Basta chiacchiere in Calabria

20 02 2008

di Massimo Veltri

L’approvazione del Rapporto Calabria da parte della Commissione Antimafia mette ufficialmente sotto gli occhi di tutti, impietosamente, uno stato delle cose che è oggettivamente agghiacciante.
Per chi ha certe frequentazioni, per chi si informa, si interessa e vuole sapere non rappresentano una novità assoluta certi nomi, certi fatti, certi intrecci.
 Ma una cosa è il sentito dire, ben altra cosa è la formalizzazione  da parte di un autorevele organo bicamerale dello stato, presieduto da un calabrese.
Quanto più volte denunciato da organi di informazione circa il predominio di cosche e affari in regione, il condizionamento forte da questi esercitato nei confronti di rappresentanti delle istituzioni e di eletti dal popolo ora trova per così dire una sanzione.
E cattive notizie si susseguono e si aggiungono giorno dopo giorno in un panorama terremotato, in cui ci si guarda intorno attoniti e pare d’essere a Beirut colma di macerie o in una repubblica sudamericana. S’è sempre denunciata la mancanza dello stato e di senso dello stato come causa principale del degrado calabrese, e a fronte di tali accorate constatazioni mai si è intrapresa una reale  azione di bonifica, una presa d’atto cui dar seguito con azioni di intelligence, sì, di contrasto e repressione, sì, ma anche e soprattutto di investimento in una buona politica fatta di gente per bene, insospettabile, capace di vere e proprie prese di distanza da frequentazioni, collisioni, anche solo tangenzialità con tutto il mondo del malaffare, in grado, in definitiva, di operare per il bene comune.
Ci si è trincerati, il più delle volte, dietro le responsabilità dei politici precedenti, sulla difficoltà, enorme, conseguente al dover fare i conti con un sistema così pervicace e pervasivo, il che è tutto vero, ma non fare altro è servito soltanto a rafforzare le ‘ndrine, a perseverare nell’intreccio fra politica e affari, nella commistione fra amministratori e, nel migliore dei casi, faccendieri. Una classe politica, cioè, segnata dalla ineluttabilità della sconfitta.

Non si tratta, qui, di fare i moralisti o gli ingenui, nel non capire, cioè, che fare politica significa doversi sporcare le mani e
fronteggiare poteri il più delle volte agguerritissimi: si tratta, molto più semplicemente, nel non aver voluto capire che per la Calabria non poteva esserci futuro senza l’affermazione della buona politica.
Che vuol dire uomini giusti e programmi chiari. D’altra parte, e non è poca cosa, ne esce a pezzi una parte non piccola d’imprenditoria locale, e il sistema stesso di professionisti succubi o complici, alla faccia della diversità della società civile, e col benestare di certi proclami confindustriali. Una rete, cioè, organizzata a puzzle in cui ciascuno ha i suoi referenti, i suoi terminali, dappertutto e comunque.
E ancora una volta vien da chiedersi: ma in questo quadro dov’erano i politici buoni, dov’era la “gente per bene”, dov’erano quei corpi dello stato e della società che dovevano sovrintendere, vigilare, prevenire? Assenti, silenti, acquattati, rassegnati, alla fine tutti più o meno immersi in questa melassa immonda, vittime d’un gigantesco inquinamento ambientale che fa dire: “Che vuoi  fare, così stanno, e vanno, le cose”?
E’ chiaro che poi tutt’una miriade di fatti, comportamenti, omissioni eccetera sono figli di tale cultura, di quest’andazzo, perchè se vien meno uno spirito etico e civico a cominciare dall’alto, tutto quel che segue respira un’aria non sana, non carica di tensione e tutto va a rotoli.
Anche per questo non si comprendono nè si condividono certe scelte fatte al momento della candidatura del presidente della giunta regionale, scelte fatte di accordi, di investiture, di assemblaggi quanto meno discutibili e, apparentemente, non necessarie sul piano elettorale.
E ora siamo alle prese col busillis sciogliere il consiglio o no, scioglierlo subito o dopo.
E siamo nel bel mezzo d’una campagna elettorale che vede la Calabria alle prese coi suoi problemi di sempre, aggravati e amplificati dallo squadernamento sotto gli occhi di tutti di affari e malaffari che, temo, non saranno purtroppo gli ultimi. Cosenza appare come il focus point del groviglio di queste varie attività, una Cosenza di cui s’è detto fino a qualche anno fa essere l’Atene della Calabria, ma di cui qualcuno parlava come una città con un livello sotterraneo preoccupante. Cosenza in cui la maggioranza politica del sindaco sembra svanire, con una città in deficit di guida e di rappresentanza.
In Calabria, al centrosinistra, per vincere alle elezioni, conviene sciogliere subito il consiglio o no?
In Calabria, al centrosinistra, per vincere le elezioni, che tipo di candidature servono?
E quali segnali, non parlo di promessi o impegni, ci vogliono? Il destino della giunta si determinerà  a Roma, è chiaro, e sarà quello che verrà fuori dall’analisi dei rischi e delle opportunità conseguenti a una scelta o all’altra. Così come le candidature e i segnali. Candidature e segnali che sono strettamente intrecciati, se è vero com’è vero che sono il profilo e il curriculum delle persone a contraddistinguere l’appeal e la credibilità delle proposte. Qualcosa si muove, e non poco. Mentre la sinistra arcobaleno sta valutando, e non s’avvertono, ancora, segnali chiari, mentre per i socialisti si fa dura, mentre Casini e Tabacci, e pure Mastella, cercano… l’uomo con la famosa lanterna, irrompe il codice etico di Veltroni e il prefetto De Sena è capolista al Senato.
Uomo delle istituzioni, uomo della legalità, a rappresentare l’emergenza prima per la Calabria. Si parla anche d’un significativo turn over, anche se bisogna fare i conti con una pletora d’uscenti che non sarà facile estromettere: ma anche da questo si valuterà la politica di Veltroni.
Qualcuno mugugna, su De Sena: “Ancora candidature di non calabresi. Un ‘poliziotto’ arruolato nelle fila del centrosinistra!”.
Tutto ci sta e ci può stare, ma credo che il tempo per cincischiamenti sia da tempo scaduto: con chi e con che cosa se la prendono gli aspiranti candidati calabresi, alla prova dei fatti? E ancora: la scelta di campo del Pd è ormai chiarissima, son gli altri a dover esprimere un’offerta politica credibile e forte e diversa.
Basta chiacchiere, insomma.

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