Il senso della cittadinanza onoraria di Cuneo al calabrese Pino Masciari

27 09 2008

RICEVIAMO DALL’ITALIA DEI VALORI DI CUNEO.

Pino MasciariA giorni, il Consiglio Comunale della città di Cuneo dovrebbe pronunciarsi con un voto di delibera, sulla opportunità o meno di concedere il riconoscimento della cittadinanza onoraria a Pino Masciari, imprenditore o meglio, ex imprenditore calabrese nel settore edile e delle costruzioni ed oggi testimone di giustizia sottoposto a misure di protezione. Per chi non conoscesse la sua storia, provo a fare un breve riepilogo: Masciari è una persona come tante; sposato e con figli, dal 1988, a seguito della morte del padre, ne eredita l’azienda che prova a gestire ed a sviluppare con l’impegno e la dedizione di chi   ha piena consapevolezza non soltanto del suo valore economico, ma anche del carattere di bene sociale che ogni impresa inevitabilmente riveste ovunque, ed in particolare, in regioni economicamente depresse come la Calabria.

Il desiderio di raccogliere e sviluppare l’attività paterna è comprensibilmente grande, eppure sin da subito, Masciari è costretto a confrontarsi con quelli che si riveleranno essere ostacoli insuperabili alla realizzazione delle proprie legittime aspirazioni: la mafia e la  corruzione politica  locale ad essa collegata. L’una e l’altra stringono in una morsa soffocante le sue aziende con pretese estorsive sempre più stringenti che spaziano dalla richiesta di denaro, all’obbligo di assunzione pilotata di personale, all’imposizione di contratti di forniture presso ditte contigue alle cosche criminali.

Masciari si ribella; vive quegli odiosi soprusi non soltanto come una gravissima minaccia alla possibilità di sopravvivenza e di sviluppo delle proprie aziende, ma soprattutto come una intollerabile ferita alla propria dignità di uomo e di cittadino. Sporge denuncia, indica all’autorità giudiziaria nomi e cognomi di malavitosi comuni e non, e decide di raccontare nei dettagli le vicende subite. E’ l’inizio della rappresaglia; la reazione della ‘ndrangheta e delle autorità locali con essa colluse non si fa attendere: furti di materiale, incendi, danneggiamenti e minacce si susseguono senza soluzione di continuità.

Uno dei fratelli viene gambizzato, i pagamenti dei lavori eseguiti per la pubblica amministrazione subiscono inspiegabili ritardi e le banche chiamate ad accordare anticipazioni di credito rifiutano ogni forma di collaborazione.

In breve tempo Masciari è costretto a licenziare tutti i propri operai ed a chiudere la propria attività e nel frattempo, la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, considerato l’alto livello di rischio per l’incolumità sua e della sua famiglia, avvia le procedure per l’inserimento al programma di protezione speciale previsto per le vittime di mafia. Masciari è così costretto a trasferirsi, insieme alla famiglia, in una località segreta lontano dalla sua terra d’origine.

Tutto un mondo di ricordi e di affetti, i propri beni, la propria attività d’impresa, le proprie radici ed il senso stesso della propria identità  viene irrimediabilmente perduto solo ed esclusivamente per aver fatto quello che ogni uomo libero dovrebbe poter fare senza aver cura di temere conseguenze di alcun tipo: rivendicare  dinanzi allo Stato il sacrosanto diritto all’inviolabilità della propria condizione di libertà e sicurezza personale e, ove minacciate da azioni criminali altrui, pretenderne la relativa sanzione e repressione.

Nel caso di Pino Masciari tutto questo non è avvenuto: Masciari ha pagato e continua pesantemente a pagare ancora oggi per questo suo atto di fiera e dignitosa denuncia, un atto che normalmente andrebbe archiviato come scontata manifestazione di impegno civile ma che, nelle attuali circostanze, assume i contorni di una straordinaria prova di coraggio ed insieme, una straziante invocazione di attenzione e di impegno nell’azione di contrasto ad un fenomeno, quello del predominio mafioso, oggi assolutamente dilagante.

Tantissime, in questi mesi, sono state le manifestazioni di solidarietà nei suoi confronti da parte del mondo associazionistico e di larga parte della società civile, quella stessa società che, rappresentata  da organizzazioni come “Libera” di don Luigi Ciotti, o dai ragazzi calabresi  del movimento “Ammazzateci tutti”, ha sempre fatto dell’azione di denuncia e di contrasto alla criminalità  mafiosa un impegno prioritario e la ragione stessa della propria esistenza. Eppure, a queste stesse manifestazioni di impegno e di passione civile provenienti dalla base, non sempre ha fatto riscontro un altrettanto tempestiva, risoluta e convinta azione di sostegno   alla repressione del fenomeno da parte del mondo politico e, sovente, istituzionale.

Se oggi si volge lo sguardo alle priorità che, in materia di politica giudiziaria e di sicurezza più in generale, vengono rilanciate dall’attuale compagine governativa, si può costatare come il tema della lotta alla mafia sia letteralmente scomparso dall’agenda degli impegni futuri. Si parla sempre, tanto ed in maniera direi quasi ossessiva della necessità di riformare il sistema della giustizia invocando un giorno la necessità di operare una separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, quello successivo l’improcrastinabilità di un intervento sul principio di obbligatorietà dell’azione penale, quello seguente ancora la sostanziale soppressione del sistema delle intercettazioni e più oltre la riforma dell’ ordinamento del CSM, senza però rispondere all’unica domanda di banale e fondamentale buon senso che ogni comune cittadino si pone e cioè: quale rapporto di relazione esista tra tutte queste future iniziative ed il problema angosciante di una macchina della giustizia oggi totalmente paralizzata.

La risposta è tanto semplice quanto desolante: assolutamente nessuno. O peggio, sono tutte iniziative che, se approvate, contribuiranno ad ostacolare ulteriormente la capacità residua di reazione dello Stato all’offensiva della criminalità di ogni tipo e quindi, anche di quella mafiosa. Ed allora, ecco il punto. Qual è il senso dell’attribuzione a Pino Masciari della cittadinanza onoraria di Cuneo?

Masciari, in fondo, è nato e vissuto, fin che le circostanze glielo hanno consentito, a mille chilometri di distanza, in Calabria, una porzione di terra che sarà pure Italia, ma in fondo per qualcuno, un Italia oscura e lontana, arretrata e povera, travagliata da drammi che in quel contesto territoriale sono nati ed in quello stesso contesto sarebbe bene venissero risolti. Quali significative ragioni dovrebbero spingere chi vive in contesti territoriali diversi e lontani ad impegnarsi e battersi con più o meno vigore per la soluzione di un problema vissuto in modo superficiale a così tanti chilometri di distanza?

Cuneo, in fondo, è un’isola relativamente felice in Italia per ciò che concerne il problema dell’ordine pubblico. Certamente anche qui, come altrove, si registrano quegli episodi di microcriminalità diffusa che destano quell’allarme sociale spesso fonte di un pesante risentimento e di un generalizzato desiderio di giustizia “fai da te”.  Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con lo spettacolo cruento dei morti ammazzati, dei regolamenti di conti a colpi di pistola o kalasnikov consumati a volte anche in mezzo alla ressa di cittadini innocenti ed inermi, non può essere minimamente accostato al fenomeno vile e brutale del racket consumato ai danni di commercianti, industriali ed esercenti libere professioni, nè alla devastazione di un territorio stuprato dalla creazione di discariche abusive o di siti di stoccaggio per sversamenti industriali altamente tossici alla salute dei cittadini.

Tali macroscopiche manifestazioni di latitanza dello Stato e di abbandono del controllo del territorio al dominio incontrastato delle mafie locali, qui non esistono. Eppure, il radicamento della criminalità mafiosa nell’intero mezzogiorno d’Italia è una tragedia che inesorabilmente si abbatte su un intero Paese di sessanta milioni di abitanti e non rimane circoscritto, come a tanti farebbe piacere poter pensare, a quell’area in cui il fenomeno  trae origine.

La mafia non è solo un problema di ordine pubblico, ma è soprattutto un autentico cancro sociale, non solo e non tanto per la sua capacità di sovvertire l’ordine istituzionale costituito, sostituendo alle regole dello Stato le proprie, ma soprattutto, per la sua proterva determinazione a procurarsi flussi enormi di ricchezza anche a costo di soffocare le economie delle regioni in cui si  insedia. Il caso di Pino Masciari è, nella sua tragica semplicità, tremendamente paradigmatico.

Quando un imprenditore, nel gestire la contabilità della propria azienda, insieme ai costi propri di una qualsiasi attività economica deve includere anche quelli relativi al pagamento del pizzo, è inevitabile che prima o poi decida di chiudere l’attività e di abbandonare così, qualsiasi velleità di iniziativa imprenditoriale. Più spesso, però, anche chi avrebbe le risorse, le idee, le capacità imprenditoriali e la necessaria propensione al rischio d’impresa indispensabili al varo di un’attività, preferisce rinunciare al progetto pur di non doversi misurare con situazioni di così grave pericolo per la sicurezza propria e del proprio patrimonio. Il risultato sarà inevitabilmente quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. Un’intera area del Paese, il Mezzogiorno, precipitato in una crisi economica che non è, come i più ottimisti vorrebbero pensare, di natura meramente congiunturale, legata cioè a quelle periodiche oscillazioni della domanda globale tipiche dei cicli economici, ma drammaticamente strutturale.

Nelle regioni meridionali d’Italia si produce scarsa ricchezza perché manca l’indispensabile apparato produttivo, mancano le aziende, manca o comunque è assolutamente insufficiente  quel tessuto di piccole e medie imprese che altrove nel Paese alimentano lo sviluppo delle economie e costituiscono l’indispensabile base delle condizioni di prosperità economica. Laddove la mafia domina incontrastata non esiste sviluppo e dove non esiste sviluppo si genera povertà e una condizione di emergenza sociale che solo attraverso gli interventi assistenziali dello Stato può venire fronteggiata.

Ma chi paga e con quali mezzi questa politica di trasferimento di risorse finanziarie dal centro alla periferia più povera del Paese? La risposta è semplice: i cittadini delle regioni più avanzate economicamente: i cittadini del Piemonte, del Veneto, della Lombardia, dell’Emilia-Romagna, della Toscana. Dati e riflessioni riportati nella sua ultima relazione annuale sullo stato dell’economia del Paese dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, fotografano in maniera desolante più di qualsiasi dotta dissertazione di carattere accademico, il quadro di una situazione tanto drammatica. Provo a riportarne di seguito alcuni eloquenti passaggi:

“…… nel 2007 il rapporto tra il p.i.l. per abitante delle regioni meridionali e quello del centro-nord non ha raggiunto il 60%, resta inferiore a quello di 30 anni fa…….”. Questo significa che , complessivamente l’economia del sud produce oggi poco più della metà della ricchezza prodotta al nord, con un andamento tendenziale negativo, cioè rivolto nel futuro ad un allargamento piuttosto che ad una diminuzione della forbice. Ma ancora:

“…….. la spesa pubblica è tendenzialmente proporzionale alla popolazione, mentre le entrate riflettono redditi e basi imponibili pro-capite che nel Meridione sono di gran lunga inferiori. Si stima, quindi, che il conseguente afflusso netto verso il Sud di risorse intermediate dall’operatore pubblico sia dell’ordine del 13% del prodotto del Mezzogiorno; un ammontare imponente, per il Sud anche il segno di una dipendenza economica ininterrotta……”. In parole semplici, il 13% della ricchezza distribuita e spesa dalle famiglie meridionali non deriva dallo svolgimento di attività produttive, ma dall’intervento assistenziale dello Stato che redistribuisce in quell’area del Paese quanto distratto dalle regioni economicamente più avanzate; e da ultimo:

“…… l’utilizzo inefficiente delle risorse pubbliche, troppo spesso distolte verso interessi particolari, o preda della criminalità organizzata, contribuisce a mantenere il Mezzogiorno nella sua condizione di arretratezza e di dipendenza economica…….” . E’ questa l’annotazione più scoraggiante; l’immagine di un Paese diviso in due: al Sud, un territorio colpevolmente abbandonato al dominio cinico e spietato di una criminalità organizzata che, totalmente incurante della presenza dello Stato, condanna con la sua devastante azione ad una condizione di perenne degrado economico e sociale quelle medesime aree. Al Nord, una porzione di territorio prospera ed economicamente dinamica ma che, tuttavia, subisce i contraccolpi di una situazione tanto drammatica per effetto dell’enorme emorragia di risorse finanziarie che annualmente vengono distratte dallo Stato e sottratte così all’ulteriore espansione dei consumi e degli investimenti interni.

E’ possibile, dunque, trovare una soluzione idonea a rimuovere un quadro dalle tinte così  fosche?

Evidentemente sì, se si decide di promuovere un’autentica, vera, risoluta ed incondizionata azione di lotta alle mafie. Lo sradicamento di questo fenomeno dalla realtà sociale e politica del Mezzogiorno sarebbe in grado di dare uno straordinario impulso allo sviluppo economico e sociale di quelle aree, sottraendole alla dipendenza economica dello Stato centrale e facendone, al contrario, uno straordinario motore di sviluppo per l’economia globale dell’intero Paese e quindi, anche di quelle aree del Nord oggi visibilmente sofferenti.

Sono queste ultime, riflessioni che ricalcano, peraltro, considerazioni avanzate dallo stesso governatore Draghi“….. Gli spazi di crescita al Sud sono molto più alti che al Nord……. Azioni volte a sfruttarli possono dare un contributo decisivo al rilancio di tutta l’economia italiana…”.

Certo, le ragioni del sottosviluppo nel Mezzogiorno non sono soltanto riconducibili al dilagare della criminalità organizzata; carenza di infrastrutture, amministrazione pubblica inefficiente e, sovente, anche corrotta in collusione con pezzi deviati della politica locale, tassi d’interesse mediamente più alti delle altre regioni d’Italia a causa del maggiore rischio di impresa che quelle aree presentano, sono tutti fattori che contribuiscono pesantemente a rallentare e penalizzare il rilancio economico del Sud. Ma l’azione di contrasto al fenomeno criminale mafioso rimane la condicio sine qua non, la condizione necessaria affinché future politiche di sviluppo dell’economia del Sud possano rivelarsi efficaci e finalmente risolutive della storica emergenza chiamata “questione meridionale”.

Ed allora, a questo punto, penso possa essere chiaro il senso del conferimento della cittadinanza onoraria a Pino Masciari. Tale significativo riconoscimento deve essere interpretato non soltanto come un doveroso e sentito tributo di stima oltre che attestazione di superiore coraggio ad un uomo che ha saputo alzare la testa contro le vili manifestazioni di arroganza e di disprezzo  della vita e delle cose altrui consumate ai suoi danni da uomini senza dignità e senza onore; e nemmeno soltanto come una dimostrazione di civile solidarietà verso tutti coloro che, al pari di Masciari, sono oggi in prima persona ed in prima linea impegnati in modo fiero e risoluto nella coraggiosa campagna di sensibilizzazione alla lotta contro tutte le mafie.

Molto più significativamente, la cittadinanza onoraria a Pino Masciari, deve costituire un messaggio ed insieme un monito nei confronti di quanti, annidati all’interno delle cosche, o con essi collusi, fuori ma anche dentro le Istituzioni, ritengono di poter continuare ad agire impunemente nella compulsiva e folle   difesa dei propri biechi e sordidi interessi, stravolgendo ogni più basilare regola di civile convivenza.

Contro questa ottusa e violenta arroganza è arrivato il momento di alzare le barricate tutti insieme perchè tutti insieme si possa vincere una così grande sfida.
La mafia è un mostro che non soltanto aggredisce la dignità ed il desiderio di civile ed ordinata convivenza dei cittadini di un pezzo d’Italia, ma è anche la tragica fonte di una pesante ipoteca al desiderio di affrancamento da un giogo che ha fino ad oggi calpestato ogni ambizione di progresso morale e materiale non solo di quell’area, ma dell’intera nazione.

Sappiano, allora, codesti signori, che Masciari, nella sua lotta contro il crimine organizzato non è solo; insieme a lui c’è un intero Paese, da Nord a Sud, risolutamente impegnato a far sì che lo Stato di diritto sia in grado di riappropriarsi di ogni angolo del suo territorio per restituire a tutti, insieme alla dignità di un diritto di cittadinanza fino ad oggi rubata, la prospettiva di una vita migliore per noi e per coloro che ci seguiranno.

Grazie ancora Pino, per ciò che hai fatto e per quanto potrai ancora fare per il bene di tutti noi: sappi che nella tua coraggiosa lotta non sei solo; insieme a te vive la speranza dei tanti cittadini onesti che credono nel futuro di questo martoriato Paese. Un futuro sicuramente migliore.

Avv. Angelo Sorgi e Gruppo Italia dei Valori di Cuneo

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