FAMIGLIA CRISTIANA – 1/ RIFORME, I PREGI, I DIFETTI: PARLA L’ECONOMISTA GIACOMO VACIAGO

4 09 2008

«SARÀ UN VANTAGGIO ANCHE PER IL MERIDIONE»
«Se ben fatta, la riforma aiuterà ad amministrare meglio, il Mezzogiorno in queste condizioni non può andare avanti».

di Francesco Anfossi

il Prof. Giacomo VaciagoSe vogliamo davvero il federalismo, allora dobbiamo capire che cosa significa questa parola. Tenuto conto che siamo il Paese meno federalista e più statalista al mondo». Giacomo Vaciago, economista dell’Università Cattolica, ed ex sindaco di Piacenza in una lista di Centrosinistra, non nasconde la sua simpatia per una riforma federale. Anche se sostiene che non sarà facile. «Siamo stati per un secolo uno Stato fortemente centralista, come lo volevano i nostro padri: Garibaldi, Mazzini e Cavour. Ma negli ultimi vent’anni, la presa si è allentata: le competenze di stabilità monetaria e di conio sono state trasferite a Francoforte, cioè alla Banca centrale europea, e molte competenze e responsabilità locali sono finite da una parte a Bruxelles, nell’Unione europea, dall’altra nelle mani dei sindaci, con la legge sull’elezione diretta del 1993. Sono stato sindaco di Piacenza con una coalizione di Centrosinistra, e mi accorsi del potere più che accresciuto che avevo rispetto al passato. Contavo più di un onorevole».

Quindi, Roma da vent’anni a questa parte conta di meno.
«Sulla carta conta molto di meno e dovrebbe contare ancora di meno in futuro, visto che Bossi ha auspicato di disfare ciò che fecero Cavour e Garibaldi».

Lei è per il federalismo?
«Se fatto bene, sì. Ma mi pare che lo vogliano solo Bossi e pochi altri».

Veramente a parole lo vogliono tutti.
«A parole. Berlusconi e Veltroni non lo vogliono di certo. Non sono sicuro nemmeno che la maggioranza degli italiani lo voglia. Però, Bossi, il grande vincitore delle elezioni, ha un potere di interdizione molto alto (e questo, per inciso, spiega anche il potere di Tremonti). Se non ce la fa adesso, non ce la farà più. E, se ci riesce, vi sarà una grossa rivoluzione: dalla scuola alla sanità, viene tutto gestito a livello locale. E siccome ciò che è comune a Nord e Sud è sempre più europeo, come competenze legislative e amministrative, alla fine, di potere domestico, ne rimarrà ben poco. Roma, a quel punto, diverrebbe il centro di incontro di poche cose con il resto del mondo. Conterebbe, diciamo, il 30 per cento, mentre, 20 anni fa, decideva il 90 per cento».

Chi ci guadagnerebbe di più dal federalismo?
«Nell’immediato il Nord, che la vuole smettere di pagare per l’Italia del Centrosud: non c’è soltanto l’Irpef, ma anche i servizi, la scuola, la sanità. Poi, lentamente, ci guadagnerebbe anche il Sud, poiché sarebbe obbligato a gestire meglio i suoi soldi. C’è un segnale preciso dagli elettori: la Lega ha mietuto voti anche nel Centro, alle ultime elezioni».

Ma una simile riforma rischia di acuire le già vistose differenze tra Nord e Sud.
«Il senso di una riforma federalista è quello di responsabilizzare ogni amministratore locale, da Marsala a Bolzano. Altrimenti il fossato si acuisce lo stesso: la scuola e la sanità nel Meridione hanno qualità mediamente scadente, negli ultimi anni abbiamo avuto una ripresa dell’esodo, da Sud a Nord, come negli anni ’60. Il Meridione, da cent’anni, non migliora e continuiamo a pagare a piè di lista i suoi difetti e i suoi sprechi, la sua cattiva amministrazione».

Quali effetti avrebbe la riforma sul piano economico?
«Ristabilirebbe un minimo di equilibrio, a cominciare dal settore pubblico. Le faccio un esempio: lo stipendio di un professore, o di un impiegato, è uguale a Milano come a Catania, eppure a Catania il costo della vita è minore. Quindi, è necessario rimodulare gli stipendi, da Nord a Sud, a seconda del contesto locale, e del potere accresciuto o diminuito di spesa. Bisogna mettere in moto dei meccanismi correttivi, che stimolino la qualità e il merito. Intendiamoci, non è che basta un colpo di bacchetta magica: ci vorranno dai 10 ai 30 anni».

E se poi ci ritroviamo con due sistemi da mantenere, quello locale e quello statale?
«È proprio questo il rischio: che i tributi dei cittadini, anziché diminuire ed essere meglio gestiti, aumentino e siano peggio impiegati. Questo è il vero nodo da sciogliere».

La bozza Calderoli prevede interventi perequativi verso le Regioni povere.
«Ovviamente, ma il punto è che, in Italia, siamo ancora a una via intermedia. Il vero federalismo, quello all’americana, significa pagare tributi comuni e perequativi solo per funzioni nazionali, come l’esercito o la giustizia. Il resto, dalla scuola alla sanità, se lo pagano le amministrazioni locali».

In quel caso le Regioni povere ci rimetterebbero. La Calabria ha un’Irpef media che è il 42 per cento di quello lombarda.
«No, perché la Calabria non pagherebbe l’esercito e la giustizia. La pagherebbero soprattutto le Regioni del Centronord. Negli Usa gli Stati poveri non pagano per l’esercito o la diplomazia o la giustizia. Ma questo non significa che non ne usufruiscano. In compenso, tutto il resto è gestito da loro direttamente».

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