Appuntamento antimafia a Palermo

21 01 2008

GIOVEDI 31 GENNAIO  ORE 16.30     
Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza via Maqueda, 172 Palermo

Presentazione del libro di  ANTONINO MICELI

IO, IL FU NINO MICELI

STORIA DI UNA RIBELLIONE AL PIZZO

DISCUTONO IL LIBRO:
ANTONINO DI MATTEO,
TANO GRASSO
UMBERTO SANTINO

MODERA AUGUSTO CAVADI

PER INFORMAZIONI TELEFONARE AL 3471863420

Chi è Nino Miceli

ANTONINO MICELI,
eroe per caso e per disperazione
 

A

ntonino Miceli ha sessant’anni, da dieci vive in una località sconosciuta, con un nome diverso, insieme a moglie e figli, anche loro con altri nomi. Tutta la loro vita è stata stravolta.

Miceli ha dovuto lasciare Gela, città che ha avuto negli anni ’90 fino a 100 morti per mafia in soli due anni. Ha dovuto lasciare la città perchè ha denunciato i capi dell’organizzazione che lo stava riducendo sul lastrico chiedendo un pizzo sempre più alto e distruggendo per ben tre volte la sua concessionaria di auto: oltre 20 persone, tutte condannate.

Ha affrontato il potente clan degli Emmanuello, e poi gli “stiddari” (costola gelese di Cosa Nostra). Ad accogliere le paure e la denuncia di Miceli sono due ufficiali dei carabinieri, giovani, ma decisi a ingaggiare insieme al loro testimone una lotta fino al rischio della vita. Entrambi ricoprono oggi incarichi delicati e importanti nelle alte sfere dell’Arma e sono ancora i riferimenti sicuri di Miceli.

Le sue prove sono state determinanti, schiaccianti nel processo denominato Bronx 2 (9 dicembre 1993 -15 luglio 1996). Miceli, con lucida determinazione, ha registrato le conversazioni, ogni parola, ogni dettaglio. E poi ha testimoniato in aula: ha riconfermato tutto daccapo, nonostante il fuoco di fila degli avvocati, gli sguardi minacciosi dei loro assistiti, il frastuono dei parenti in aula.

Eppure questo Miceli non è sicuramente un eroe come potremmo pensare, il classico duro abituato a sfidare la criminalità con armi e colpi di scena. No, niente di tutto questo. Antonino Miceli è una persona assolutamente normale, con le paure e le piccole gioie di tutti, il suo patrimonio se l’è fatto col lavoro, con la fatica, e coi risparmi, la sua dignità consiste nel voler guadagnarsi da sempre la vita onestamente, restando sempre a testa alta.

È diventato un eroe per caso e per disperazione. Al secondo colloquio con i capi locali di Cosa Nostra, ha registrato tutto.

Li chiamano “testimoni di giustizia” quelli come lui e fino a pochi anni fa li consideravano alla stregua dei pentiti: stesse misure di protezione, stesse procedure per la burocrazia, come se si trattasse di criminali.

Sul suo caso ci furono dibattiti parlamentari, ci fu l’impegno e la presenza nella Commissione antiracket di Tano Grasso, (grande amico di Miceli dichiarò ai giornali: “La mia nomina a commissario antiracket è anche un po’ di Nino Miceli!”) ci fu anche il libro-denuncia  del senatore Alfredo Mantovano, “Testimoni a perdere”, e poi tante campagne stampa, tra qui quella del Corriere della Sera che per un mese portò sui giornali il caso di chi aveva denunciato il racket.  

Nel 1999, presidente del Consiglio D’Alema, venne pubblicata la nuova legge contro il racket. Fu proprio il caso di Miceli a far cambiare questa legge che dà più certezze di protezione ai cittadini che hanno il coraggio civile di denunciare piccoli e grandi boss. Ora i testimoni di giustizia godono di procedure diverse dai pentiti,  hanno diritto al rimborso dei danni subiti, oltre ad avere un riguardo particolare da parte dello Stato con una linea di comunicazione  esclusiva per loro.

Miceli si è potuto rifare una vita, anche se non è più tornato a Gela, né in Sicilia. Non è più un protetto eppure oggi dice a testa alta: “Denunciare si può. Denunciare conviene”.


 

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