Le irrinunciabili “Primarie”

15 08 2008

LETTERA APERTA di Milena Gabanelli (giornalista Rai, autrice e conduttrice di “Report”)

Per evitare equivoci, premetto che faccio la giornalista, non mi sono mai schierata a sostegno di un partito e non intendo cambiare mestiere né abitudini.
Vivo da 30 anni in questa città e, da cittadina, ho visto la sua lenta decadenza, pertanto non posso non chiedermene le ragioni. Altri, più partecipi di me alla quotidianità bolognese, dicono che l’indole conservatrice della popolazione, gli interessi di categoria che prevalgono su quelli generali, l’impossibilità di introdurre elementi nuovi nella gestione politica hanno generato negli anni appiattimento e connivenze. Non so se questo sia vero, ma c’è una convinzione diffusa che le decisioni che contano vengano prese da un gruppo ristretto di persone, sempre le stesse, che sono ostaggio di corporazioni ed impediscono alla popolazione la scelta dei propri rappresentanti in Comune.
Bologna è per tradizione una città di sinistra.
La sinistra, per voce di chi la rappresenta, ha recentemente dichiarato: “Non sappiamo parlare alla gente”, “La gente ha sentimenti antipolitici”, “Bisogna guardare al futuro”. Per provare a cambiare un meccanismo che produce sfiducia e indifferenza, il PD è stato il primo partito a teorizzare le primarie come metodo di elezione di un candidato.

Ma se i candidati che concorrono alla poltrona di Sindaco sono scelti dai delegati del partito, è solo finzione, poiché è lecito pensare che ancora una volta si mettano d’accordo fra loro sul nome che deve vincere e quello che deve perdere. L’alternativa è un meccanismo ancora più complesso, ovvero: possedere la lista degli iscritti al PD, bussare a tutte le porte e portare a casa 1800 firme.
Per recuperare vitalità e fiducia, la candidatura dovrebbe essere aperta a tutti coloro  che si riconoscono nella linea politica del PD, che possiedono un numero minimo di sostenitori e pensano, attraverso la loro competenza ed esperienza, di poter dare un contributo al rinnovamento della città.
E devono essere i cittadini poi a decidere, con il loro voto, chi deve affrontare l’avversario alle elezioni finali per la poltrona di palazzo D’Accursio.
In questo modo le primarie diventerebbero una gara veramente democratica e non una suggestione vuota; una gara nella quale Sergio Cofferati, o chiunque altro indicato e sostenuto dai vertici del PD, partirebbe senz’altro in vantaggio sugli altri, ma non li escluderebbe attraverso decisioni prese da pochi delegati di partito. Se vincesse, ne uscirebbe addirittura rafforzato, proprio perché passato attraverso la consultazione popolare. Offrire la possibilità a chi ha voglia, passione e competenza, di potersi misurare, è un principio che una paese moderno deve applicare, affinché ognuno diventi  protagonista attivo del proprio destino.
Con meccanismi semplici e soglie basse d’accesso.
Vale per il PD e per tutti i partiti. Le modalità usate finora hanno appiattito idee e alimentato sentimenti di rigetto; forse per questo ogni volta che le elezioni si avvicinano la città si riempie di manifesti che elencano le meraviglie compiute dall’amministrazione che sta per scadere, come se i cittadini abitassero sulla luna. Non è detto che questo tipo di apertura sia rivoluzionario, ma per saperlo bisogna provarci.
Se non funzionerà non avremo perso nulla, ma se invece, come credo e spero, qualcosa si dovesse innescare, sarà inevitabile, per le altre città, adottare in futuro questo metodo,  portandosi dietro un cambiamento vero.

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