Mafia, le parole d’onore: ecco il codice di Cosa Nostra

7 09 2008

Un cronista ha annotato nei suoi taccuini in anni di lavoro le frasi-chiave dei mafiosi
Voci minacciose o all’apparenza innocenti, cariche però sempre di un messaggio

di ATTILIO BOLZONI

SONO VOCI che provengono da un altro mondo. Salgono minacciose, stordiscono. A volte arrivano sfuggenti e all’apparenza innocue, a volte sono volutamente cariche di presagi. Nascondono sempre qualcosa, portano sempre un messaggio. Tutto è messaggio nella loro parlata. Anche i dettagli che sembrano più irrilevanti, i gesti che accompagnano o prendono il posto delle voci. Anche i silenzi. È un coro inquietante che ho ritrovato sul mio taccuino. Quelle parole e quei “discorsi” sono diventati i miei appunti.

In questo libro i mafiosi parlano di moralità e famiglia, di affari e delitti, di regole, amori, amicizie tradite, di religione e di Dio, di soldi e di potere, di vita e di morte. Del rapporto con il carcere e con la legge, di latitanze infinite, della Sicilia e dello Stato. In alcune circostanze scoprono fragilità, in altre mostrano una stupefacente fibra. E ricordano con rimpianto i loro antichi privilegi, descrivono i luoghi-simbolo della loro autorità. L’Ucciardone, primo fra tutti. Confessano il loro passato o difendono il loro presente. Raccontano ancora di mogli e di figli, di padri, di sorelle o fratelli rinnegati. Spiegano chi sono e da dove vengono. Uno di loro dice: “Perché in Sicilia, quello a cui non si può rinunziare, è la considerazione che hanno gli altri per te”.

È quella che loro chiamano la dignitudine. Il libro è una raccolta di pensieri e di “ragionamenti” mafiosi. Parole d’onore. È un inventario di follie. Una combinazione fra il delirio e la logica più implacabile, fra la paranoia e una spaventosa razionalità. Non è solo un linguaggio e non è solo un codice quello di mafia: è esercizio d’intelligenza, esibizione permanente di potere. Ogni riflessione è un calcolo, ogni modo di dire svela una natura di criminali molto speciali.

“Conoscere i mafiosi ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni… Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità”, spiegava Giovanni Falcone in Cose di Cosa Nostra a Marcelle Padovani. Falcone è stato il primo, con il rigore del magistrato e la passione civile di certi grandi siciliani, a esplorare sino in fondo la mentalità mafiosa. Diceva: “Conoscendo gli uomini d’onore ho imparato che le logiche mafiose non sono mai sorpassate né incomprensibili. Sono in realtà le logiche del potere, e sempre funzionali a uno scopo. In certi momenti, questi mafiosi mi sembrano gli unici esseri razionali in un mondo popolato da folli. Anche Sciascia sosteneva che in Sicilia si nascondono i cartesiani peggiori”.

In Parole d’Onore protagonisti sono mafiosi grandi e piccoli, noti e meno noti, i palermitani e quegli altri delle province interne. Ogni capitolo è una storia a parte, mai del tutto però separata dalle altre. È come un fiume sotterraneo che scorre nella vicenda siciliana per oltre cinquant’anni. È un andare avanti e indietro nel tempo con un ordine dettato dalle loro argomentazioni. Sempre le stesse, sempre uguali. Eterne. Ogni capitolo ha dentro una frase pronunciata da un mafioso. Riferita a un processo o a un pubblico ministero. Carpita da una microspia. Urlata o sussurrata in una piazza. Sono molte voci ma la trama è una sola. Tutto si tiene in Cosa Nostra.

Il mio mestiere di giornalista mi ha portato anche a far conoscenza con molti di loro. Nei palazzi di giustizia. Nelle borgate. Qualche volta anche nello loro case. Li ho incrociati sulle strade di Palermo, dove un quarto di secolo fa infuriava la guerra di mafia. Fra gli ultimi orti di Brancaccio e dopo le case diroccate sul mare della Bandita, dietro i palazzoni di Passo di Rigano e dell’Uditore, in mezzo ai vicoli dell’Acquasanta e dell’Arenella. Li ho rivisti qualche anno dopo, rinchiusi nelle gabbie delle aule bunker. Un osservatorio unico per capire il loro pensiero.

Dal maxi processo di Palermo dell’inverno 1986 alle ultime scorribande della primavera del 2008. Dai Buscetta e dai Liggio – passando per Totò Riina e per le stragi – fino al “decalogo” ritrovato nel covo dei Lo Piccolo, padre e figlio, capi improvvisati di una Cosa Nostra dall’incerto futuro.

L’idea di questo libro è nata tanto tempo fa, forse nel 1993. Nelle settimane successive all’arresto di Totò Riina ho soggiornato per qualche tempo a Corleone, in più di un’occasione ho avuto modo di incontrare suo fratello Gaetano. Ero là per ricostruire la vita di quei “contadini” siciliani che avevano tenuto in ostaggio lo Stato italiano. Con Gaetano Tanuzzo Riina abbiamo parlato di tante cose. Anche di Tommaso Buscetta. Di quello che aveva confessato al giudice Falcone. Di quello che aveva fatto nella sua esistenza fra la Sicilia e l’America, Palermo e il Brasile. Gaetano Riina, un giorno, mi ha dato una risposta che ho riconosciuto come una delle più formidabili parole d’onore mai sentite. Mi ha detto, a proposito del pentimento di Buscetta: “Ha visto il mondo e gli è scoppiato il cervello”.
http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/mafia-4/codice-mafia/codice-mafia.html

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