Lettera aperta a Walter Veltroni: Le ultime speranze dei Calabresi

27 01 2008

di Luigi Dusci (*)

Sono un elettore di centro sinistra. Almeno cosi si diceva fino a qualche tempo fa. Vivo e voto in Calabria. Una terra dove il senso dello stato e la credibilità della politica sono in caduta libera, surrogati da una percezione inequivocabile di sfiducia generalizzata. Situazioni storicamente ritenute tipiche di una terra come la nostra ma forse con più di un’analogia su scala nazionale.
Prendendo spunto dalla nascita del Partito Democratico che tanto si propone di fare anche per la nostra regione, tento con la presente di recapitarLe un messaggio di allarme, un richiamo alla nostra cruda realtà delle cose.
Ho seguito le primarie per la definizione della Sua leadership, i primi consensi, le prime scelte, i primi passi. Si è detto che l’alta affluenza con cui la gente ha risposto alla prima consultazione, avrebbe dimostrato che non vi è distacco dalla politica. Si è detto che finalmente c’è una svolta, qualcosa di nuovo. Si è detto anche tanto altro. Talvolta con toni trionfalistici. Si è continuato sull’onda dell’entusiasmo sciorinando proiezioni e sondaggi più o meno positivi. Vi è stata poi nelle ultime settimane un sorta di investitura anche da parte dei più ostici avversari politici.
Nonostante tante voci si siano sentite, temo che sia mancato il principale messaggio che molti cittadini avrebbero voluto ascoltare. Un segnale in direzione delle ultime speranze nutrite in questa nascita. Una riflessione, un cenno verso ciò che molti sentono come il cuore del problema, l’essenza delle aspettative, il bisogno di qualcosa veramente di diverso per recuperare la speranza del diritto alla giustizia. La speranza di qualcosa che si opponga all’immoralità dilagante che genera illegalità quotidiana, corruzione sistematica, diffusa, devastante.
Ho pertanto creduto che valeva la pena inviarLe questa specie di anomala segnalazione. Un messaggio a Lei rivolto in particolare. Proprio a Lei che si sta tanto adoperando con la Sua figura che riesce ancora ad apparire pulita, nonostante l’immagine infangata dell’universo politico di oggi. Un tentativo, in sostanza, di spiegare che nonostante tutto, c’è ancora un inconscio bisogno di credere in qualcosa. Qualcosa da erigere ad ultimo baluardo in difesa di quel che può rimanere di una coscienza sociale sempre più avvilita e vilipesa. Un’ultima scommessa prima del non voto, prima del “tutti ladri tutti uguali”.
Scrivo da una terra dove le cose non vanno bene, come dicevo. Da anni. Da troppi anni. La diffidenza e la rassegnazione sono oggi un punto fermo dell’esistenza di tanti calabresi sottomessi ma certamente onesti.
Qui lo stato non è amato perché non è identificato con ciò che uno stato dovrebbe essere davvero.
Una fittissima ragnatela clientelare opera invece in modo più radicato, talvolta o meglio spesso, dal di dentro o al posto dello stato, finendo per risultare certamente più presente sul territorio. Molto più funzionale.
Quindi più credibile.
Trattasi di una sorta di capillare strutturazione della società. Di una concezione della vita relegata ad una serie di rapporti di interesse tra soggetti che amano definirsi amici, amici degli amici; a volte persino benefattori. Una specie di griglia che pervade l’atmosfera ed avvinghia le esistenze.
Così accade che fatalmente esistono due Calabrie o se vogliamo due Italie. La Calabria dei cittadini che hanno le giuste amicizie e quella di coloro che non le hanno. Provvidenzialmente i cittadini che hanno le giuste amicizie stanno bene, sono sempre presenti, riescono ad avere, ad ottenere, a realizzare. Inutile aggiungere che così non è per gli altri, per l’altra Calabria, forse per l’altra Italia. Inutile specificare che quasi sempre il bene dei primi si verifica guarda caso a discapito dei secondi.
Gente normale, si direbbe di quest’ultimi, senza le conoscenze giuste. Gente che resta abbandonata a se stessa perché strutture e rappresentanti dello stato che dovrebbero premiare la loro scelta di fede nelle istituzioni, sono sempre connessi, occupati, manovrati proprio da quegli onnipresenti apparati clientelari che come dire, aspettano proprio lì, al varco.
Così la via istituzionale diventa quella sbagliata. Quella percorsa da chi non può riservare molte speranze di ottenere ciò che gli necessita. Ciò che in una condizione normale di stato di diritto, gli spetterebbe, appunto di diritto. Si tratti di una chance per concorrere regolarmente ad un posto di lavoro il cui bando viene invece normalmente diramato in sordina ad uso dei soliti amici. Oppure di una prestazione che un parente aspetta da giorni in ospedale perché il personale preposto è impegnato a seguire qualcosa di meno grave ma di più vicino all’amico di turno.
E’ un complesso di regole ed atteggiamenti che seppur non formalizzati da norme o regolamenti, risultano osservati, fondati, come istituzionalizzati. Quasi che fossero stati naturalmente concepiti e costituiti all’origine dell’attuale società. Come una qualunque forma di funzionamento della stessa.
Che si sia trattato di una sorta di legittima difesa per sopperire alla mancanza dello stato o che detta strutturazione si sia imposta contro la legalità delle istituzioni per alimentare interessi clientelari e criminali, non ha poi particolare rilevanza per chi deve assorbirsene l’attuale quotidiana squallida risultanza.
Sono meccanismi che forse non riuscirò bene a spiegare fino in fondo. Sembra che tutto, proprio tutto, debba essere circoscritto per canali che portano sempre all’onnipotenza dello stesso sistema di potere. Sempre a discapito delle procedure istituzionali; del senso civico.
E’un qualcosa che si comincia inizialmente solo a percepire, magari in concomitanza di certi avvenimenti. Così che in questa specie di primo contatto si è portati a credere a strane coincidenze. Poi, quando queste coincidenze si fanno più frequenti specialmente in relazione a circostanze dove l’interesse economico comincia ad essere significativo … allora si comincia a intravedere il fosco scenario.
Pare una norma perfetta. Un principio ineluttabile. Infallibile. In qualsiasi atto, gesto, fatto, bisogno che si riconduce in qualche modo ad un interesse mano e pertanto con un suo sfondo economico, allora la grande famiglia degli amici è lì. Talvolta intangibile ma comunque onnipresente. Sempre a gestire disonestamente per pochi privilegiati ciò che dovrebbe essere per tutti gli altri.
Così questa situazione di blocco, di stagnazione opprimente, diventa sistema, regime, schiavitù; apparentemente sempre con il vestito pulito, quasi sempre istituzionale.
Si viene assorbiti al punto tale che un sacrosanto diritto viene elemosinato con rassegnazione, quasi con serenità, sempre a mezzo dei soliti canali. Sempre al di fuori degli inefficienti percorsi istituzionali. Già, quasi con serenità. Fin tanto che detto sistema è così endemico, radicato, viscerale, si arriva inevitabilmente a concepirlo come naturale e ad adeguarsi. Se non altro a piegarsi in circostanze di necessità a cui non si sfugge. Si arriva a farsene una ragione; non si scappa.
Se anche per ottenere il più elementare servizio ad uno sportello pubblico c’è bisogno dell’amico di turno, allora è chiaro che si finisce per ritenere che funziona così. Tutti, dico tutti ci adeguiamo prima o poi.
Talvolta il sistema genera dei “piccoli inconvenienti”. Talvolta la sovranità del potere in questione è talmente allucinante da intontire gli stessi onnipotenti benefattori che dall’alto delle loro cabine la gestiscono. Finisce che smarriscono quei confini già sin troppo labili e sistematicamente già trasposti all’origine oltre ogni limite morale, arrivando a credere che tutto, proprio tutto gli sia perfettamente e lecitamente concesso, addirittura dovuto. Tutto! Anche ciò che persino nel loro quadro nitido della loro realtà torbida, stava inizialmente oltre la prudenza, oltre il consigliato.

Dopotutto pensano, che male c’è a far assegnare centinaia di posti di lavoro a cittadini, magari disoccupati; o a far concedere fondi alle tali organizzazioni se diversamente tali fondi tornerebbero inutilizzati alla Comunità Europea.
Già; dove può essere il problema. Che male ci può essere.
E che ci può essere di male ad assegnare centinaia di costosissime consulenze a più o meno affermati professionisti politicamente apparentati.
E ancora, che male ci può essere a far inserire nella pianta organica della tale asl le figure professionali che servono a questo o quel segretario di partito.
Poco importa naturalmente che quei disoccupati, che del tutto disoccupati non sono, scavalcano ingiustamente centinaia di altri cittadini giuridicamente più titolati a quei posti ma che mancano della buona parola di un amico.
Poco importa ovviamente che quell’organizzazione non ha le concessioni del tutto in regola ed è davvero vicina, sin troppo vicina, a quel pregiudicato che però gestisce un certo bacino di consensi elettorali.
Poco importa se la disastrata regione Calabria spende molto più di altre ben più benestanti regioni in consulenze che non servono e per stipendiare amministratori impegnati più a seguire disgustose beghe di potere che a servire l’interesse della comunità.
Poco importa se negli ospedali pubblici si continua a morire perché anche in questo caso la professionalità deve cedere il posto agli interessi dei soliti amici; e se pertanto non si riesce mai ad ottenere il più banale dei servizi perché nella tale pianta organica sono state inserite figure diverse da quelle che davvero necessitavano.
Poco importa se nei pubblici uffici regna il degrado e la disfunzione; e se quella stessa classe dirigente che dovrebbe controllare e richiamare al dovere dipendenti passivi, impreparati e molto spesso assenti, è la medesima classe dirigente che ha determinato senza il minimo scrupolo l’illegale reclutamento di tanti immeritevoli soggetti, autorizzandoli al costante ladrocinio di stipendi e di giustizia.
Forse da questa stessa allucinante ebbrezza di potere origina anche l’ineffabile arte dei riveriti amici nel far intravedere una speranza per le necessità di chiunque chiede. Di chiunque ha bisogno. Non dire mai di no. Questa è la regola. Lasciare sperare anche quando si sa che quel bisogno non sarà esaudito. Occorre sempre del tempo per certe cose; per avvicinare un amico, per studiare la situazione, per far maturare il passo. Almeno il tempo di una certa consultazione elettorale o di chissà quale altro evento di interesse. Lasciare sperare non costa, anzi porta voti e servizi.
Forse da tale folle deriva di potere origina anche lo sdegno degli amici onorati nei confronti di chi intravede immoralità e illegalità nel loro operato. Si indignano violentemente e forse davvero non arrivano a capire, cosi ebbri e offuscati da successo e ricchezza, cosa mai gli si possa contestare. Partono quindi feroci crociate contro il mal capitato eretico che ha osato mettere in discussione il loro celestiale operato. Contestualmente, così come di incanto, si verificano una serie di sconcertanti coincidenze che finiscono per screditare in modo irreparabile il contestatore, fino ad annichilirlo definitivamente. Umiliandolo in tutte le sue esistenze. Zittendolo irrimediabilmente anche per via istituzionale che per l’occasione diventa addirittura importante.

Arrivati alla fine di questo inverosimile viaggio nella società degli amici, forse si starà chiedendo per quale specifica ragione io stia provando ad illustrarLe, in modo non so quanto per Lei realistico, gli ingranaggi di questo sistema. Semplicemente perché io credo che questo sistema è oggi politico. Non è altro che l’attuale politica. I principali attori sono dei politici. Fare politica oggi in Calabria, e forse non solo in Calabria, significa a mio parere entrare a far parte, accettare, nutrirsi di questi meccanismi, ancor prima di arrivare ad un’affermazione elettorale. Il comportamento da eletti è la più naturale delle conseguenze.
Lascio poi immaginare come e quanto un simile sistema sia vicino, intrinsecamente legato, indissolubilmente e naturalmente avviluppato a contesti malavitosi più o meno organizzati. E quanto le evidenze più tragiche dell’operato di questi ultimi siano quasi sempre generati più che subiti dall’attuale quadro politico. Aggiungo che allo stato delle cose, quando si parla solo di collusione tra sistema politico e malavita si finisce per alleggerire, sminuire e ridicolizzare la vera tetra gravità dell’intera situazione. Ed ora qualche quesito per concludere :

* Non crede che questa società degli amici oltre a rappresentare l’humus della malavita, della mafia, della ndrangheta o che dir si voglia, rappresenti l’essenza stessa di tutto questo messo insieme?

* Non crede che sottovalutando, sminuendo o addirittura occultando l’attuale scenario si determini, di fatto, il primo avallo al costante quotidiano esercizio di violazione delle istituzioni; anche e soprattutto ad opera di quella parte malata e talvolta già inquisita del proprio apparato di partito?

* Considerando anche gli avvenimenti degli ultimi mesi, si è fatto un’idea di quanto possano essere sembrate vitali per le nostre residue speranze certe Sue espressioni riferite ad ambienti calabresi? Di quante attese siano state riposte rispetto alla reclamata risolutezza di voler definitivamente rinunciare alle famose statue di sale ? Di quanti ideali siano stati destati rispetto alla metafora del ragazzo che doveva poter entrare in una sezione del nuovo partito senza vincoli con apparati più o meno puliti ?

* Ha un’idea di come possano sentirsi uomini e donne che hanno creduto nel nuovo partito nel momento in cui hanno trovano i soliti nomi a ricoprire quasi tutte le cariche dirigenziali del nuovo soggetto politico? Che tipo di sostantivo adorerebbe per descrivere il loro stato d’animo ?

* A chi ritiene che vada mai presentato quella sorta di conto, forse morale prima che politico per i risultati di tanti anni di gestione, di guida, di leadership, o perlomeno di mancato controllo?

Capisco che non è facile svoltare in modo drastico. In particolare se si tratta di sconfiggere ingenti interessi illeciti di soggetti e organizzazioni che dispongono e controllano tutto da anni. Abili a camuffarsi, ad infiltrarsi, a non mollare mai la presa. Capisco che non è facile tagliare con apparati vicini o interni al partito stesso. Così come rinunciare a serbatoi di consensi e di collegamenti sul territorio.
Ma mai come ora è assolutamente indispensabile trovare il coraggio per tagliare. Anche nel dubbio. Subito. E’ assolutamente urgente. La giustizia vada pure avanti con la sua svilente lentezza e con le sue indecenti procedure sempre idonee ad offrire cavilli ai disonesti che non vogliono arrivare al giudizio. Magari con il tempo Lei avrà anche fortuna e merito di occuparsene per tentare di migliorarla. Ma il recupero della questione morale è un’altra cosa. Ha altri tempi. Altre priorità. Non può più attendere. E’ giunto davvero il momento di tagliare. Il momento di saper gridare dei no. Anche se ciò deve significare perdita di dimensione. Dei no inappellabili. Impopolari, costosi, dolorosi, che divideranno, che porteranno perdite di consensi ma che forse salveranno le nostre ultime speranze.

Cordiali saluti
Luigi Dusci

(fonte: http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1758972.html)

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