LOTTA ALLA MAFIA E TUTELA DEI DIRITTI

13 04 2008

di TONINO PERNA (da “Il Quotidiano della Calabria”)

SONO rimasto l’altro giorno colpito da un titolo di spalla ad un articolone sul blitz di Crotone , apparso su questo giornale a pagina 11. Il titolo era: «Recuperiamo i bimbi ai latitanti via la patria potestà». Si trattava di un’intervista al dottoreì Gratteri, sostituto procuratore della Dia di Reggio Calabria che, fra le tante proposte condivisibili per rendere più efficace la lotta alla ‘ndrangheta, a un certo punto affermava: «L’idea di togliere la patria potestà ai figli dei latitanti non è un gesto estremo. E’ un atto di tutela del minore. Mi spiego meglio. Un bimbo, un ragazzo che si trova ad andare in giro perché suo padre è un latitante che idea avrà della giustizia? Che cosa penserà dello Stato, delle forze dell’ordine se respira aria di mafia? Se vede suo padre fuggire, sua madre svegliarsi magari per una perquisizione. Un minore che vive così non avrà un concetto adeguato della giustizia. Non saprà distinguere il bene dal male. Per questo chiediamo che ai latitantiì mafiosi sia tolta la patria potestà». Sono rimasto letteralmente scioccato. Se un simile provvedimento fosse accolto dal Tribunale dei minori ci troveremmo di fronte a una palese violazione di uno dei dirittiì umani fondamentali: il diritto di ogni bambino a vivere con i suoi genitori.
Si può obiettare «se il padre è latitante che famiglia è?», resta comunque il diritto della madre a crescere
il proprio figlio. Si può ancora osservare: ma le mogli dei latitanti sono spesso complici dei mariti e alcune
riescono pure a generare altri figli durante la latitanza? Certo, questo è un problema per le forze dell’ordine che si sentono beffate e raggirate, ma non si può in nessun caso negare a una madre, anche se moglie di mafioso, anche se mafiosa lei stessa, il diritto di curare e crescere il proprio figlio. Sostiene il dottor Gratteri che in una famiglia sì fatta un bambino crescerebbe “naturalmente” mafioso: «non saprebbe distinguere il bene dal male». E chi dovrebbe distinguere il bene dal male al posto dei legittimi genitori?
Lo Stato, il direttore dell’orfanotrofio, o una famiglia adottiva? Mi vengono i brividi solo a pensarci.
Un’idea del genere è stata tragicamente applicata in Argentina, durante la dittatura militare, con conseguenze disastrose sul piano umano, politico e culturale. I bambini figli dei terroristi – come definivano
i generali gli appartenenti alla guerriglia – sono stati strappati alle madri e fatti crescere, al loro insaputa,
da famiglie di militari desiderose di avere un bambino. Anche i generali giustificavano questo atto
atroce dicendo che i figli dei terroristi crescono con idee terroriste.
L’idea dello Stato etico può portare a derive estremamente pericolose sul piano dei diritti umani. Credo
che la nostra civiltà occidentale, con tutte le sue pecche, abbia tuttora conservato un grande valore: il
libero arbitrio. La responsabilità di ogni atto, anche criminale, è personale e non può essere né ereditata,
né scaricata su altri, salvo rari casi, da dimostrare, di palese plagio e di soggetti psicologicamente fragili.
Per il nostro diritto e per la morale comune le colpe dei padri non ricadono sui figli!
Capisco che una simile proposta possa scaturire dalla frustrazione che vivono alcuni magistrati che sono sul fronte della lotta alla ‘ndrangheta. E’ vero quanto affermava sulle reti nazionali un magistrato siciliano alcuni giorni fa “ne pigliamo cento e ne rinascono altrettanti”, ovvero che malgrado i blitz la criminalità organizzata si riproduce. Ma questo deve fare riflettere sui meccanismi che determinano il cosiddetto “Esercito criminale di riserva”,e sulle politiche per prosciugare questo bacino. Politiche che, come sappiamo, devono essere a un
tempo repressive e sociali, devono offrire ai giovani nuovi e legittimi canali di mobilità sociale ascendente,
nuovi modelli culturali da imitare, ma allo stesso tempo rendere estremamente rischioso, sul piano
personale, entrare nei circuiti dei traffici illegali quanto nella detenzione di armi da fuoco. Una forte campagna di repressione del possesso di armi – che in questa regione circolano più delle caramelle – avrebbe l’effetto di colpire non il figlio del boss, ma centinaia di giovani che vivono nel bacino della illegalità
diffusa da cui attingono il “capi – tale sociale” le imprese mafiose. In nessun caso, a mio avviso, la lotta
alla ‘ndrangheta può portare alla sospensione dei diritti umani fondamentali. Non facciamo lo stesso
tragico errore che ha portato il governo Bush a permettere le torture e le angherie più bestiali nei confronti
degli iracheni per rispondere agli attacchi terroristici.

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