La mossa Montezemolo

29 01 2008
di Paolo Flores d´Arcais (su “l’Unità”)
La campagna elettorale è già cominciata. E i politici, quanto più hanno in mente solo i loro interessi di bottega, tanto più vociferano di «bene del Paese».
Vedi Fini e Berlusconi, quest’ultimo addirittura minacciando oceaniche marce su Roma se il presidente Napolitano non indice le elezioni seduta stante.
Eppure, anche i sassi sono consapevoli che una campagna elettorale con la attuale «legge porcata» (definizione dei suoi autori di centro-destra, non nostra) sarebbe foriera solo di un aggravarsi della situazione italiana già precaria, più che precaria, quasi disastrosa. Che andare subito alle urne sarebbe una iattura non lo dice solo Veltroni (che potrebbe parlare pro domo sua) ma un qualsiasi osservatore europeo conservatore e di destra.   

Ma il Presidente Napolitano ha le mani legate, si dirà. Se il padrone di Forza Italia non vuole, nessun “governo per un anno” è impossibile fare altrimenti. Non è così. Una adeguata “moral suasion” renderebbe il Cavaliere di Arcore non solo disponibile al “governo per un anno”, ma ne farebbe anzi un entusiasta di tale ipotesi.

Siamo perfino in grado di dimostrarlo. Eugenio Scalfari ha autorevolmente ricordato domenica su la Repubblica che se dalle consultazioni non emerge nessun nome in grado di ottenere la fiducia in Parlamento, il Presidente della Repubblica non è affatto tenuto ad indire le elezioni con il governo attualmente in carica. Ha tutto il diritto, se ritiene che così si salvaguardino meglio gli interessi della nazione (della cui unità la Costituzione lo rende garante), di affidare l’incarico ad una nuova personalità. Se poi le forze politiche si assumeranno la responsabilità di bocciarla, è con questo nuovo governo che si andrà alle elezioni.

Poniamo che il Presidente Napolitano faccia capire che, in assenza di una maggioranza bipartisan su un nome istituzionale “per un anno”, è sua intenzione incaricare una personalità fuori del Parlamento, e con questo governo, se i partiti lo insisteranno con i loro interessi di bottega (e lo bocceranno) si andrà alle elezioni. Non in primavera ma in estate, nella data più lontana che le leggi consentano.

Poniamo che faccia capire che questo nome è quello di Luca Cordero di Montezemolo, il quale gli consegnerebbe una lista di ministri di una quindicina di personalità di altissimo profilo, tutte estranee ai partiti (e magari per metà donne). Cioè esattamente lo stato maggiore del famoso nuovo Partito di Centro di cui si parla da oltre un anno. Sono (quasi) certo che sarebbe lo stesso Berlusconi a proporre il governo istituzionale “per un anno” (col programma minimo di una nuova legge elettorale, che magari restituisca agli elettori un briciolo di potere, e altre essenziale misure urgenti), minacciando magari oceani di folle a Roma se il Presi-dente della Repubblica non accoglie la “sua” proposta.

Un governo Montezemolo a me non piacerebbe affatto, sia chiaro. Ma a Berlusconi piacerebbe ancora meno. Con quasi quattro mesi di esposizione mediatica massiccia, e con il discredito di cui gode l’intero ceto politico (ciascun segmento presso il proprio potenziale elettorato di riferimento), il governo di un centro confindustrial-sindacal-ecclesiale (Pezzotta e il suo family day, nuove leve alla Marcegaglia e tecnocratici del calibro di Mario Monti), che al momento di presentare le liste diventasse Partito, toglierebbe al Cavaliere la maggioranza dei suoi elettori. E per Berlusconi, politicamente, sarebbe la fine.

Un governo Montezemolo risulterebbe detestabile anche al centro-sinistra, probabilmente. Significherebbe una sconfitta ancora più cocente di quella che i suoi dirigenti sembrano ormai avere messo in un rassegnato conto. L’ostilità nei confronti del Presidente Napolitano sarebbe quindi perfettamente bipartisan, ma il Presidente avrebbe tutto il diritto di passarci sopra (Scalfari docet, e un’ampia casistica nei sessant’anni passati), se i grandi partiti di destra e di sinistra non sono in grado di proporgli una soluzione comune “per un anno”, e lo costringono a indire comunque le elezioni. Non possono costringerlo, infatti, ad andarci col governo che loro preferiscono.

Fantapolitica? E perché mai? Di fronte al vero e proprio avvitamento della crisi italiana, che è morale, sociale, economica, politica, solo l’esercizio di una notevole “immaginazione istituzionale” (per parafrasare un grandissimo sociologo dell’immediato dopoguerra) può evitare la catastrofe. Il Presidente della Repubblica è autorizzato dalla Costituzione ad esercitarla.

p.s. Se invece tutto avverrà in obbedienza ai veti incrociati dei partiti, è bene sapere che ci si profila il seguente tunnel: Berlusconi promette a Fini che a metà legislatura gli cede la Presidenza del Consiglio, Berlusconi e Fini stravincono le elezioni (con Casini e Bossi subalterni), Berlusconi passa la staffetta al quarto anno (magari quarto e mezzo) e alla fine della legislatura si fa eleggere Presidente della Repubblica. Al termine dei suoi dodici anni di potere la democrazia italiana assomiglierà a quello che è l’ideale di democrazia da Berlusconi fin troppo sbandierato: la democrazia della Russia di Putin.

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