FAMIGLIA CRISTIANA – 3/ IL FEDERALISMO ACCETTABILE CHE FA RIMA CON SUSSIDIARIETÀ E SOLIDARIETÀ

4 09 2008

RICETTA EFFICACE PURCHÉ NON SIA UN CAVALLO DI TROIA

Per chi si ispira alla dottrina sociale della Chiesa, esiste un solo federalismo accettabile: quello che fa rima con sussidiarietà e solidarietà. È questo il federalismo a cui pensa Bossi?

A Natale, sotto l’albero, forse troveremo un regalo del Governo. Non un aumento delle pensioni da fame o degli stipendi più bassi d’Europa, non ancora il quoziente familiare, a sgravare le famiglie da pesi non più sostenibili, ma il federalismo fiscale. L’ha promesso il ministro Calderoli, “papà” dell’iniqua legge elettorale, da lui stesso definita “porcata”. «Il federalismo è un modo per raddrizzare la pianta storta della finanza pubblica», gli ha fatto eco Tremonti, in versione botanico.

E federalismo, dunque, sia. Ne siamo più che convinti, ma con idee chiare e senza equivoci. Per chi, come noi, si ispira alla dottrina sociale della Chiesa, esiste una sola forma di federalismo accettabile: quella che fa rima con sussidiarietà e solidarietà, che garantiscono che le decisioni siano adottate il più vicino possibile al cittadino, e che, in una comunità, chi ha di più aiuti chi è in difficoltà.

Ma è questo il federalismo cui punta Bossi, abilissimo nel fiutare il “vento del Nord”? «Speriamo», ha dichiarato di recente il leader del Carroccio, «che questa sia la volta buona, altrimenti dovremo pensare ad altre soluzioni, molto più sbrigative. La volontà popolare di conquistare la libertà può realizzarsi anche attraverso i mezzi che sa usare il popolo». Non è chiaro se di queste “soluzioni sbrigative” facciano parte anche i leggendari “trecentomila fucili” delle valli padane.

Il federalismo che serve all’Italia non è l’anticamera della secessione, né il “liberi tutti”, dove le Regioni più ricche abbandonano al loro destino quelle più povere del Sud. Storicamente, il federalismo è nato per unire, non per dividere. Lo sapevano bene i grandi federalisti del Risorgimento: dal laico Cattaneo al cattolico Rosmini, che scriveva: «L’unità nella varietà è la definizione della bellezza. E la bellezza è per l’Italia».

E, in tempi più vicini, l’aveva capito bene il “liberale doc” Luigi Einaudi, che vedeva nel federalismo la strada migliore per dare all’Italia politici credibili. «La classe politica non si forma, se l’eletto ad amministrare le cose municipali o proviciali o regionali non è pienamente responsabile per l’opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara a ubbidire, intrigare, raccomandare, cercare appoggi».

Sembra la fotografia impietosa della classe (o casta) politica d’oggi, al Nord come al Sud, per la quale i soldi pubblici sono una cassaforte privata cui attingere per comprare consensi e assicurarsi privilegi, senza badare al bene comune. Alla Regione Sicilia, nel triennio 2005-2007, l’indennità di carica per i componenti della Giunta regionale è aumentata del 114,77 per cento (un assessore si porta a casa 217.448 euro l’anno). Nella nordica Provincia autonoma di Bolzano, il presidente guadagna più della Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Il federalismo, se ben inteso e attuato, è una ricetta efficace contro la malapolitica, prima ancora che contro la malasanità e l’inefficienza dei pubblici servizi. Federalismo fiscale significa, anzitutto, più responsabilità per chi amministra, meno saccheggio delle casse pubbliche, più efficienza della burocrazia, meno liste d’attesa per un esame clinico e stop ad assistenzialismo e clientelismo.

Per non avere un “gattino cieco”, meglio una gattina meno frettolosa: tempi adeguati, quindi, e pieno coinvolgimento di tutte le forze politiche (nessuno ha l’esclusiva). E, soprattutto, trasparenza: dopo la “porcata” di Calderoli, non vorremmo il “cavallo di Troia” di Bossi.

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