Noi siciliani stanchi di essere rappresentati da un politico condannato, di nome Cuffaro

23 01 2008

di Anna Bucca (*)

5 anni di carcere e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici: questa la pena stabilita in primo grado dal tribunale di Palermo per Totò Cuffaro, presidente della Regione Sicilia e indagato eccellente per il processo “Talpe in procura”. L’imputazione è piuttosto pesante: favoreggiamento personale, rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio. Ma chi sono i personaggi che il presidente della Regione siciliana avrebbe favorito? Gente non di poco conto: il capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, il condannato per mafia Salvatore Aragona, il medico Mimmo Miceli e l’imprenditore Michele Aiello – prestanome di Bernado Provenzano, all’epoca indagati e poi condannati rispettivamente per associazione esterna alla mafia e per partecipazione alla mafia.

Cuffaro aveva annunciato che si sarebbe dimesso dalla prestigiosa carica che ricopre solo se fosse stata riconosciuta l’accusa di favoreggiamento aggravato. E visto che cosi non è, si permette con l’arroganza che lo contraddistingue di rilasciare in tribunale -subito dopo la lettura del dispositivo della sentenza – una dichiarazione che in un paese normale farebbe rabbrividire chiunque: “Sono sollevato, questo processo ha dimostrato che non sono colluso con la mafia. Non ho motivo di dimettermi, da domani mattina tornerò a lavorare per lo sviluppo e il benessere della Sicilia ”.

Ma questo non è evidentemente un paese normale: come se 5 anni di carcere e l’interdizione dai pubblici uffici equivalessero ad un’assoluzione, come se fosse elemento irrilevante avere favorito singoli mafiosi informandoli di indagini in corso nei loro confronti, come se non ci fosse alcun motivo di turbamento nell’avere fatto fare affari per miliardi a danno del sistema sanitario regionale all’imprenditore Michele Aiello, coimputato nello stesso processo e condannato per mafia a ben 14 anni di reclusione . Singoli mafiosi, non l’associazione mafiosa nel suo complesso: in base a questa sottile distinzione, che potremo comprendere meglio quando saranno depositate le motivazioni della sentenza, per Cuffaro non è scattata l’imputazione di favoreggiamento aggravato.

E cosi Totò Cuffaro continua a ripetere che non ha motivo di dimettersi. Anzi, mentre l’intero arco del centro sinistra (e anche una parte del centro destra) ne chiede le dimissioni e la società civile organizza presidi e scende in piazza, il presidente trova anche l’occasione per festeggiare, offrendo ai cronisti presenti per la conferenza stampa un vassoio di cannoli. Come fa quest’uomo a pensare di poter continuare ad amministrare una regione? Come fa uno con una condanna di questo tipo a rappresentare la Sicilia? Come fa a ignorare che esistano una questione morale e il senso etico? E ancora di più, come fa a fare tutto ciò nella regione di Placido Rizzotto, di Peppino Impastato, di Pio La Torre, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? E noi siciliani, davvero possiamo ancora sopportare di essere rappresentati e identificati con un politico condannato e interdetto dai pubblici uffici?

(*) Presidente Arci Sicilia

(fonte: http://corleonedialogos.blogspot.com/)

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