Nessuna Rifondazione

16 08 2008

di Gianfranco Pasquino  (docente di Scienze Politiche all’Università di Bologna)

Gianfranco PasquinoL’esperimento della Sinistra Arcobaleno, affrettato dalla scadenza elettorale e nato in stato di necessità, senza una guida visibile e convincente, privo di un progetto, non poteva avere successo. La inaspettata, ma meritata, scomparsa dal Parlamento degli esponenti di quello che fu soltanto un cartello elettorale è stata decretata, non dal terremoto provocato dal «voto utile».

Ma dalla decisione degli elettori che era davvero inutile votare coloro che non avevano (non hanno) ancora deciso quali debbono essere i loro comportamenti politici, quanta lotta e quando, quanto governo e quando, per quale sinistra, per quali prospettive. Nessuno, infatti, può negare alla sinistra il diritto di manifestare in piazza e di formulare politiche alternative. Ma, quando si è al governo, il dissenso non si esprime con Ministri e segretari di partito che vanno in corteo e le politiche alternative si formulano, eventualmente, nelle sedi governative e parlamentari. Certamente anche per la schizofrenia dei comportamenti e della dichiarazioni dei loro dirigenti, compreso l’allora Presidente della Camera dei Deputati, più della metà dell’elettorato congiunto dei partiti che diedero vita alla Sinistra Arcobaleno li abbandonò al momento del voto del
13 aprile 2008. Appare improbabile che, al termine della stagione dei loro piccoli congressi, quell’elettorato abbia ascoltato messaggi convincenti e stia preparandosi a tornare. Senza nessun barlume di innovazione, i Verdi e i Comunisti Italiani hanno sostanzialmente optato per la continuità delle loro organizzazioni e persino della loro leadership (magari qualche volta qualche dirigente si dimettesse assumendosi la responsabilità delle sconfitte elettorali e non cercasse di imporre il suo successore).

Alla luce dell’esito di un congresso combattuto fra opzioni e posizioni alquanto differenti e distanti, Rifondazione comunista che, in quanto struttura più radicata e più solida, potrebbe (ri)prendere la guida di un processo di rinnovamento della sinistra radicale, antagonista, alternativa (a che cosa?) o comunque preferisca definirsi, sembra non riuscire a guardare avanti, a offrire ad uno sparso elettorato di sinistra qualcosa di politicamente nuovo. Salvare l’identità, peraltro, non meglio definita (ancora puramente e duramente “comunista”? a giudicare dal canto di “Bandiera rossa” la risposta è certamente affermativa) può servire nel migliore dei casi a garantire qualche carica elettiva locale e, a seconda di dove verrà collocata la soglia di sbarramento, anche europea. Ma questo è il passato quando le cariche elettive erano essenziali per il radicamento del partito. Non si è intravista nessuna elaborazione di un futuro politico possibile, nessuna effettiva “rifondazione” di un pensiero nuovo, di una strategia di sinistra originale, neppure nell’emotivo discorso di Bertinotti. Dunque, la maggioranza, per quanto risicata, di Rifondazione ritiene che il governo di destra durerà cinque anni e che la guerra contro le politiche di destra potrà, anzi, dovrà essere condotta in maniera orgogliosamente identitaria.

È una brutta notizia anche per il Partito Democratico poiché le alleanze necessarie per continuare a governare a livello locale senza regali per la destra diventeranno inevitabilmente più difficili e conflittuali. Non potranno sicuramente essere costruite intorno a stanche ripetitive rituali riaffermazioni di identità invece che facendo preciso riferimento a programmi da stilare e a politiche da attuare. Forse, la notizia non è del tutto brutta per i Verdi e per i Comunisti Italiani che, avendo messo in piazza la loro indisponibilità e, più probabilmente, incapacità di cambiare/cambiarsi, non correranno il rischio di essere sfidati nella organizzazione di qualcosa di diverso e di migliore della Sinistra Arcobaleno. Ma, che cosa può essere diverso e migliore se nessuno dei tre partitini ha osato indicare un futuro appetibile e percorribile? A ciascuno la sua identità e la sua nicchia, anche se è facile prevedere che i voti continueranno ad essere pochini.

Soprattutto, però, la notizia è pessima per tutti quegli elettori che ritengono che le loro opinioni e le loro preferenze non sono rappresentabili dal Partito Democratico, ma che avrebbero maggiore peso e potrebbero esercitare qualche influenza grazie ad un’organizzazione di sinistra capace di pensare e di agire nell’ottica dell’elaborazione di un programma di governo, anche con necessarie radicalità sui valori e sui diritti, e della conseguente assunzione di responsabilità che comincia proprio, nella migliore tradizione della sinistra e del comunismo italiano, dal modo di fare opposizione. Rifondazione comunista ha perso l’occasione. Non ha saputo compiere questo passo. Non è neppure un passo indietro: è uno stallo triste.
Troppo passato, nessuna Rifondazione.

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