Problemi strutturali e tirare a campare

4 04 2008

di Massimo Veltri

 C’è uno slogan particolarmente efficace, fra i tanti, soliti, che girano: “Non cambiare governo, cambia l’Italia”. La sollecitazione è ambiziosa, è impegnativa, va al cuore dei problemi e perciò può risultare ammaliante. Non si tratta più, ormai, di presentarsi agli elettori, fare le solite promesse e continuare a vivacchiare, cambiando qualcosa qui, lì, ma con i problemi cosiddetti strutturali, nè  aggrediti e neanche scalfiti. C’è bisogno d’altro, profondamente nuovo e diverso, e di certo non è dato sapere se a questa tornata ce la facciamo a cambiare marcia e scenari, ma si può cominciare.
 Soprattutto a instillare un pò di fiducia agli italiani. In primis in sè stessi, poi nelle istituzioni. Poi a mettere mano al groviglio  di competenze oggi disseminate in una giungla aggrovigliata, a rimettere al centro la politica come snodo collettivo dei processi, liberandola da un doppio impaccio che molto la limita e la delegittima. La sudditanza verso l’economia e la finanza e l’intreccio perverso con gli affari: due facce, in pratica, d’una stessa medaglia. Sullo sfondo c’è la sofferenza grande di tanti cittadini, materiale soprattutto chè per moltissimi è diventato un busillis arrivare alla fine del mese, figuriamoci se  si può parlare di pensare al futuro, e etica, visto che tutti gli indicatori testimoniano d’una sfiducia pervasiva e profonda, soggettiva quanto collettiva.
Il sistema Italia da decenni ormai versa in condizioni di instabilità e perdita di efficienza  e di proiezione verso traguardi di crescita. L’analisi si è fatta in molte sedi, del perchè e del percome, più o meno è condivisa in larga parte, ma circa il che fare, lungo quali tappe, con quali priorità, ancora non ci siamo.
Un’Italia divisa, con lo sguardo e i difetti rivolti al passato, l’intraprendenza e il protagonismo soffocati da una contingenza che pare immanente e da un vivacchiare ch’è diventato la norma.
Certo l’irruzione d’un  imprenditore rampante come il cavaliere, con il suo carico di populismo, interessi personali, visione personalistica e “impolitica” delle cose, molto ha pesato e conta. Per altro verso l’attardarsi su paradigmi obsoleti e l’abbracciare, di fatto, la stessa filosofia berlusconiana da parte degli altri ha finito per chiudere una tenaglia che costituisce un vero cappio al collo per il paese.
Ora Veltroni vuole  rompere gli indugi: ex Ds e ex Margherita gli hanno dato carta bianca, così che il Pd oggi, correndo da solo, da un lato esprime veri segni di discontinuità, dall’altro rischia grosso, di restare  al palo e vanificare il passo in avanti, forse troppo lungo, compiuto all’interno  d’una selezione di candidature a metà fra il demagogico e il perpetuare ritrite opzioni. Ma il paese aspetta e ha bisogno di scelte forti, in un panorama in cui i giovani sono tentati dall’andar via dall’Italia e dall’omologarsi nell’ossequio al più forte. Un paese che non guarda ai giovani è un paese per vecchi, parafrasando l’ultimo
 film dei Coen, è un paese destinato alla decadenza.
E chi con i giovani parla e i giovani frequenta non può non registrare la profonda sfiducia, la tentazione dell’abbandono, il doversi “vendere” a chi comanda. Invece c’è, e non è piccola, un’esigenza di rigore, di fare le cose per bene, di equità, di riconoscere il merito, da parte dei giovani, che rimanda alla mente quella stagione sessantottina in cui l’indignazione per le storture e il vecchiume, l’ansia di costruire un nuovo a misura d’uomo, erano sorrette e sostanziate da un anelito etico altissimo. Di quella stagione in questi giorni si discute in chiave rievocativa, a volte cogliendo aspetti reali e indiscutibili, assolutori o censori che siano, altre volte decontestualizzando per mere esigenze di comodo, così da offrire letture distorte o parziali. Da lì, da allora, s’è costruita l’Italia di oggi, fra spinte ideali
 anarcoidi e restaurazioni feroci. Fare i conti con la storia vuol dire cogliere l’essenza di quei fatti, annichiliti e vanificati dalla lotta armata che qualcuno che non è uno qualsiasi cerca ancora oggi in qualche misura di aggettivare in positivo, così da cogliere un segnale sul che fare.
E c’è da chiedersi quale messaggio riceviamo, tutti e non solo i giovani, dal malaffare dell’università di Bari, laddove si devono formare i professionisti e gli uomini e li si forma nella corruzione, vendendo esami e promozioni. E quale messaggio riceviamo dal Brunello di Montalcino, un fiore all’occhiello del made in Italy, che è messo in vendita adulterato, avvelenato? Non è un facile moralismo, questo, o il far finta di scandalizzarsi per fatti e fattacci che non è la prima volta che accadono: è la scontata constatazione d’una mancanza di rotta e di timone che rischia di mandare tutto a carte quarantotto, in un momento, perdipiù, in cui non ce lo possiamo permettere. E allora: modello di sviluppo, politiche salariali, welfare, energia e ambiente, istruzione, casa e sanità, riconoscimento di merito e competenze, questione meridionale… dove li vediamo e mettiamo, come li aggrediamo, nell’agenda di governo?

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