Aldo Pecora a Legalitàlia: “Riaprire le indagini sull’omicidio del giudice Antonino Scopelliti”

13 08 2008

di Giulia Fresca su “Articolo 21”

“Riapriamo il caso Scopelliti. È questo l’obiettivo dichiarato di Legalitàlia, la manifestazione dei giovani antimafia che da ieri mattina con una cerimonia nel salone del palazzo della provincia di Reggio Calabria, sta celebrando la seconda edizione,. Ricorre proprio oggi il 17° anniversario dell’uccisione di Antonino Scopelliti, il magistrato che sosteneva la pubblica accusa presso la Suprema Corte di Cassazione, nel maxiprocesso contro Cosa Nostra. Fu ucciso in Calabria, freddato dai killer mentre in automobile, da solo, tornava nel suo paese natio, Campo Calabro, di ritorno dopo una giornata di mare. Dovevano eliminarlo. Scopelliti era la memoria storica del maxiprocesso contro la mafia e forse è stato per questo che qualcuno ha firmato la sua condanna a morte. Ipotesi, perché la verità processuale dell’omicidio resta ancora un capitolo da scrivere. A distanza di 17 anni, infatti, quel delitto rimane ancora impunito: dal processo, chiuso penalmente in cassazione nel 2004, non sono emersi né il movente né il mandante. Ed è così che all’alba della seconda edizione di “Legalitàlia”, il movimento “Ammazzateci tutti” e la “Fondazione Antonino Scopelliti”, presieduta dalla figlia Rosanna, lanciano un appello di mobilitazione civile per istituzionale perché siano ristabilite verità e giustizia con lo scopo di «trovare elementi utili a riaprire le indagini sull’omicidio del giudice Antonino Scopelliti. Non è possibile – ha detto Aldo Pecora di “Ammazzateci tutti”- che un delitto come quello del giudice Scopelliti sia ad oggi impunito. Vogliamo vedere se ci possono essere elementi nuovi utili per far riaprire il fascicolo. È in gioco la democrazia. Ognuno deve fare il proprio dovere, anche la società civile deve reagire».».
Antonino Scopelliti fu assassinato dalla mafia il 9 agosto 1991 e secondo i pentiti della ‘ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla ‘ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del ”favore” ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la ”guerra di mafia” che si protraeva a Reggio Calabria dall’ottobre 1995, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano. Nell’ abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del processo alla ”Cupola” di Cosa nostra. Dopo una serie di processi, con condanne ed assoluzioni, nel 2001, la Corte d’ Assise d’Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre’ e Benenetto Santapaola dall’accusa di essere stati i mandanti. L’omicidio Scopelliti rimane quindi senza una soluzione giudiziaria.
Rosanna Scopelliti, figlia adesso ventiquattrenne del giudice, così racconta oggi suo padre:« ripenso spesso a come possa essere stato per lui, a che sensazione possa avere provato; allo stupore provocatogli dall’aver forse riconosciuto chi in quel momento gli stava puntando quel maledetto fucile in fronte, pronto ad esplodergli a bruciapelo due colpi diritti alla tempia. Mi chiedo, me lo chiedo sempre, troppe volte, come possa essere possibile morire così, morire due volte: la prima per mano mafiosa, la seconda per la complicità di tutte quelle persone che ormai in diciassette anni non sono riuscite a tutelare quanto meno la sua memoria, visto che non sono state in grado (o non hanno voluto) tenergli cara la vita. Ero una bambina – continua Rosanna Scopelliti – quel 9 agosto ’91, e come tutte le bambine di sette anni, speravo di godermi il mio papà ancora per molto tempo. Invece non è stato possibile, non mi è stato concesso. Non ho potuto confessargli le mie prime cotte, sventolargli soddisfatta le pagelle scolastiche, andarci al mare insieme, provare, magari, a chiedergli di regalarmi un fratellino o una sorellina, schizzare finalmente in bici senza rotelle. Mi hanno negato la possibilità di vederlo invecchiare, di averlo accanto a me l’anno del diploma, così come non avrò la fortuna di essere, un giorno, accompagnata da lui all’altare. Insomma mi è stata negata la normalità». Un attimo di silenzio poi Rosanna Scopelliti continua:«ci hanno lasciate sole, me e mia madre, a piangere in silenzio, quasi al punto da dover nascondere ogni legame con lui. Per motivi di sicurezza, hanno detto. O forse avevano paura che presto o tardi questo clima sordo ed ovattato stabilito intorno a  me ed a lei potesse infrangersi e farci capire cose che nessuno voleva o vuole che si sappiano, verità che “non s’hanno da conoscere”. Sono trascorsi diciassette anni, diciassette anni di lacrime solitarie, timide, inconfessabili. Diciassette anni di veleni, di storie, di omertà, di amarezze, di vita rubata. Adesso non posso e non voglio, rischiare che sull’omicidio del giudice Antonino Scopelliti continui ad incombere l’afosa cappa del silenzio. Mi si potrà pur veder negata la giustizia, ma la verità no. Non lo permetterò a nessuno». E conclude: «Dicono che proprio a pochi passi dal posto in cui furono esplosi quei due maledetti proiettili sorgerà un nuovo tratto della famigerata Salerno – Reggio Calabria: magari anche questa volta impastata con tonnellate di sabbia, sangue e cemento. Milioni di euro per comprare, forse definitivamente – il silenzio di chi ancora oggi niente ha visto, niente ha sentito, niente ha detto. Le cambiali non sono scadenze, in questi casi».

(fonte: http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=4075)

 

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