Il giudice Antonino Scopelliti, simbolo di una Calabria onesta

13 08 2008

di Antonio Aprile

Un gioco troppo grande, dal quale una volta entrati è difficile uscire.
Così Giovanni Falcone definiva quel complesso mondo degli operatori di giustizia che svolgono indagini sulla mafia. Un gioco nel quale molti, anche lo stesso Falcone, alla fine ci hanno rimesso la vita.
Noi cittadini per così dire “normali”, non in prima linea nello scontro tra Stato e mafia, anche se certamente esposti ai rischi come tutti coloro che vivono in territori ad alta densità mafiosa nei quali nessuno può chiamarsi fuori o sentire al sicuro, possiamo forse solamente immaginare quanto possa essere difficile, per chi fa quello stesso lavoro, partecipare a manifestazioni come questa di Legalitalia in cui ci si ritrova a commemorare un collega, un magistrato come Antonino Scopelliti.
Un uomo che ha pagato con la vita l’aver deciso di partecipare a quel gioco dalla parte dei buoni, di quelli che non si sono lasciati attirare dalle lusinghe di incarichi semplici o del quieto vivere.
Né, tantomeno, dalle lusinghe dei soldi, quei cinque miliardi con cui pare avevano provato a corromperlo e che avrebbero significato anche sopravvivenza. Perché anche un magistrato che si occupa di mafia, se vuole, può scegliere fino a che punto essere disposto a rischiare e magari decidere che a volte non ne vale la pena. Ma Antonino Scopelliti non era certamente fra questi. Non è retorica, è storia.
Apparteneva alla stessa scuola dei Falcone e dei Borsellino, di quelli che non avevano deciso di fare gli eroi, ma semplicemente di fare il proprio dovere.
Il che, in alcune zone come la Calabria, è la stessa cosa, equivale a decidere di immolare la propria vita. Nino Scopelliti era molto noto tra i colleghi per questa sua dote: era uno che andava fino in fondo nel proprio lavoro.
“Noi lo ritenevamo – ha detto una volta Salvatore Boemi, Procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria, rappresentando un sentire comune a tutti coloro che lo conoscevano – uno dei magistrati più preparati che ci fossero presso la Suprema Corte di Cassazione. Per noi era un punto di riferimento stabile ed era sicuramente un motivo di orgoglio sapere che il braccio destro del Procuratore Generale era calabrese e constatare quanta fiducia c’era nelle capacità professionali di quest’uomo che, lo dobbiamo ricordare, ebbe gli incarichi più delicati e trattò i ricorsi di procedimenti tra i più importanti della storia democratica del dopoguerra”.
Non era certamente un giudice che amava apparire, non aveva né cercava la notorietà. Il “giudice solo”, lo chiamavano. Solo, come ci si ritrova spesso in un mondo in cui anche se sei onesto devi far finta di essere furbo. E la notorietà non l’ha avuta neanche dopo la morte, almeno per come invece avrebbe meritato. Perché il maxi-processo del quale si doveva occupare Scopelliti rappresentava una svolta storica. Non erano solo le dimensioni, il numero degli indagati, gli ergastoli comminati che dovevano essere confermati.

Erano gli anni ’90 e quel processo rappresentava anche una sorta di ufficializzazione, la definitiva affermazione giudiziaria di cosa fosse Cosa Nostra, cioè una organizzazione unitaria, segreta, verticisticamente organizzata. Aveva certamente ragione Antonino Caponnetto quando disse: «Avete avuto un grande esempio in questa terra: Antonino Scopelliti, eppure sembra che lo si voglia dimenticare, che lo si voglia rimuovere dalla coscienza. Non c’è una piazza o una via intitolate a lui mentre sono migliaia le piazze intitolate a Borsellino e Falcone. Era il magistrato più coraggioso, più invulnerabile.
Era temuto per la sua intelligenza e per la sua onestà. Come si può dimenticare un sacrificio del genere?». Allo stesso modo è calato il silenzio anche sulla sentenza di Cassazione del 2004 che alla fine scagionava tutti i mandanti. «E’ come se per lo Stato italiano mio padre non fosse vittima di mafia» ha detto la figlia Rosanna. Quello stesso Stato che spesso si è trovato a rincorrere, mettere una toppa, facendo quella che qualcuno ha definito antimafia del giorno dopo.
Come quando nel 1982 ci fu bisogno dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa perché il Parlamento approvasse in fretta e furia il disegno di legge Rognoni-La Torre.
O quando nel 1988 gli omicidi di Alberto Giacomelli e Antonio Saitta indussero alla costituzione delle commissioni per antimafia, terrorismo e stragi.
O nei primi anni ’90, quando dopo l’omicidio di Rosario Livatino furono approvate nuove leggi per la protezione di chi collaborava con la giustizia.
O il decreto Scotti-Martelli varato dopo gli omicidi Falcone e Borsellino. Su tante morti si è costruita piano piano una coscienza civile popolare e la consapevolezza di cosa significhi la parola mafia, in tutte le sue varianti.

E su tante morti si è messa in piedi una legislatura antimafia, letteralmente scritta con il sangue. Il rischio, oggi, per dirla con un altro magistrato in prima linea, il Sostituto Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri, che ha spesso richiamato su questo l’attenzione dei legislatori, è che si torni indietro, che si faccia di tutto per smantellarla.
E certamente questo è un altro modo, meno cruento ma non meno efficace, per uccidere il lavoro di magistrati come Nino Scopelliti.
Un delitto, ricordiamolo, impunito. Ma la sentenza che ha assolto i presunti mandanti ed esecutori rappresenta in realtà una condanna per lo Stato italiano, per la sua incapacità di trovare i colpevoli.
Oggi, ben diciassette anni dopo, si spera di trovare elementi nuovi per riaprire un fascicolo che non può restare chiuso

(11.08.2008)Antonio Aprile

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