PARAGUAY. IL VESCOVO ELETTO

20 05 2008

di Raniero La Valle

Non che sia una consolazione, ma mentre da noi festeggiano i leghisti, in Paraguay festeggiano i lughisti; mentre in Italia per la prima volta dal 1946 la sinistra esce dal Parlamento, in Paraguay per la prima volta dal 1947 vi entra, e mentre da noi sprofonda nell’anonimato e non si fa più vedere alle urne la tradizione del cattolicesimo democratico, in Paraguay a vincere le elezioni e a diventare Presidente della Repubblica è un vescovo, mons. Lugo, che più visibilmente e arditamente cattolico non potrebbe essere, e la cui cultura democratica non potrebbe essere più genuina perché è la cultura della liberazione.

Non che tutto ciò sia un risarcimento per noi, o che si possa fare un qualsiasi paragone tra l’Italia e il Paraguay, ma la singolare contemporaneità tra i due eventi suggerisce che anche in Italia tutto non finisce qui, che nessun potere è per sempre, che la storia è sempre ricca di sorprese e che spesso le decisioni di ieri si trasformano in un rompicapo per oggi.

Un rompicapo è per esempio, come notano tutti i giornali, quello che ha ora da risolvere la curia romana. Il fatto è che quando il vescovo Lugo, sulla spinta delle speranze popolari, decise di presentarsi come candidato alla presidenza, conosceva le incompatibilità stabilite dal diritto canonico, e perciò chiese la riduzione allo stato laicale; ma Roma gliela rifiutò, dicendo che un vescovo è per sempre. Tuttavia qui il problema non era che mons. Lugo volesse mettersi fuori della successione apostolica, ma che voleva passare dall’esercizio di funzioni ecclesiastiche all’esercizio di funzioni civili, come era avvenuto in altri celebri casi, bastando per l’Italia ricordare il nome di don Sturzo, mai uscito dall’ordine sacro.

Il vescovo di San Pedro, certo disobbedendo (ma obbedendo, come la Chiesa raccomanda, alla sua coscienza), decise di “correre” lo stesso, ragione per cui fu sospeso a divinis. Il rompicapo consiste adesso nel fatto che, sulla parola stessa dell’autorità romana, Fernando Lugo è tuttora vescovo, nella pienezza del suo carisma, ed è quindi un vescovo che ora guida il Paraguay, con il progetto e l’impegno di riscattare i poveri e gli esclusi, i campesinos senza terra e gli indigeni diseredati: una sua sconfessione, da parte della Santa Sede, metterebbe in conflitto il Vangelo con la promozione umana, e il sacerdozio con l’opzione dei poveri, e inoltre lascerebbe solo e vulnerabile Lugo, dinanzi a quanti sicuramente lo vorranno uccidere, come fecero con l’arcivescovo Romero; a rendere poi più difficile la decisione romana c’è anche il fatto che il Vaticano, se non sempre è in buoni rapporti coi vescovi, sempre cerca di avere buoni rapporti con i capi di Stato e di governo.

Ma oltre a ciò, l’elezione di Lugo pone due questioni di carattere generale. La prima è che, come titolava Le Monde diplomatique nel dicembre scorso, Washington sta perdendo l’America Latina; mentre prima aveva dittatori e generali Presidenti suoi amici dappertutto, adesso si trova di fronte, al vertice di questi Stati, donne, operai, indigeni e perfino un vescovo, e quasi dappertutto governi di sinistra. Vero è che oggi gli Stati Uniti cercano di legare a sé questi Paesi con forme di potere più consensuale, imposte con gli strumenti della globalizzazione liberista: come ha scritto un ricercatore, William J. Robinson, su una rivista newyorchese, «gli strateghi americani sono diventati buoni gramsciani», avendo compreso che il vero potere è nella società civile, ed è attraverso il controllo sociale e politico su di essa che cercano di aggiudicarsi l’America Latina. Ma se, nonostante ciò, la perdono, è solo perché si perde ciò che si possiede o si vuole possedere. Quel continente, al contrario, non vuole essere oggetto di possesso da parte di nessuno; gli Stati Uniti rinunzino al dominio, sia con le armi che col capitale, e non perderanno più niente, e avranno buoni rapporti con tutti.

La seconda questione è quella della laicità. Se il popolo elegge un vescovo, e il vescovo guida il popolo non facendo ricorso alle risorse del sacro, ma a quelle della condizione laica e comune, allora la laicità non può essere più quella che distingue il clero dai fedeli, quasi due opposti “generi di cristiani”, ma deve essere una qualità comune a laici, preti e vescovi. Si tratta allora di trovare lo specifico cristiano della laicità, che non può non riguardare tutti, prima di ogni distinzione di stato, di ordini e di ruoli. Questa laicità consiste nel prendersi cura del mondo, come realtà presente e non solo come passaggio alla realtà futura; nell’occuparsi dei corpi, santi e amati da Dio, già qui, prima della resurrezione della carne; e nel prendere su di sé, ciascuno per la sua parte, la responsabilità per la vita, il diritto e la felicità dell’intera famiglia umana sulla terra. Gli altri, a cui la laicità ci accomuna, lo facciano pure con le loro motivazioni, alcune del resto assai pregevoli, che noi stessi condividiamo; noi lo facciamo perché anche Dio ha fatto e fa così.

(fonte: http://www.grillonews.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=2812&mode=thread&order=0&thold=0)

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