Mafia, un’impresa da 130 miliardi

12 11 2008

Solo sul ramo commerciale la criminalità muove capitali pari a cinque manovre finanziarie
Confesercenti denuncia: «Quanto è florida la “Mafia Spa”

dal Quotidiano della Calabria del 12/11/2008

ROMA – Ha fatturato, solo quest’anno, circa 130 miliardi di euro, con un utile che sfiora i 70 miliardi al netto degli investimenti e degli accantonamenti: è la floridissima “Mafia spa” (cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita). Una vera e propria holding company: il solo ramo commerciale della criminalità
mafiosa che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro, una cifra intorno al 6% del Pil nazionale, pari a quasi 5 manovre finanziarie. Sono i dati più significativi del rapporto “SOS Impresa” di Confesercenti, presentato ieri a Roma alla presenza del sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, che ha rivendicato al governo il merito dell’adozione di importanti provvedimenti: ad esempio, ha detto, le norme sulle misure patrimoniali relative ai beni dei mafiosi e quelle che intende introdurre.
Quasi 250 milioni al giorno. Oppure 10 milioni l’ora, 160 mila euro al minuto: è il traffico di soldi che scorre dalle tasche degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi ogni anno. Il settore dell’usura è quello in continua ascesa e colpisce circa 180 mila commercianti, ma cresce anche il peso economico della contraffazione, del gioco clandestino, delle scommesse e dell’abusivismo, il cui giro d’affari complessivo è attorno ai 15 miliardi annui. Lo chiamano pizzo «soft», un pizzo silenzioso ma opprimente che ogni anno fattura cifre da capogiro e coinvolge tutte le attività commerciali, dall’artigiano al grande imprenditore, dalle banche, fino ai condomini, alle case popolari, perfino a scuole e chiese. Ci sono poi i prezzi imposti dalle
mafie in diverse regioni d’Italia, con particolare attenzione a Palermo e Napoli. I negozianti a Palermo pagano tra i 200 e i 500 euro, contro i 100-200 di Napoli, mentre per le attività commerciali più esposte, negozi eleganti o situati in zone centrali, si arriva anche ai mille euro in entrambe le città. Il prezzo da pagare aumenta se si parla di supermercati: 5 mila euro nel capoluogo siciliano e 3 mila in quello campano. A Palermo, poi, per un cantiere si arriva a pagare anche 10 mila euro. Gli imprenditori, in genere, si indebitano
con più “strozzini” e il rapporto stima che siano oltre 500 mila le posizioni debitorie. Il traffico di stupefacenti rimane la principale fonte di guadagno, con 59 miliardi di euro, mentre armi e altri traffici costituisco 5,8 miliardi dell’attivo, il contrabbando  1,2 miliardi e la tratta degli esseri umani 0,3. Ancora,
21,6 miliardi arrivano dalle tasse mafiose, ovvero racket (9 miliardi) e usura (12,6 miliardi); da furti
rapine e truffe ‘solò un miliardo.
L’attività imprenditoriale porta  in bilancio 24,7 miliardi di euro: appalti e forniture pesano per 6,5, agromafia 7,5, giochi e scommesse 2,4, contraffazione 6,3, abusivismo 2,2 miliardi. Ma le mafie si infiltrano anche in segmenti di mercato apparentemente più impermeabili, dalla macellazione ai mercati ittici, dalla ristorazione ai forni abusivi, ai panifici illegali, dal settore turistico ai locali notturni, fino al “racket del caro estinto», che colpisce il settore delle onoranze funebri. Quello delle ecomafie è il mercato emergente, ma che pesa già per 16 miliardi. Per la corruzione la mafia spende 3,8 miliardi di euro.
«Vogliamo evidenziare – si legge nel rapporto – il diffondersi, tra alcuni imprenditori, di una doppia morale, per la quale ci si mostra ligi alle regole dello Stato e del mercato quando si opera al centro-nord Italia, e con molta disinvoltura ci si adegua alle regole mafiose se si hanno interessi nel sud Italia». Con il presidente nazionale di Confesercenti, Marco  Venturi, sono intervenuti il commissario per il coordinamento
delle iniziative antiracket e antiusura Giosuè Marino, il presidente onorario della federazione delle associazioni antiracket Tano Grasso.

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