Mezzogiorno e federalismo

16 08 2008

L’Approfondimento     Partendo dal “Rapporto SVIMEX 2008 sull’Economia del Mezzogiorno” presentato alcuni giorni fa, alcune valutazioni basate su “dati di fatto” rispetto al permanere della più grave delle questioni nazionali, quella meridionale

di Alessandro Bianchi su Aprileonline

Il “Rapporto SVIMEZ 2008 sull’Economia del Mezzogiorno” presentato qualche giorno fa, consente di fare alcune valutazioni basate su “dati di fatto” rispetto al permanere della più grave delle questioni nazionali: quella del Mezzogiorno d’Italia.
Sul numero di maggio di Aprile mensile avevo richiamato l’attenzione sul fatto che le ultime elezioni politiche sono state perse dal centrosinistra in larga misura nelle regioni meridionali e che qualunque percorso teso a riconquistare consenso elettorale nel Paese, non può che passare attraverso un drastico cambiamento di rotta nelle politiche economiche sociali e territoriali per il Sud.

Ora le analisi della SVIMEZ mi consentono di portare all’attenzione alcuni elementi specifici che continuano a caratterizzare il “divario” Nord-Sud, dai quali occorre partire per costruire quelle politiche.

Il quadro economico

Tra il 2006 e il 2007, in un contesto mondiale controverso tra la forte crescita delle economie emergenti (Cina, India e Russia) e la contrazione di quelle degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, l’economia del nostro Paese (misurata in termini di prodotto lordo) ha subito un decremento dello 0,3% rispetto all’anno precedente, attestandosi all’1,5%.
Nel medesimo periodo il Centro-Nord ha segnato un incremento dell’1,7% e il Sud dello 0,7%, ovvero un punto percentuale in meno, il che significa che l’incremento produttivo nel Sud è risultato pari ad 1/3 di quello del Centro-Nord (nell’anno precedente era pari alla metà).
Si può aggiungere che tra il 2001 e il 2007 il tasso medio annuo di variazione del PIL è stato nel Sud pari a 0,7 mentre nel Centro-Nord è stato pari a 1.2, ovvero uno scarto di 0,5 punti per anno, il che porta ad un valore cumulato al 2007 di 5,0 nel Sud rispetto a 8,8 nel Centro-Nord.
Ci si potrebbe ulteriormente addentrare nel dettaglio di questi dati, ad esempio specificando i valori del prodotto e della produttività complessiva e per settori, ma conviene lasciare questo compito agli esperti – del governo e dell’opposizione – che hanno la competenza per occuparsene (magari chiedendo Loro di dare qualche segno di esistenza in vita) per sottolineare le ricadute di questo dato generale su tre aspetti essenziali della qualità della vita nel Mezzogiorno: l’Occupazione i Servizi, il Territorio.

L’occupazione

Nel 2007 l’occupazione (in numero di unità lavorative) nel Centro-Nord è aumentata dell’1,4%; nello stesso periodo nel Sud è diminuita dello 0,1%.
Inoltre rispetto all’anno precedente nel Centro-Nord si è avuta una diminuzione dello 0,8% mentre nel Sud questa diminuzione è stata di ben 1,4%. Dunque siamo in presenza di un progressivo aumento del divario nel mercato del lavoro tra le due aree del Paese, per cui ad oggi il tasso di occupazione nel Centro-Nord è pari al 65,4% mentre nel Sud è pari al 46,5%, quasi 19 punti di differenza.
Se si traducono queste aride cifre in termini di condizione sociale della popolazione del Mezzogiorno, ci si rende conto che si parla di centinaia di migliaia di persone (circa 420.000 tra il 2002 e il 2007) che non hanno trovato collocazione o sono state espulse dal mercato del lavoro.
Se poi si considera la quota parte di giovani che viene investita da questo fenomeno, ci si rende conto della devastazione sociale che si sta creando in quella parte del Paese, perché lasciare i giovani senza occupazione significa lasciarli a carico delle famiglie, significa privarli della possibilità di assumere un ruolo sociale, significa renderli facili prede di devianze a partire da quelle proposte dalla malavita organizzata.
Nella migliore delle ipotesi, si determina quello che la SVIMEZ definisce “un diffuso effetto di scoraggiamento che induce (…) a non partecipare più alla ricerca di lavoro prolungando gli studi o a rifugiarsi nel lavoro sommerso o, infine, a scegliere la strada dell’emigrazione verso le regioni del Centro-Nord”.

Il territorio

Per quanto riguarda il territorio, ovvero la componente fisico-spaziale entro cui si svolgono le relazioni economiche e sociali della popolazione, dal Rapporto SVIMEZ si possono dedurre elementi estremamente significativi per il confronto tra Centro-Nord e Mezzogiorno, con riferimento a tre aspetti fondamentali: la mobilità, le aree urbane e l’ambiente.
La mobilità intesa come capacità di un determinato territorio di rispondere con le infrastrutture e i servizi di trasporto che possiede alla domanda che persone e imprese avanzano di spostare da un punto all’altro le persone stesse e le merci – è misurata con indicatori sintetici che tengono conto sia della dotazione di reti (strade e ferrovie) e di nodi di scambio (porti, aeroporti, centri intermodali) che della capacità di movimentazione e di servizio. In sostanza, non solo Km di strade e ferrovie o numero di porti per abitante (che sono spesso dati fuorvianti) ma anche qualità dei servizi che vengono forniti ai cittadini tramite queste infrastrutture.
Ne risulta che fatto 100 il valore per l’Italia, l’indice relativo alle reti è per il Centro-Nord 115,7 e per il Sud 49,4; quello relativo ai nodi di scambio è per il Centro-Nord 126,0 e per il Sud 18,3!
Come si vede si tratta di differenze abissali, che portano a concludere che “il sistema dei trasporti nel Mezzogiorno è (…) un non-sistema e ciò non solo per l’evidente insufficienza del capitale fisico, ma anche per la qualità delle strutture misurata in termini di funzionalità, accessibilità, capacità di movimento e servizio”.
Conclusioni simili si traggono per quanto riguarda l’ambiente misurato in termini di dotazione di reti idriche (Centro-Nord 135,2 –  Sud 65,6); di reti energetiche (Centro-Nord 122,5  – Sud 67,3); di trattamento dei rifiuti (Centro-Nord 130,1 – Sud 46,1); di acqua erogata per abitante (nel Sud il 76% del Centro-Nord).
Dice in proposito il Rapporto: “La dotazione di reti di distribuzione di energia elettrica e di gas presenta nel Mezzogiorno, analogamente al settore idrico e alla gestione dei servizi per l’ambiente, forti ritardi rispetto al resto del Paese. Ritardi che si riflettono negativamente sulle condizioni di vita dei cittadini, nella competitività dell’apparato produttivo e rischiano di compromettere le opportunità di sviluppo indotte dalla crescita dei flussi turistici”.
Infine, per quanto riguarda le aree urbane va anzitutto rilevato che in base alla classificazione ISTAT (Rapporto annuale sulla situazione del Paese) su un totale di 72 sistemi ai quali viene attribuito il carattere “urbano”, nel Mezzogiorno ve ne sono solamente 18 e appartengono tutte alla categoria delle “aree urbane prevalentemente portuali”, tra cui Napoli, Salerno, Gioia Tauro, Palermo, Messina, Catania, Cagliari, Sassari‐Porto Torres, Bari e Brindisi. In sostanza il carattere urbano discende dalla dimensione demografica e dalla presenza di funzioni di servizio connesse all’attività portuale.

Nessuna presenza, invece, tra le aree urbane “ad alta specializzazione”, tra quelle “a bassa specializzazione” (unica eccezione Pescara) e neppure tra quelle “senza specializzazione”, ad indicare la sostanziale inadeguatezza delle aree urbane meridionali a proporsi come “motori dello sviluppo”, che è la caratteristica su cui puntano ormai tutte le politiche di sviluppo sia nazionali che europee.
Sempre secondo l’ISTAT si può anche individuare un più ampio aggregato composto da 162 sistemi locali – di cui 14 situati nel Mezzogiorno – che complessivamente comprendono il 65,5% della popolazione italiana.
Ebbene tra il 2005 e il 2007 la quota parte di popolazione residente nel Centro-Nord è aumentata di 327.100 unità; quella del Sud è diminuita di 12.900 unità.
Questo fenomeno (che fa dire a qualche lettore distratto che alcuni indicatori socio-economici per abitante sono in via di crescita nel Sud) dovrebbe far riflettere sul fatto che è probabilmente in corso un allontanamento dalle città meridionali, a seguito di una congiunta debolezza delle loro prestazioni economiche e di una scadente offerta di qualità della vita.

Presupposti di base

Credo che da questo sintetico quadro debbano trarsi, prima ancora che indicazioni operative sul da farsi (su cui sarà necessario tornare) alcune considerazioni che costituiscono i presupposti per ogni ragionamento teso ad affrontare seriamente il problema.
La prima è che tra il Centro-Nord e il Sud del Paese permane  – e per alcuni aspetti si accentua – una situazione di forte squilibrio che conferma in tutta la sua gravità la “questione meridionale”. Per dirla in termini più diretti, circa il 35% della popolazione italiana (21 milioni di persone) vive in condizioni di inferiorità – quanto a reddito, occupazione, servizi sociosanitari e dell’istruzione, dotazioni territoriali, trasporti, qualità dell’ambiente – rispetto alla restante popolazione che risiede nel Centro-Nord.
Si tratta di una macroscopica questione di iniquità sociale che non dovrebbe esistere in un Paese civile.
La seconda è che non si tratta di una questione “locale”, che riguarda solo una parte del territorio nazionale. Al contrario si tratta di una “questione nazionale”, la cui mancata soluzione impedirà all’Italia intera di tenere il passo con gli altri Paesi della Unione Europea, relegandola progressivamente ad un ruolo marginale. E’ evidente, infatti, che la pur solida economia del Centro-Nord non riuscirà a progredire se il Mezzogiorno non parteciperà a questo processo, rimanendo in una condizione di sopravvivenza sostenuta da politiche di sostegno.
La terza considerazione è che per uscire da questa empasse è necessario che la questione meridionale torni al centro delle politiche nazionali in perfetto parallelismo con la questione del federalismo (non solo fiscale).
Ciò significa che all’idea di federalismo della Lega – che evoca fortemente una prospettiva separatista – ma anche a quello di alcune Regioni settentrionali che reclamano lo “statuto speciale” e a quello di molte Regioni meridionali che difendono la loro autonomia solo per mantenere il controllo sulla spesa pubblica, a tutte queste distorte forme di federalismo dobbiamo contrapporre un federalismo unitario, ossia un federalismo che parta dalla visione di uno Stato centrale solidamente strutturato, che mantenga per sé le funzioni fondamentali di programmazione e coordinamento e da questa condizione muova per creare un ampio decentramento delle funzioni gestionali a livello regionale.
Se nella nuova e complessa situazione politico-istituzionale che si è creata nel Paese le forze del centro-sinistra vorranno giocare un ruolo propositivo per lo sviluppo, dovranno porre questo problema come pregiudiziale rispetto a qualunque discussione sulla riforma federalista.

(fonte: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=8781)

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