Umberto Galimberti parla dei ragazzi di “Ammazzateci tutti”: “C’è una profonda, inevitabile dignità a dichiarare ad alta voce la complicità tra la dimensione mafiosa e la dimensione politica”

18 08 2008

Umberto GAlimbertiUmberto Galimberti, professore di Antropologia Culturale, ordinario di Filosofia delle Storia dal 1999 all’università Ca’ Foscari di Venezia. Scrittore di rango, le sue opere sono tradotte in tutte le lingue. Squisito giornalista, collabora con diverse testate. Intellighenzia di spicco, intellettuale indipendente e maestro di vita.

 

“I giovani calabresi, in occasione dei fatti di sangue di Locri, confezionarono uno striscione: «Adesso ammazzateci tutti». Cosa vuol dire? Era rivolto alla ‘ndrangheta o anche alle istituzioni?
Ma io direi che fondamentalmente c’è una profonda, inevitabile dignità a dichiarare ad alta voce la complicità tra la dimensione mafiosa e la dimensione politica perché è assolutamente impossibile che la mafia possa muoversi con quella capacità in cui si muove, senza l’appoggio politico e, finché la politica non interromperà questa relazione perversa con il mondo mafioso, allora la mafia non potrà che continuare ad esserci per cui lo striscione di quei ragazzi non è “estetica della disperazione” ma un atto d’accusa non solo nei confronti della mafia ma anche nei confronti della politica che non disdegna di approfittare anche di questo fenomeno. E’ una provocazione, se non volete che ci ammazzino tutti, intervenite e fate qualcosa”.

 LEGGI TUTTA L’INTERVISTA AD UMBERTO GALIMBERTI
di Salvatore Viglia (su “Politicamente Corretto”)

L’uomo non è più al centro dell’Universo. Che significa? Possibile che la tecnica abbia messo “fuori gioco”l’animo dell’uomo?

In un cero senso sì perché la tecnica è diventata la condizione universale per cui non è più un mezzo ma il dispositivo tecnico è il primo scopo cui tutti tendono. Solo che la tecnica è un apparato molto rigido che segue le leggi della razionalità più rigorose e l’uomo è compatibile solo se pensato come funzionario dell’apparato tecnico. Volendo usare una espressione più cruda, un ingranaggio all’interno di questo sistema di razionalità macchinale ed allora, a questo punto, se l’uomo esiste solo come funzionario di un apparato, evidentemente la storia non è più in mano all’uomo ma è in mano alla razionalità di questo fenomeno.
I suoi libri sono tradotti in tutte le lingue tra cui anche in greco: “Gli equivoci dell’anima” (Historia tes psyches, Apollan Thessaloniki 1989) e “Paesaggi dell’anima” (Topia psyches, Itamos, Athina, 2001). Sostiene che la parola “anima” genera degli equivoci con significati opposti ed a volte antagonisti tra loro, per esempio?
Ad esempio, per Omero, l’anima era semplicemente un’ombra che non aveva nessuna consistenza se non attraverso la mediazione del corpo. Con Platone, invece, l’anima diventa quel dispositivo per pensare attraverso numeri ed idee della mente. Platone dice “non possiamo fidarci della certezza sensibile perché ciascuno ha una sensibilità differente per cui per costruire scienza, in greco episteme, non centrano idee e numeri. Poi questo modello che Platone aveva ideato viene catturato dalla tecnica e giocato non più sul registro della verità ma sul registro della salvezza. Nell’età moderna, la psiche cessa di essere figura di verità e figura di salvezza e diventa invece figura della identità interiore che è trattabile a seconda delle figure della normalità della follia per cui dire anima, oggi, è entrare in una selva di equivoci che vanno tutti quanti raccontati e spiegati.

In Psiche e Techne lei ammette che la tecnica ha sostituito la natura e che l’uomo di oggi è inadeguato perché dotato di una cultura “pre-tecnologica” siamo cioè “analfabeti emotivi”, non siamo in grado quindi di riprenderci il mal tolto?

Cominciamo col dire che nessuno può controllare la tecnica perché la tecnica è fatta di risultati e di competenze che non c’è potere politico, un potere economico che condizioni o controlli la tecnica. Si potrebbe dire che, in qualche modo, tiene d’occhio la sua posizione ma non la domina, al più la rincorre. La natura voluta dai greci era inviolabile e regolata dalla categoria della necessità, oggi la tecnica è in grado di violare, in qualche modo, le leggi di natura. Possiamo distruggere una terra, per esempio, ma anche la stessa salvezza della terra non può avvenire se non attraverso la mediazione della tecnica. Se vogliamo disinquinare i fiumi, i mari ecc., non possiamo farlo se non con un dispositivo tecnico per cui, se da un lato la tecnica è ciò che compromette l’ordine della natura, dall’altro è anche ciò che salva la natura, qualora si decidesse di salvarla.

Lei auspica una “consapevolezza”, una “filosofia dell’azione” che consenta all’uomo di affrancarsi dalla tecnica. Cosa auspica faccia l’uomo?

La filosofia dell’azione è scritta nel fatto che la tecnica è in qualche modo l’essenza dell’uomo perché siccome l’uomo non ha istinti ma semplicemente spinte generiche su opinioni a meta indeterminata, l’uomo nasce nel momento in cui diventa tecnico. Infatti, quando noi diciamo che l’uomo faber anticipa l’uomo sapiens, stiamo dicendo che la tecnica è antecedente, per cui l’azione, il fatto tecnico è insito della condizione umana a differenza degli animali dotati di istinti. Psicologia dell’azione è il riconoscere all’uomo questa essenza a tecnica, solo che oggi come oggi, la tecnica, essendo diventata enorme e quando una cosa aumenta quantitativamente cambia radicalmente la qualità del paesaggio, si determina quel capovolgimento per cui l’uomo non è più il soggetto della tecnica ma ne diventa funzione, non è più soggetto della storia.

Lei ha scritto: «Della disillusione dei giovani siamo responsabili noi adulti, abbiamo abbandonato ogni vincolo di solidarietà, abbiamo inaugurato una visione del mondo che guarda alla terra ed ai suoi abitanti solo nell’ottica del mercato»

Questa affermazione la sottoscrivo completamente nel senso che la nostra cultura ha fatto del denaro, di cui il mercato non è altro che l’espressione, l’unico generatore simbolico di tutti i valori, per cui tutto, anche l’arte, diventa artistica quando entra nel mercato, anche la letteratura diventa qualcosa di frequentabile quando entra nel mercato, per cui se l’unico generatore simbolico di usi e costumi è il denaro, allora abbiamo la responsabilità di aver impoverito radicalmente l’uomo.

«La disillusione dei giovani si sposa anche con la loro pigrizia, perché il disfattismo ed il fatalismo non mancano di un certo fascino che induce a farsi sedurre dal canto delle sirene della disperazione, dispone all’attesa del peggio, fino a farsi avvolgere da una sorta di notte apocalittica che, come un cielo buio, sembra precludere loro il futuro e assaporare fino alla nausea l’insignificanza della loro esistenza». Affermazioni molto forti.

Questo per dire che quando il futuro non è una premessa ma una ics ignota quando non addirittura una minaccia, allora può subentrare, nella cultura giovanile, una sorta di estetica del nichilismo dove l’andare “in niente” in tutte le cose per la mancanza di speranza l’assenza di prospettive, viene esteticamente goduta dalla forma nichilistica di chi si compiace, in qualche modo, dell’assenza di prospettive e anche assapora il piacere della disperazione perché l’animo umano ospita anche questa perversione per cui anche nel dolore, anche nella disperazione si può fare una estetica.

I giovani calabresi, in occasione dei fatti di sangue di Locri, confezionarono uno striscione: «Adesso ammazzateci tutti». Cosa vuol dire? Era rivolto alla ‘ndrangheta o anche alle istituzioni?

Ma io direi che fondamentalmente c’è una profonda, inevitabile dignità a dichiarare ad alta voce la complicità tra la dimensione mafiosa e la dimensione politica perché è assolutamente impossibile che la mafia possa muoversi con quella capacità in cui si muove, senza l’appoggio politico e, finché la politica non interromperà questa relazione perversa con il mondo mafioso, allora la mafia non potrà che continuare ad esserci per cui lo striscione di quei ragazzi non è “estetica della disperazione” ma un atto d’accusa non solo nei confronti della mafia ma anche nei confronti della politica che non disdegna di approfittare anche di questo fenomeno. E’ una provocazione, se non volete che ci ammazzino tutti, intervenite e fate qualcosa.

Parliamo di“ La casa di psiche” dalla psicoanalisi alla pratica filosofica, edito da Feltrinelli, ce lo presenta?

Sì, nella “La casa di psiche” si fa constatare che i problemi che oggi sono in circolazione non sono più affrontabili, come un tempo, attraverso la psicoanalisi. Gli strumenti psicoanalitici curavano il disagio dell’individuo, il disagio della civiltà nel senso che le condizioni miserabili in cui si viveva, in quella che io chiamo “la società della disciplina”, dove il gioco era tra il desiderio di colui che voleva infrangere la legge e chi desiderava comprimere questo desiderio. Oggi non è più questo lo scenario del dolore. Lo scenario del dolore, soprattutto su impulso della cultura americana che spinge a tutta andata a raggiungere nel tempo più breve gli obiettivi, produce situazioni di ansie determinate dalla domanda. Non più quella psicoanalitica tradizionale (cosa ci è permesso e cosa ci è proibito), ma cosa posso fare, cosa sono in grado di fare. Questa incapacità di raggiungere gli obiettivi quando l’asticella è posta sempre più in alto, crea un senso di inadeguatezza, di una mancanza di senso ed alla fine, al di là della tecnica che non ha scopi ma semplicemente funziona all’interno di una assoluta, radicale mancanza di orizzonti in vista di non si sa bene che. Non è bene rincorrere gli strumenti filosofici perché gli strumenti filosofici, soprattutto di origine greca, hanno insegnato all’uomo primo che sia immortale, secondo che deve acquisire la consapevolezza del “conosci te stesso” ed alla fine muoversi secondo misura, dicevano gli antichi, katametròn. Se questo è lo scenario, naturalmente, la competenza filosofica, è decisamente superiore alla competenza psicoanalitica.

Abbiamo visto approvata la devoluzione. Cosa ne pensa?

La devoluzione è qualcosa, a mio parere, di orrendo perché spezza la solidarietà, istituisce delle particolarità proprio mentre invece in tutto il mondo drammaticamente configge ed affratella, noi cosa facciamo? Costruiamo territori chiusi quando la storia non riconosce più il territorio come il luogo dell’identità ma riconosce la confluenza dei popoli nella gente fra la più disparata. Le nostre identità diventano delle enclavi chiuse non comunicabili, quindi qualcosa di più perverso della semplice mancanza di solidarietà, qualcosa do antistorico.

(fonte: http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=6387)

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