CERCANSI CALABRESI ONESTI

11 06 2008

NOTA DELLA REDAZIONE: anche noi della “Rete per la Calabria” trepidiamo per la vita del piccolo Antonio, come tutti. Ed a nome di tutti noi tra i primi ad accorrere all’Ospedale Bambin Gesù di Roma per portare una parola di conforto ai genitori del piccolo ferito sono stati, nel silenzio e nel rispetto del terribile dramma umano, Rosanna Scopelliti, Presidente della nostra Rete, ed Aldo Pecora, portavoce del movimento “E adesso ammazzateci tutti”. Abbiamo saputo di un momento di grande commozione del papà del piccolo Antonio nell’abbracciare Aldo e Rosanna, che in quel momento potevano rappresentare ai suoi occhi quella Calabria che combatte quotidianamente per cambiare, e che nel ringraziarli per la loro concreta vicinanza ha espresso il desiderio di rivederli, presto, a Melito a festeggiare il ritorno di Antonio a casa.
Tutti noi ce lo auguriamo, e ci auguriamo che insieme al sorriso del piccolo Antonio a Melito cominci a splendere la luce della buona volontà e del coraggio di chi non ci sta a vedere umiliata la nostra terra. GP

di FULVIO LIBRANDI

VIVIAMO le notizie delle condizioni del piccolo Antonio con un’angoscia privata. Anche stavolta, di nuovo, non abbiamo parole per confrontarci apertamente, parole per spiegare ai figli cosa succede, perché è successo qui da noi, perché ora. Non riusciamo ad articolare la voce per esprimere la rabbia, nessuno ci ha insegnato a farlo, e quando ci proviamo ci vengono fuori slogan di certificata inefficacia. Le grida della madre, delle donne di Locri, dei pochi che hanno forza di gridare, non valgono niente, perché tutti sanno che la strada che conduce al prossimo silenzio dura sì e no dieci giorni.
La Regione si costituisce parte civile, è un bene. Ci dà un po’ d’ossigeno in questi giorni in cui i politici sono impegnati in un pessimo Risiko per  conquistare le posizioni di potere dell’immediato futuro.
Il coro rituale che prende forza dopo le disgrazie oggi tace, e meno male, direbbe un’altra volta che la Calabria onesta deve ribellarsi.
Invece diciamocelo senza mezzi termini: non è vero che ci sono i calabresi onesti.
Ci sono tante persone per bene nella nostra regione, tantissime, ma non in quanto calabresi. La calabresità sarebbe un valore se per una volta riuscissimo a farci carico dei nostri mali, se ci facesse sentire parte di un tutto che chiede ed esige giustizia  e normalità. Ma sappiamo che non è così, e le immagini dei telegiornali  li inchiodano alla nostra sofferta solitudine mascherata da indifferenza.
Nella nostra terra hanno sparato per sbaglio a un bambino che ora rischia di morire, e questo dramma dovrebbe essere un problema cogente della collettività, una disgrazia capitata in casa nostra. Invece l’unica calabresità che oggi ci unisce, sotto sotto, è quella che ci fa intendere le ragioni di chi ha visto e, sicuramente odiandosi, decide di tacere.
Calabresi onesti non ce ne siamo, e credo non ce ne potremo essere finché essere onesti vorrà dire essere eroi, finché non ci renderemo conto di come alla frammentazione sociale corrisponde la frantumazione del nostro spirito, finché non ci diremo chiaramente tra noi che cosa siamo diventati – o forse cosa siamo sempre stati -, e da lì poi, forse, pensare a un altro futuro. Il tentativo di ripartire dalla scuola mi sembra l’unica cosa ragionevole. Se occorre coltivare l’utopia bisogna però osare di più e non limitarsi all’ora di educazione civica il cui valore sarebbe  soprattutto simbolico. Occorre camminare verso la costruzione di un linguaggio condiviso, offrire modelli cognitivi buoni per interpretare questo presente.
Occorre impegnare la scuola di ogni ordine e grado per formare insegnanti non di antindrangheta, ma che abbiano a disposizione gli strumenti concettuali per rispondere in modo giusto a domande sistematicamente disattese.
Dobbiamo consentire ai ragazzi di identificarsi in altri modelli, transregionali, transnazionali, transculturali, e così costruire, ex novo, un altro sentimento dell’appartenenza a questa terra. Detto così sembra la teoria di un pazzo, e invece è un processo concreto che va avviato oggi sperando dia frutti nel tempo.
Progettare per la comunità e pensare di costruire, nonostante tutto, un altro futuro è l’unica cosa che ci restituisce dignità. Anche per tentare di somigliare, come collettività, a quello che di certo siamo individualmente, persone che piangono indignate per l’episodio di Melito Porto Salvo. In bocca al lupo piccolo Antonio, tu e Gaia siete tutta la nostra speranza. Tieni duro. Anche se non sappiamo dimostrarlo, ti siamo tutti vicini e ti aspettiamo.

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