“Don Giannino” Losardo, un eroe per caso. E l’anticipazione tratta dal volume che ricostruisce il dramma di quei giorni «Vi racconto il sorriso di mio padre»

3 06 2008

Storie di Calabria
Era la sera del 21 giugno del 1980 quando la criminalità organizzata cetrarese decise di uccidere il suo peggior nemico. Molte verità nascoste dietro la tragica fine dell’assessore comunista di Cetraro e segretario capo della Procura di Paola

di LUCIANA DE LUCA
(da “Il Quoridiano della Calabria)

DON GIANNINO quella sera aveva partecipato al consiglio comunale e poi, prima di tornare a casa, era  passato a salutare sua  madre.
Con lei aveva assistito ai calci di rigore della partita Italia-Cecoslovacchia.
Poi, percorrendo a piedi le strade di una Cetraro deserta, rintanata in casa per seguire la partita, raggiunse la sua auto, una “Fiat 126” azzurrina, per fare ritorno a casa e ritrovare sua moglie, i figli.
Don Giannino non immaginava neanche lontanamente che da lì a poco la sua vita sarebbe stata spazzata via. Per sempre.
Era il 21 giugno del 1980, e quella sera la criminalità organizzata cetrarese aveva deciso di alzare il tiro e colpire il suo peggior nemico: Giannino Losardo, segretario capo della Procura di Paola e assessore  comunista del Comune della cittadina tirrenica.
A bordo di una moto, che un carabiniere aveva visto passare dalla piazza principale del paese subito dopo l’auto di Losardo, i killer avevano seguito don Giannino e una volta fuori dal centro abitato, erano entrati in azione colpendolo più volte.
Ma Losardo non morì subito. Fu trasportato in ospedale e a un amico fidato disse qualcosa, pregandolo di riferirlo ai giudici onesti. Probabilmente però, la volontà espressa da un uomo in punta di morte, non è mai stata rispettata. La paura di fare la stessa fine ha cucito la bocca a chi, per ruolo e per responsabilità morale, avrebbe dovuto denunciare fatti precisi di cui era venuto a conoscenza e che avevano portato alla morte di Losardo.
Alla moglie dell’assessore comunista, in quelle ore, fu impedito di vedere il marito in ospedale. «Se a me avesse detto qualcosa – affermò nel corso di un’intervista – io avrei parlato. Io, comemoglie, mi sarei assunta quella responsabilità».
Tanti buchi neri.
La morte di Giannino Losardo ancora oggi è circondata da un alone di mistero: troppe ambiguità e connivenze. E da uomo perbene non si era mai reso conto che ostacolando e denunciando ciò che vedeva in procura: i fascicoli nascosti, la richiesta continua di spiegazioni a chi non era in grado di darne senza denunciare la sua appartenenza al clan, stava scrivendo un romanzo tragico, dal finale scontato. Proprio la sua fermezza minacciava quel processo di sottomissione al quale si lavorava da tempo per ottenere, secondo un progetto ben definito, il controllo assoluto del territorio da parte di appartenenti al clan del “re del pesce”.
Per l’omicidio Losardo vennero rinviati a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Bari, Francesco Muto, ritenuto il mandante, Francesco Roveto, Antonio Pignataro, Franco Ruggiero e Leopoldo Pagano, come esecutori materiali dell’assassinio.
Losardo ferito e prossimo alla morte trova la forza di denunciare i suoi assassini.
Dice a un maresciallo dei carabinieri: “Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato”. Ma la richiesta di parlare, di dire quello che sapeva, fatta da don Giannino, non viene accolta da chi ha condiviso con lui gli ultimi istanti della sua vita.
Nel processo di Bari vengono coinvolti magistrati e noti politici cetraresi accusati di collusione con la mafia. L’esito del procedimento è noto a tutti: condanne in primo grado e poi assoluzioni negli altri due gradi di giudizio.
Nonostante il clamore suscitato dall’omicidio Losardo che determinò all’epoca una mobilitazione politica generale – autentica da parte di alcuni, assolutamente strumentale da parte di altri – con la creazione di una
commissione antimafia nella quale spiccava anche il nome del comunista Francesco Martorelli, i malavitosi continuarono, tra un interrogatorio e l’altro, a fare i loro affari e a creare una rete di soggezione e terrore nella comunità.
Anzi, “l’immunità giudiziaria” di cui sembravano godere, grazie a giudici collusi con la criminalità che avrebbero avuto un ruolo determinante anche nella decisione di eliminare Giannino Losardo, e le amicizie con i potenti, li rendeva ancora più temibili e consapevoli delle loro potenza.
Solo le donne, le vedove, a differenza di tanti altri “banditori’ si sono presentate davanti ai giudici di Bari, hanno raccontato e chiesto giustizia per i loro mariti ma anche per chi rimaneva, per i loro figli che probabilmente meritavano di vivere in un luogo migliore.
Così non è stato.
La storia di Cetraro si compone di tante parti: alcune sane, straordinarie, altre irrimediabilmente malate. Tra queste è doveroso ricordare il ruolo di una parte della magistratura dell’epoca, che ha avuto un ruolo attivo
nella morte violenta di uomini dello spessore morale di Losardo.
La verità di questo delitto è contenuta nei cassetti della Procura e nella memoria di qualche toga nera che per avidità e codardia, ha consentito l’ascesa criminale di un gruppo di malavitosi che ha posto fine a esistenze nobili come quella di don Giannino, un eroe per caso: lui che odiava il clamore mai avrebbe potuto immaginare che la sua storia sarebbe stata indissolubilmente legata al nome di uomini violenti, portatori di morte e di oscurità.
Raffaele Losardo, il figlio dell’assessore communista ucciso, solo da un po’ di tempo ha trovato la forza di raccontare quel padre che gli è stato strappato così bruscamente. «L’educazione all’ascolto della musica
classica costituisce uno degli insegnamenti fondamentali che ho ricevuto da mio padre: fin da piccolissimi io e mia sorella venivamo messi a contatto con le opere dei gandi compositori classici e papà ci spiegava non soltanto i timbri dei diversi strumenti musicali, ma anche la struttura ed i temi fondamentali delle opere che ci faceva ascoltare. Tra queste vi erano certamente anche quelle di Beethoven, forse non tanto la settima sinfonia, ma sicuramente la terza e la quinta sinfonia e, soprattutto, l’ouverture dell’Egmont
».
Don Giannino era un uomo colto, sensibile, attento alle esigenze dei deboli, tenero e protettivo con la sua famiglia.
Allegro, accoglieva le persone, le rassicurava con la sua autorevolezza, le avvolgeva d’affetto con il
suo sorriso appena accennato ma aperto, sincero. Aveva un’idea alta delle istituzioni e della giustizia e per questo, aveva trovato molte difficoltà nell’accettare e condividere le storture di apparati malati dello Stato. Con semplicità e naturalezza si batteva per gli ideali in cui credeva, cercava di dare il suo contributo per la crescita civile della società, amava la sua terra e voleva difenderla da predatori senza scrupoli. Giannino Losardo sentiva la bellezza del mondo che lo circondava: i suoi pensieri e il suo lavoro trasudavano di
impegno.
Non era un eroe don Giannino, era un uomo consapevole, testardo, con la passione per la vita.

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L’anticipazione tratta dal volume che ricostruisce il dramma di quei giorni

«Vi racconto il sorriso di mio padre»

di RAFFAELE LOSARDO

Pubblichiamo qui di seguito, per gentile concessione del “Laboratorio Losardo”, un’anticipazione dal volume “Quel giugno dell’Ottanta”,  dedicato alla memoria di Giovanni Losardo, con l’intervento del figlio, Raffele Losardo, che ripercorre il dramma vissuto dalla famiglia dell’assessore comunista ucciso dalla mafia

COME era giusto che fosse, ho cercato di essere partecipe, in questi anni, di tutte le iniziative assunte nelle
più diverse sedi istituzionali sulla vicenda di Giovanni Losardo.
Ho ritenuto giusto e anche doveroso che anche io, pur vivendo oramai da anni lontano da qui, facessi avvertire la mia partecipazione al travaglio della società calabrese e delle sue istituzioni per cercare di uscire dal tunnel; che anche io, pur direttamente colpito e gravato da quella perdita, condividessi lo sforzo che tanti uomini e donne, in ogni angolo del paese, andavano faticosamente compiendo nel tentativo di isolare e fermare le cellule criminali che avevano sparso sangue e lutti; che impegnassi le mie forze nella comune ricerca delle cause che avevano portato a quell’impazzimento, nell’individuazione delle connessioni esistenti tra cellule impazzite e settori anche estesi della società e delle stesse istituzioni, nell’impresa di ristabilire una normale convivenza.
Ho cercato, dunque, in questi anni di non far mancare a questo sforzo collettivo un contributo mio e, pur senza invadere campi che non erano i miei e senza assumere responsabilità che spettavano ad altri, ho sentito il dovere di offrire ogni qual volta ne sono stato richiesto le mie risposte quanto più ragionate e meditate possibili e le mie interpretazioni intorno ad una vicenda politica, perché aveva coinvolto tutta la
polis, e non soltanto noi familiari.
Con questo spirito ho partecipato al processo che si è celebrato a Bari e alle tante iniziative che le scuole, le istituzioni locali, la stessa amministrazione della giustizia hanno assunto per venire a capo del caso Losardo. Non sta a me fare il bilancio di questo sforzo collettivo.
Ma sento, ora che abbiamo fatto un bel pezzo di strada insieme e che finalmente il cielo sembra essersi rischiarato, sento di dovere in un certo senso ricalibrare il mio modo di parteciparvi.
Quando sono stato invitato a questa cerimonia sono stato molto indeciso se intervenire (anche perché allora i miei impegni e affetti familiari sembrava dovessero trattenermi a Roma) e mi sono anche chiesto se e in che modo, se mi fossi liberato da quegli impegni, avrei potuto portare oggi un mio ulteriore contributo.
Ho deciso di  intervenire dopo che le vicende familiari sembrano finalmente essersi appianate (una mia zia, un affetto per me particolarmente caro, dopo essere stata per lungo tempo ricoverata a Roma per seri problemi di salute è finalmente sulla via della guarigione) dopo avere sentito un fraterno amico. il nostro comune amico Francesco Elmo dott. d’Emmanuele che con parole piene di affetto mi ha fatto riflettere sul senso che avrei dovuto dare a questa mia partecipazione.

Vedete, in tutti questi anni e proprio per le ragioni che dicevo  prima e cioè per poter intervenire in modo razionale e con ponderazione sugli sviluppi che l’assassinio di mio padre aveva determinato nella vicenda politica e perché sapevo che a questi sviluppi era inevitabilmente legato il mio desiderio che mio padre avesse un po’ di giustizia in questo mondo molto spesso ho dovuto esaminare ed elaborare la vicenda della sua morte nel modo il più distaccato possibile .
Per darvi un’idea del modo in cui ho dovuto procedere vi voglio raccontare un piccolo particolare. Al mio studio conservo i faldoni del processo che si celebrò a Bari per le vicende che avevano insanguinato queste terre: sono gli atti del processo che tutti oramai conoscono ed intendono come il Processo Losardo”.
Come tutti i faldoni di ogni processo, anche quelli che contengono gli atti del processo che ha riguardato la vicenda di mio padre hanno un’intestazione.
Ebbene, non ho trovato dì meglio che dare a questi faldoni l’intestazione che mi veniva dall’espressione che era entrata nell’uso comune, e dunque “Processo Losardo”;
anche se e voi lo comprendete bene quelle carte non sono state per me quelle di un qualsiasi processo, ne mi è risultato indifferente pensare alla persona di mio padre chiamandola con nome e cognome, anziché
come fa un qualsiasi figlio nei confronti del proprio genitore e come ho sempre fatto io chiamandola
papà.
Così ho fatto in questi anni; anche appena due anni fa, intervenendo qui all’inaugurazione della
sala riunioni a lui intitolata, preparai un intervento in cui il più delle volte quando nominavo mio padre lo facevo chiamandolo ancora con nome e cognome, Giovanni Losardo.
In quell’occasione mi piacque molto ascoltare l’intervento del presidente di questo Tribunale, il dott. D’Alitto, che invece volle ricordarlo chiamandolo con l’appellativo che tutti, qui a Paola, usavano rivolgergli, cioè Don Giannino.
E’ parso giusto anche a me, per questa occasione, rompere quel distacco con il quale vi avevo parlato di mio padre in altre occasioni (un distacco che mi è servito per lungo tempo per preservare nelle sedi di incontro pubblico gli aspetti più intimi e privati del mio rapporto con mio padre) e parlarvi un po’ di papà.
E tenterò perciò di parlarvi del mio rapporto con papà.
Oggi viene scoperta la sua effigie ed io ringrazio coloro i quali hanno voluto impegnarsi in questo iniziativa che ha indubbiamente lo scopo ed il merito dì non far disperdere il senso della presenza, anche come entità fisica e tangibile, di papà nel Tribunale di Paola, anche per coloro che non l’hanno conosciuto in vita e non potranno quindi più conoscerlo personalmente.
Venendo qui per questa occasione mi è venuto di pensare (ma è un pensiero che ritorna periodicamente) come sarebbe mio padre oggi, fisicamente, se fosse ancora vivo: e, poiché oggi avrebbe quasi 76 anni, ho provato e provo a raffigurarmelo con i capelli bianchi; forse porterebbe una diversa montatura degli occhiali o forse inforcherebbe ancora quegli stessi occhiali con la montatura nera e spessa, che oggi è anche tornata di moda, o forse porterebbe solo le lenti più spesse perché come accade, con l’andare degli anni la vista spesso si indebolisce.

Mi sono chiesto spesso e mi chiedo come sarei io, oggi, quali altre strade avrei preso e, anche se non ne abbiamo mai parlato, questa domanda so che se la pone o se l’è certamente posta mia madre, che sicuramente aveva pensato per me un diverso avvenire; e so che lei certamente si domanda quale sarebbe stato l’avvenire di Angela, mia sorella, se papà fosse ancora vivo.
E vorrei ancora trovare una risposta da offrire a Francesca e a Margherita, che sicuramente si sono chieste e si chiedono di questo nonno che non hanno mai conosciuto: in particolare a loro ancora oggi sento il dovere di offrire una spiegazione di questa mancanza, ma non so trovare le parole adatte, perché è troppo difficile far capire a qualcuno, tanto più se si tratta di un figlio, senza turbarne la serenità, che la storia di un uomo  può, essere interrotta da cinque colpi di arma da fuoco sparati da una mano assassina cui non sono
stati ancora associati un volto ed un nome.
E a questo punto sono io che ho bisogno del vostro contributo.
Perché sono pensieri, questi miei, che vengono in mente, io credo, a tutti coloro che hanno perduto una persona assai cara, ma che diventa certamente ancora più difficile da riordinare quando un affetto ti sia stato tolto non da un evento naturale, ma in modo violento e per volontà altrui. Perché possiate aiutarmi, vi dico che è solo a questo punto delle mie disordinate riflessioni quando non trovo più una risposta razionale
al mio interrogarmi, che interviene la ragione, quella che insegna che la storia trascorsa, anche quella dei singoli individui, e quindi anche quella di mio padre, non si scrive con i “se”.
Ed è solo a questo punto essendo consapevole che non ho il talento di un grande scrittore, perché tra noi mortali solo ad un grande scrittore è dato raccontare e far rivivere la storia di chi non è più nel mondo dei vivi, evocandone lo spirito sulla pagina scritta, dandole sviluppo non solo per come si è effettivamente svolta, ma anche per come avrebbe potuto svolgersi è solo a questo punto, dicevo, che mi faccio prendere dalla piega dei ricordi. Lo ricordo papà come una persona assai gioviale.
Mi ha raccontato perfino le discriminazioni che ha subito da giovane (perché anche se qualche mentecatto ancora si ostina a non crederlo i comunisti qui in Italia sono stati discriminati) sempre con il sorriso e con sottile ironia. Mi raccontava, ad esempio di quando, nei primi anni ’50, essendo a Milano sotto le anni ed essendo nota in caserma, perché già segnalata, la sua tendenza politica, si accorse (trovandola manomessa), che gli veniva controllata e talvolta sottratta la corrispondenza.
E mi raccontava, però, di seguito il risvolto positivo di questa vicenda, e cioè come riuscì ad incastrare il capitano che gli controllava la corrispondenza, facendosi inviare da casa un messaggio civetta e come sfruttò la circostanza per andare ad assistere senza problemi ad un comizio di Togliatti a Milano. Mi raccontò anche di quando vinse il concorso da segretario comunale, ma non fu mai chiamato a ricoprire il posto perchè allora un comunista non poteva accedere a cariche di quel genere.
Di questi fatti non l’ho mai sentito dolersene più di tanto, credo perchè la sua vita poi era andata avanti ugualmente e non aveva rimpianto nulla. Mi viene in mente di quando mi aiutava nei compiti e, in particolare, di quando dovendo a casa scrivere un tema sul compianto dei troiani per la morte di Ettore mi
suggerì un passaggio del tema, pregustando il bel voto che la mia insegnante di lettere, la professoressa Antonella Bruno Ganeri mi avrebbe certamente dato. Questo frase la ricordo ancora, e suonava così: “Rintocchi funebri, donne meste, il pianto di un intero popolo accompagnano all’estrema dimora le spoglie mortali dell’eroe”. Mai avrei pensato allora che quelle parole avrebbero potuto descrivere anche il suo funerale. Al tema presi un bel voto e papà ne fu molto contento.

Mi avvio alla conclusione.
Io credo che ogni persona che sia in età matura riesca ad accettare l’idea della morte, come fatto naturale, come evento prodotto dal processo di dissoluzione delle risorse vitali di un qualsiasi organismo biologico. Ciò che è difficile accettare è il fatto che questo processo di dissoluzione possa essere innescato deliberatamente e senza necessità dalla volontà cosciente di un altro individuo.
Credo che ogni persona, in vita, si auguri di poter lasciare una qualche traccia del suo passaggio ai posteri.
Scriveva il grande poeta Orazio, in una celeberrima ode in cui esprime il suo compiacimento e la consapevolezza del valore e della grandezza della sua opera poetica, “Ho costruito un monumento più duraturo del bronzo e più alto delle piramidi“. Si può vivere anche coltivando ambizioni meno grandi.
Per parte mia, per quando toccherà la mia ora, mi accontenterei di lasciare alle mie figlie un buon ricordo di me come io porto un buon ricordo di papà.
Faccio a tutti voi lo stesso augurio.

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