di conclusione del programma di ricerca e di pagamento delle relative
spese.
Insomma, il famoso castello di carta costruito sul nulla, di cui si è detto nei giorni scorsi.
Il docente universitario, scrivono i magistrati, «avrebbe imposto a diversi studenti e ricercatori la
sottoscrizione di documenti non veritieri e, talvolta, estorto parte del compenso da loro percepito».
Insomma l’obiettivo era quello di fatturare a più non posso. Per questo sono stati stipulati decine e decine
di contratti di consulenza a studenti, ricercatori, dottorandi, professionisti e docenti universitari.
Contratti fasulli in molti casi e gonfiati a dismisura in altri. Visto che alcuni degli studiosi e professionisti
coinvolti hanno detto di non aver mai lavorato ad alcuna ricerca, mentre altri pur ammettendo di averlo fatto in qualche misura hanno dichiarato di aver percepito somme di gran lunga inferiori a quelle dichiarate dai vertici della “Vecchio”.
E tra questi contratti stilati ad hoc, spuntano alcuni intestati, appunto ai tre figli del professore Nastro.
Parcelle per decine di migliaia di euro. E sulla questione sono stati sentiti i diretti interessati.
Secondo quanto emerso, Anna e Valentina, una geologa e l’altra laureata in giurisprudenza, avrebbero
ammesso di aver percepito alcune somme di denaro, ma non quelle per le quali avrebbero firmato.
Insomma poche migliaia di euro, a fronte di compensi complessivi ben più consistenti.
Insomma le ragazze, sottolineando di non aver certo lavorato il numero di ore che invece risultano agli
atti – ma molto di meno – potrebbero essere considerate, come è allo stato, non essendo indagate, vittime. In altri termini sarebbero cadute in errore dalla presenza “rassicurante” del padre.
Posizione diversa quella del più giovane Francesco.
Il ragazzo, durante gli interrogatori, non avrebbe convinto i giudici. Arrivando a ritrattare anche alcune
affermazioni. Di certo c’è che, essendo una giovane di matricola, appena iscrittasi all’università, i
magistrati non credono al fatto che sia stato chiamato dalla Vecchio per le sue particolari doti professionali,
anche se per l’azienda doveva produrre solo una  serie di disegni, tutto sommato elementari.
Tra l’altro pare che le dichiarazioni  di Francesco siano state particolarmente vaghe, anche su compensi
ricevuti (ammesso che li abbia ricevuti) e che in ogni caso nel suo complesso non coincida il monte orari lavorativo e che non sia stato in grado di descrivere i propri compagni di lavoro, anche se, in linea teorica li avrebbe frequentati per almeno un paio di settimane.
Una grana bella e buona in casa Nastro, che, se anche avesse una spiegazione logica, non è così parsa
all’esito degli interrogatori, fatti alla presenza degli esperti uomini del colonnello Giovanni Domenico
Castriglianò.

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GLI INDAGATI
«Professore, un contributo per il laboratorio»

REGGIO CALABRIA – Sono tanti gli indagati dell’inchiesta sulle truffe all’Unione Europea su cui stanno indagando la procura di Reggio Calabria, quella di Palmi e, con un ulteriore stralcio, quella di Cosenza.
Nei giorni scorsi, oltre all’arresto di Domenico, Luigi e Giuseppe Vecchio, imprenditori delle omonime
aziende si era detto dell’avviso di garanzia inviato ai professori Alfonso Nastro e Domenico Grimaldi.
Da ieri iniziano a spuntare altri nomi, che a vario titolo e con responsabilità diverse sarebbero coinvolti
nella truffa che avrebbe dovuto fruttare diverse decine di milioni di euro agli imprenditori coinvolti.
Nell’elenco c’è di certo il nome del figlio di Nostro, Francesco. Ci sono anche altri componenti della famiglia
Vecchio, come Elisabetta e Rita.
E fanno parte del gruppo alcuni dipendenti dell’azienda, utilizzati per portare a termine alcune operazioni
bancarie.
Fonti investigative hanno fatto sapere che per gonfiare le fatture di consulenze e studi, molto spesso
mai realizzati, gli organizzatori della truffa utilizzavano interi gruppi familiari.
Da qui la decisione di indagare sulle posizioni di Marcella, Francesco e Loredana Beltrano, tutti imparentati
tra loro a cui si aggiungerebbe il marito di una delle due donne.
Tutti avrebbero attestato di aver svolto attività di studio e ricerca inerente al progetto, anche se nella
realtà alcuni di essi non lo hanno mai fatto. Certificando tuttavia di aver ricevuto compensi per decine di miglia di euro che noon hanno mai percepito se non in formaminima.
E tra le persone raggirate anche un docente universitario belga.
L’uomo che aveva rapporti con Nastro aveva sottoscritto un contratto per svolgere delle ricerche specifiche in almeno due occasioni.
Alla firma aveva anche ricevuto piccole somme di danaro in contanti.
Nonostante chiedesse a Nastro di iniziare nel suo lavoro, questi gli avrebbe continuato a dire di non
preoccuparsi, che al momento opportuno sarebbe stato lui stesso a spiegargli il tipo di attività da svolgere.
Attività che di fatto non hanno mai avuto luogo.
Il docente straniero (ma non sarebbe l’unico coinvolto, tra i raggirati vi sarebbero infatti anche dei
professori rumeni e ungheresi) aveva anche notato che il corrispettivo ricevuto era inferiore a quello
pattuito con tanto di firma. Fatto cha Nastro avrebbe giustificato dicendo che parte del compenso dei ricercatori veniva utilizzato per le spese di laboratorio.
La cosa, pur sembrando strana al belga, non lo preoccupò più di tanto, visto che anche nel suo paese di
origine si trattava di una prassi consolidata.
Secondo quando affermato dallo studioso straniero, infatti, nel suo paese si usa fare una sorta di “cassa
in nero”,da utilizzare proprio per le spese interne ai laboratori di ricerca.
Altro elemento che in questo senso emerge in alcune delle testimonianze acquisite dalla Guardia di
Finanza, confermata dagli stessi autori delle dichiarazioni, il fatto che nastro era usare un linguaggio
tipico per la riscossione di parte del denaro appena consegnato ai ricercatori.
Quella che per i magistrati potrebbe essere una tangente, veniva definito «regalino per le spese», oppure «contributo».
Terminologia che nella sostanza significava che i ragazzi e i professionisti oltre ad essere sottopagati,
erano anche obbligati a vere e proprie tangenti.
g. b.

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